Speranza


Era il 467 dopo l’incoronazione di Krughas, che nel regno di Gromuss iniziò le ingiustizie ed i soprusi. Fu un maledetto giorno di primavera quello in cui il nostro villaggio venne bruciato. Maledetti furono anche quei soldati che dopo aver ucciso tutti gli abitanti lasciò noi ragazzi a morire di fame e terrore, ma impareranno a loro spese che la violenza porta solo altra violenza. Maledetti furono e maledetti moriranno…

Il cielo era limpido, il sole in alto spendeva, sarebbe un giorno splendido se non fosse per la situazione in cui viviamo. Quest’attimo di felicità allieterà le persone tormentate, ma non sarebbe durato poi molto, anzi era già finito. Per la strada del villaggio la gente sfollava, dei soldati a cavallo erano arrivati, sicuramente sarebbero venuti nella locanda a bagnarsi la gola e a far danno. Non appena aprirono la porta iniziarono a tirar calci ed insulti per farsi posto in una grossa tavola dove si misero seduti.

Iniziarono a far chetichella, ridendo sotto i baffi della gente del posto, che spaventata non riusciva a far nulla. La locanda prima affollata si stava svuotando rapidamente, se non fosse stato per i richiami dei soldati. <Ehi merdosi rimanete seduti, a noi piacciono le locande chiassose ed affollate, quindi non ve ne andate>. <Ehi puttana, serve un invito scritto! Vieni a servirci dei boccali colmi di birra, se non vuoi che ci arrabbiamo> disse uno rivolto alla giovane cameriera che si affrettò ad eseguire l’ordine. Lo sguardo di Boris, il proprietario, era il volto della silenziosa disperazione. Un soldato scagliò un pugnale in mezzo ad un paio di contadini che se la stavano dando a gambe. La cameriera, mentre portava i boccali, più di una volta dovette districarsi tra le volgari mani e malelingue dei soldati, non sopporto queste cose. <Ehi oste vieni qui!> alzò la voce uno di loro. <E’ sempre così la tua locanda> gli chiese una volta arrivato. <Così come?> fece il proprietario. <Così pallosa!> gli urlò a pochi centimetri dalla faccia, lavandogliela, <cerca di farci divertire o ti romperemo tutta la locanda>. <D’accordo signore> rispose mentre si allontanava accompagnato dalle risa e dagli insulti dei soldati.

Nella locanda da quando erano arrivati i soldati era sceso un pietoso silenzio, si udivano solo i rintocchi di un orologio a pendolo, ma ora era venuto un ragazzo con una lira. Doveva essere il figlio del proprietario, si mise a cantare accompagnato dal suono dello strumento. La triste melodia non era affatto male, peccato per il brusio disgustoso che proveniva dal tavolo dei dodici armigeri.

Dopo non molto il più grosso degli uomini, voglio dire grosso come un maiale, si alzò dal tavolo in direzione del bancone. <Ehi vecchio rimbambito, ti ho detto di farci divertire, non vorrai mica prenderci in giro, eh?>. <No, certo che no> disse in tono di scusa. <Ehi Crasso, spaccagli la testa a quel faccia da cazzo> fece la tavolata dei soldati. Il maiale si mise pochi passi sulla destra da dove ero appoggiato io, allungò le mani sull’oste e lo tirò a se <ora ti faccio vedere io cosa facciamo a chi ci prende in giro>. L’oste era terrorizzato, glielo lessi negli occhi, se ero nei panni del soldato lo avrei lasciato stare, anche solo per pietà, ma evidentemente questi rifiuti non la conoscono questa parola. L’omone lo afferrò per la nuca e gli fece cozzare ferocemente la testa sul tavolo, un brutto spettacolo. Per un attimo anche i battiti dell’orologio cessarono, solo il rumore della testa che si rompeva e di un oggetto che cadeva si udirono.

Il tutto fu seguito da un grido <nooo> e dal ragazzo che avendo gettato la lira si era scagliato sull’omone. Solo per un pelo il soldato riuscì a frenare il ragazzino che gli stava infilando un pugnale in petto. Il soldato lo afferrò per il collo, gli fece volare via il coltello e subito dopo anche il ragazzo venne scagliato a terra, poco dietro di me. La cameriera urlò qualcosa, ne avevo avuto già abbastanza, avrei preferito che se ne fossero andati come erano arrivati, ma i soldati di questi tempi erano crudeli, spadroneggiavano dettando legge e portando violenza dappertutto, non meritavano perdoni né tanto meno pietà.

