Le chiamano fiabe classiche
Where do the fairy tales go in the winter?
For creative Fantasy is founded upon the hard recognition that things are so in the world as it appears under the sun; on a recognition of fact, but not a slavery to it. If men really could not distinguish between frogs and men, fairy-stories about frog-kings would not have arisen.
On fairy-stories, John Ronald Reuel Tolkien
Le chiamano fiabe “classiche” perché le conosciamo tutti, sono quelle con cui siamo cresciuti. Per me hanno la forma e le dimensioni di un trittico di giganteschi volumi rilegati che mi attendevano, anno dopo anno, nel primo giorno d’estate nella casa al mare. Cerulei, di una sfumatura irriproducibile, dovuta all’ossidazione dei pigmenti durante gli inverni salmastri. Polverosi, al tatto e all’odore, pastosi quando facevi scorrere le immense pagine tra le dita.
La sirenetta, Il soldatino di stagno e la mia preferita tra tutte, I cigni selvatici. Potrei raccontare di mille pomeriggi troppo azzurri annegati tra quelle splendide pagine rilegate. Mettere nero su bianco che a quei capolavori di Hans Christian Andersen spetti la mia iniziazione alla fiaba “classica” sarebbe, però, una bugia. A casa mia c’erano altri classici e non sono mai andati a finire (ma è un peccato) in un bel libro illustrato.
Ogni volta che leggo una fiaba, o osservo un piccolino che ne ascolta una, la mia mente mi teletrasporta automaticamente a tavola, in una qualunque delle case che ho abitato da bambina, ma sempre in cucina. Qui, davanti a scodelle pericolosamente in abbattimento di temperatura, una voce dell’infanzia recita per me fiabe le fiabe più familiari, anche se ora non saprei recitarne neanche una. È la voce di mia nonna che racconta una storia per farci mangiare. O, per la precisione, che racconta una storia per far mangiare mia cugina, le cui drammatiche performance per rendere difficoltoso l’atto spontaneo di nutrirsi erano in grado di paralizzare l’intera famiglia. Non gliene ho mai voluto per questo. La sua ostinazione contro il cibo mi ha regalato i migliori momenti d’intrattenimento della mia vita.
C’era una volta una bella bambina con lunghi capelli corvini e occhi grandi e neri, come olive. Questa bambina di solito era brava, ma all’ora di cena cominciava a fare le bizze. Sua nonna allora, anche lei con grandi occhi scuri, raccontava una fiaba. Per ogni parola provava a infilare un cucchiaio. E siccome la cosa le riusciva bene, dopo un po’ le parole – e i cucchiai – diventavano una lunga sfilza. Come i mattoni gialli della piccola Dorothy, avresti potuto seguirli fino a Oz o ancora più lontano. Il loro colore però non era dorato, ma scuro. Di un marrone brunito o quasi nero. Colore da tizzoni o da semi di anguria, ci piacerebbe dire. Ma i piccoli filari della nonna erano, in verità, assai meno piacevoli. Che fosse Natale o agosto, la cena o il desinare, tutti si inanellavano di piccole palline di cacca. Ora, alle bambine quelle cacchine rotonde come perline non facevano schifo, tutt’altro. Di caprette (nelle fiabe della nonna ce n’erano di ogni razza, colore e dimensione) o di conigli (quasi tutti bianchi), esse erano l’ingrediente segreto della storia.
La nonna non conosceva le fiabe “giuste”, quelle dei libri. Le sue erano fiabe inventate, fatte per la voce più che per gli occhi. Castelli, principesse e cavalieri scarseggiavano e anche le ambientazioni erano piuttosto moderne. Gli androni, le strade e i palazzi erano quasi come quelli veri e anche i cattivi, come quelli del telegiornale, facevano paura per davvero. Ma proprio quando un bambino o una bambina ne avevano più bisogno, in ogni situazione che sembrava davvero disperata, ecco arrivare un coniglietto bianco o una capretta nana con la testa pezzata. Giungevano con lo stesso cipiglio di un paladino mascherato, con l’urgenza tempestiva di una fata benigna o di una divinità onnipotente. E allora per i cattivi, che per la nonna avevano sempre questo nome un po’ strano di “briganti”, non c’era più niente da fare. Erano stati cattivi con i più buoni o gli indifesi? Ecco allora l’animaletto di turno cospargergli di cacche a pallini il gelato, spacciandole per scaglie al cioccolato. Avevano fatto prepotenza a qualcuno, preso ciò che non gli apparteneva? Giù, allora, una pioggia di fetidi proiettili neri per seppellirli, smascherarli e sbeffeggiarli. Spesso la capretta o i conigli non si facevano vedere per tutta la durata della fiaba e le bambine iniziavano a preoccuparsi che la nonna li avesse dimenticati. Ma alla fine, per la fine lieta, le cacche a pallini e gli animali arrivavano sempre.
Ecco, le fiabe delle cacche a pallini sono state la mia prima forma di fiction seriale. Ancora oggi, quando sono alle prese con una saga, non dispero di vederle arrivare o confido nel loro intervento. Sono quasi certa che una scarica ben assestata di cacche a pallini avrebbe potuto salvare Ned Stark dal boia e che un certo coniglio non sia del tutto estraneo alla pigeon pie che ha soffocato l’orribile Re Joffrey.
Le cacche a pallini della nonna hanno sempre avuto questo potere: erano un generatore perpetuo di mash-up. Grazie alla loro presenza anche una colonna di nero del quotidiano era in grado di diventare una fiaba. Di più, erano il collante per la creazione di un universo, allo stesso tempo realistico e ucronico, nel quale ogni personaggio incontrato aveva un legame con tutti gli altri: l’aver avuto per alleato (o antagonista) un mucchio di piccoli escrementi di capra e di coniglio.
Le Cacche a pallini series sono stati i “miei” classici. Perché di classici ce n’è più d’uno. Le chiamiamo fiabe classiche perché al loro interno si dispiega un universo infinito ma riconoscibile, in cui tutti troviamo posto. Quando ho avuto l’età per farlo ho sguinzagliato i conigli e le caprette della nonna a spasso nei tre volumoni azzurri. Andersen non saprà mai che i suoi bianchi undici ragazzi-cigno hanno avuto lunghe orecchie pelose, né che quello sotto il materasso della principessa non era proprio un pisello.
D’altronde le fiabe, mille e mille volte ridette e raccontate, sono capaci di ospitare qualsiasi forma di ri-scrittura. Anche se apriamo nuove strade al loro interno, un “C’era una volta” può riportarci sempre al punto di partenza. Quando il volume è chiuso e il narratore tace, loro continuano a muoversi e a cambiare.
Le chiamano fiabe “classiche” perché sono sempre diverse e sempre uguali.
Selene Pascarella
Fotografia di Anka Zhuravleva