La grande balla, anche a Natale

BERLINO. E’ risaputo anche se sui media poco se ne legge o se ne vede, che i profughi provenienti dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Iraq che fuggono dalla morte, dal caos, dalla disperazione sono vittime dell’interferenza militare delle potenze occidentali e dei loro alleati, da esse bene armati, di Riyadh, della Costa del Golfo, di Ankara, tanto per citarne alcuni.

Nulla è cambiato, poiché dieci anni fa il mondo se ne stava a guardare impotente i civili assassinati dalle bombe americane in Iraq, in Afghanistan e in Pakistan. Erano gli anni della furiosa e criminale aggressione israeliana del Libano e di Gaza. Del resto, da quando s’era conclusa la Seconda guerra mondiale, centinaia di migliaia di persone sono morte sotto la potenza di fuoco americana in Vietnam, in Cambogia, nel Laos, e nelle guerre su delega statunitense nell’ America del Sud, in quella Centrale e nell’Africa meridionale.

Eppure il compito delle Nazioni Unite è di salvare l’umanità dal “flagello della guerra”. Furono fondate con lo scopo di vigilare sulla rigida osservanza e sul rispetto della sovranità nazionale di ogni singolo paese, per impedire appunto alle grandi potenze di intervenire militarmente contro i più deboli. Non è così.

Le ripetute interferenze degli Stati Uniti negli affari interni di altri Stati hanno molteplici sfaccettature, ma violano sempre e costantemente lo spirito della Carta delle Nazioni Unite. L’intervento degli Stati Uniti ha sempre avuto conseguenze disastrose: non soltanto i milioni di morti delle guerre, ma anche le opportunità perdute, la “uccisione della speranza” per centinaia di milioni di persone che avrebbero tratto profitto dalle politiche sociali progressiste intraprese da persone come Arbenz in Guatemala, Goulart in Brasile, Allende in Cile, Lumumba in Congo, Mossadeq in Iran, i Sandinisti in Nicaragua, il presidente Chavez in Venezuela, che sono stati sistematicamente avversati, rovesciati o uccisi con il pieno appoggio occidentale.

Sicché l’invocazione astratta di “affermare la democrazia“ diventa il pretesto per scatenare l’intervento militare, che ricorda un po’ quello che succedeva, in tempi non lontani, con il “socialismo reale“ dell’Unione Sovietica. Insomma, se si pensa a quel che è accaduto in Iraq, in Libia, e sta accadendo in Siria e in tutto il Medio Oriente, si fa presto a capire che stiamo vivendo in una “guerra di liberazione” continua.

Non è un caso, perché i bombardamenti servono a gestire il business, a consolidare la sinergia tra le bombe e le banche nell’America di Obama, come avveniva in quella di Bush. E’ “l’Amministrazione” che agisce in sintonia perfetta con la NATO e col “Business & Economics Program” del Consiglio Atlantico, che essendone l’organo dirigente è il protagonista eccellente della “governance” dell’economia mondiale.

E’ un’azione ben concertata con i grandi mezzi di comunicazione di massa, con i quali si fa leva su una costante, quasi maniacale, denigrazione di chi non la “pensa” allo stesso modo. Il messaggio che si trasmette alle genti è quello dei paesi ricchi e cristiani impegnati a far crescere la società nel benessere, mentre quelli poveri con i loro momenti di disordine e di disperazione frenano la realizzazione del grande progetto.

E’ sulla gestione dello scenario sopra descritto, che s’incontrano e si scontrano gli interessi particolari degli straricchi, delle lobby, del governo dei banchieri, del Bildelberg club e della Goldmann-Sachs, insomma dei reggitori dell’impero economico globale. Comunque essi siano, ne esce sempre una sorta di consorteria più o meno rabberciata, ma ricolma di danaro e di potere che vuole imporre la propria visione sui grandi fatti che fanno la storia del mondo. Una di queste mira a far apparire gli americani non più come gli imperialisti da combattere, bensì come i benefattori da amare. Anche nel giorno di Natale, benché sia una grande “balla”.

tw @maddaloniit

fb vincenzo maddaloni

Fonte: pubblicato su Linkiesta il 25 dicembre 2015

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