<Ora basta, maledetti!> esordii alzandomi dallo sgabello del bancone e voltandomi verso di loro. <Non rompere le palle o picchieremo anche te> mi dissero alcune guardie che si alzarono dal tavolo per venire ad aiutare il loro amico. <Spostati o ti schiaccio!> mi schernì l’omone. Mi portai davanti al ragazzo che si stava rialzando, per proteggerlo, poi guardai il grosso soldato <vattene maiale o morirai!>. Rimase molto offeso dall’affermazione, tutti si arrabbiano quando sanno la verità, <come osi> mi ringhiò. Vidi, poi, il ragazzo passarmi avanti e andar a tirare qualche cazzotto al soldato, sciocco. <Togliti dai piedi> gridò il soldato dando un manrovescio al ragazzo che finì fra i tavoli. Un soldato mentre si avvicinava mi disse <io ho già visto la tua faccia da qualche parte, ma non ricordo dove>. Uh mi aveva riconosciuto <hai la memoria corta oltre che sei un buono a nulla> dissi. Lasciai cadere il mantello rivelando il lungo stocco che con un veloce movimento lo ficcai nel petto del maiale, poi lo puntai sull’altro. <Hai per caso visto il mio ritratto all’ingresso>. <Si esatto proprio la fuori…> indicò l’entrata <…sulla bacheca dei ricercati> disse mentre ricordava. I soldati allarmati si alzarono <sei uno stupido a venire da solo in una locanda, ti sei messo in trappola, ti prenderemo>. <Ti ammazzeremo stronzo> fecero all’unisono prima che una pesante ascia si conficcò sonoramente sulla parete alle loro spalle, nella lama rimase incastrata anche la testa di uno di loro. Diversi uomini si sollevarono dalle panche, abbassarono il loro cappuccio e dissero all’unisono <non è mai solo!>. Nello sguardo dei soldati si dipinse il terrore, la nostra banda stava divenendo famosa, oltre ai ritratti sui manifesti anche molte dicerie parlavano di noi e, per loro, queste voci non promettevano niente di buono. <Arrendetevi o morirete> ordinai. Le guardie però ebbero reazioni contrastanti alcune tirarono fuori le armi ed altre scapparono, ma per tutte la sorte decretò la morte, operata dai miei compagni.

Andai dal ragazzo, era a terra che piangeva appoggiato sulle gambe della cameriera, forse sua sorella. Poggiai un ginocchio a terra e portai lo sguardo sul loro <mi dispiace per vostro padre, non ho potuto far niente> mentii. Il ragazzo mi guardò, capii che non mi credeva, non poteva. I contadini si rivolsero a noi preoccupati <perché li avete ammazzati, ora torneranno e ci uccideranno tutti>. Come potevo biasimarli avevano ragione, ma qualcuno avrebbe dovuto farlo. Mi alzai e andai verso l’uscita. <Perché ve ne andate, ora dovete proteggerci!> implorarono i contadini. <E’ quello che faremo> promisi loro rassicurante. Tirai la porta per andarmene quando una voce mi fermò <voglio venire con voi, voglio ucciderli> era il ragazzo. Mi voltai, lo vidi là in fondo con il naso sanguinante, così fragile che cosa avrebbe potuto fare insieme a noi, ma non seppi dirgli di no <se vuoi… puoi venire>. Così uscii sperando più tardi di non vederlo insieme a noi, ma mi sbagliai.

Passò una stagione da quella volta, riuscimmo ad abbattere il primo avamposto dell’esercito di Afhais IV, signore delle terre sud per nomina di Krughas. Era il secondo giorno di primavera quando iniziammo a lottare. Fu una battaglia feroce, combattemmo in svantaggio numerico e tattico, ma con coraggio e rabbia nei nostri cuori, e come tutti sanno, la disperazione è una delle armi più potenti. Li sconfiggemmo al prezzo di molte vite e altre ancora sarebbero perite prima che questa causa possa ritenersi vinta.

Fui colto dalla ragazza alle prime luci dell’alba, ero nel fiume che mi lavavo la ferita. La ferita che mi feci infliggere all’avamposto per proteggere il fratellastro da morte certa. Non riusciva proprio a darsi pace, era tormentata da questo. <Come va la ferita, Caesar?> voltai la testa verso di lei. <Bene> sorrisi, ma il suo volto era teso, era preoccupata. <Caesar perché fai tutto questo per noi? Voglio dire… perché ci hai aiutato?>. Mi incamminai verso la riva, la vidi voltarsi da un lato, per pudore. Prima d’uscire dall’acqua vidi un fiore, lo raccolsi. Era un bocciolo bianco, grosso come una noce, al suo interno si intravedeva il polline giallo. Non sapevo di che specie fosse.

Le andai di fronte mentre ancora l’acqua colava dal mio corpo nudo, lei volse lentamente il viso puntandolo sui miei occhi. <Sai che cos’è questo?> le portai il fiore davanti al volto. <No>. <E’ un Mujico, che nella lingua antica significa speranza> rimase stupita, a volte le bugie sono migliori di alcune verità. Glielo misi in mano <è un segno di buon auspicio, io lo dono a te, perché per me tu sei come questo fiore. Sei speranza, gioia> e dolore pensai, ma non lo dissi, anzi le sorrisi. Lei osservò il fiore poi ritornò a guardarmi gli occhi, questa volta sorrideva <grazie>. Mi mossi per andare verso i vestiti, ma lei mi fermò, mi prese la mano. Un brivido mi percorse la schiena, anche la sua mano vibrava. Voltai la testa e scorsi un bagliore nei suoi occhi, il desiderio avvampò in me. Mi misi di fronte a lei, la fissai per lunghi istanti, il cuore mi batteva forte. Ero teso, avevo una fitta all’altezza dello stomaco, ma poi la baciai e tutto passò. Lei sorrise ancora e questo non fece altro che alimentare il fuoco che mi bruciava dentro, così il vento della passione soffiò su di noi, allontanando tutti i cattivi pensieri che potevano inquinare ed uccidere il sentimento. Non lo avevo mai fatto prima, ma mi piaceva. Anche lei apprezzava e questo mi rendeva felice, perché era questo che volevo. Vederla soddisfatta.

Rimanemmo distesi sull’erba fresca per vario tempo. In silenzio. Mi ero di nuovo bagnato nel fiume, ma questa volta insieme a lei. Mentre ritornavamo all’accampamento più di una volta il mio sguardo puntò sul suo volto, ed ogni volta lei mi sorrideva. Prima non mi ero mai stupito così tanto, era veramente bella. Si era legata ai capelli il fiore che gli avevo regalato, il fiore che ci ha fatto unire. Il fiore della speranza o della menzogna pensai dubbioso. E’ stato giusto o sbagliato? Le voci del campo mi distolsero dai pensieri, eravamo arrivati e stava giungendo il momento di rimettersi nei propri panni. Dovevo ritornare ad essere il loro comandante e preparare le prossime mosse. Io. Ne ero veramente all’altezza?

Era gli ultimi giorni di autunno. Riuscimmo a liberare gli ultimi villaggi del feudo sud e presto avremmo abbattuto anche il castello di Gervaso, primo vassallo di Krughas. Lungo il nostro cammino molti uomini si unirono a noi ed imbracciarono le armi. Combatterono per salvare la loro pelle e quella delle loro famiglie. Finalmente avevano capito quello che bisognava fare. Eravamo più di mille, mille formiche che si apprestavano ad assaltare una mantide. Sarebbe stata un’ardua battaglia, che non riuscii a vedere.

Era tutto pronto per partire. Salimmo a cavallo e quando stavo per dare l’ordine di muoversi successe l’imprevisto. <Caesar! Sonny. Sonny è tornato indietro da solo a salvare quei quattro uomini>. Non potevo crederci aveva fatto di nuovo di testa sua. <Caesar forse dovremmo rimandare l’attacco>. <No!> negai <dobbiamo assolutamente farlo. Non si presenterà più un’occasione così, non possiamo rinunciarci>. Vidi il volto della sorella, sapevo che avrei dovuto farlo. <Angus, prendi tu il comando> gli intimai. <Ma io non posso, Caesar> era spaventato da quest’incarico. <Non temere non ci metterò molto> lo rassicurai.

Raggiunsi il villaggio quando il sole stava per celarsi dietro i monti Laresse. Nel villaggio doveva esserci due dozzine di uomini armati, non so come avrei fatto, ma dovevo farlo in fretta. Spronai il cavallo. Lo raggiunsi al centro del villaggio. Aveva già iniziato a duellare con tre armigeri, non aveva mai capito cosa fosse stata la tattica. Irruppi facendo cadere la testa di un soldato, mentre gli passavo di fianco con il cavallo. Poi smontai. <Caesar perché sei venuto?> mi aveva detto rabbioso. Era ferito in più parti <non potevo lasciarti solo, ragazzo!>. Le guardie parlavano insultandoci e ridendo di noi, ma io non avevo orecchie per quei maledetti. Con il lungo stocco non faticai a condannarli a morte, ma il ragazzo era in difficoltà, altre guardie erano sopraggiunte. Avrei dovuto proteggerlo. <Vai a liberare gli ostaggi e, poi, portali al sicuro! A questi ci penso io!> promisi mentre fronteggiavo i nemici. Era una lotta impari, disperata. La posta in gioco, poi, alcuni uomini. Ne sarebbe valsa la pena, morire per salvare quattro uomini? Dietro di me un soldato mi intimò <getta l’arma o l’ammazzo!>. Non poteva aver beccato Sonny, non potevano. Voltai un attimo lo sguardo, giusto un attimo per riconoscere il volto della ragazza, <no!> imprecai gettando l’arma. <Lasciala!> tuonò la voce di Sonny. Non riuscii a capacitarmi, due soldati mi si stavano avventando sopra e dietro di me stava succedendo qualcosa che non riuscivo a vedere. Scansai vari colpi, poi udii quel grido di dolore e una spada mi trapassò il ventre. Caddi in ginocchio. Riuscì solo a sentire la spada che veniva estratta e con una fitta il sangue zampillò come un geyser. Finii carponi. Poi più nulla, solo buio.

A volte riuscivo a vedere una fievole luce. Era talmente tenue che solo nelle notti di luna nuova si intravedeva. Era la luce che avevo battezzato speranza. Era un bagliore lontano, posto sopra la linea dell’orizzonte, irraggiungibile, ma che continuavo ostinatamente ad inseguire. A volte riuscivo a vederla, ma ora si è spenta, non la riesco più a scorgere. Era un miraggio. La mia luce si estinta con lei.


Scritto nel 22/11/2005 (circa)

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