CENSORSHIP WARRIORS

di Laura Silvia Battaglia (testo introduttivo) e Gianluca Costantini (disegno di copertina)

Le chiamavano gole profonde e, allora, faceva piu’ “cinema”. Oggi abbiamo dato loro uno statuto, una categoria precisa, quella dei whistleblowers.

Persone — spesso impiegati e funzionari sia nel settore pubblico che in quello privato, dalle multinazionali dell’alimentare ai dipartimenti della Difesa militare — che tengono la morale alta e, tra la fedeltà a un’azienda o a un superiore, scelgono la fedeltà a un’ideale di giustizia, di etica della trasparenza, quando essa lede principi fondamentali, umani, che pertengono al pubblico e colpiscono i cittadini del mondo.

Queste persone sono, di fatto, sempre esistite ma oggi sono centrali nella definizione delle geografie del potere del mondo globalizzato e si devono a loro molte inchieste giornalistiche.

Oggi, nella giornata mondiale per la libertà di stampa 2017, abbiamo provato a raccontarne alcune, da Bartolomeo de Las Casas che abolì la schiavitù’ degli Indios, denunciando un sistema di cui lui stesso era parte, fino a Chelsea Manning, la più famosa gola profonda delle operazioni militari americane in Iraq.

A tutti loro va la definizione di warriors, combattenti. Persone che scelgono di parlare e di parlare in pubblico, nonostante tutto e nonostante tutti.

Bartolomeo De Las Casas di Leonardo Cavallo (testo) e Ettore Mazza e Miguel Vila (fumetto)

Da encomendero a protettore degli schiavi, da persecutore a perseguitato. Questa è la traiettoria della vita di Bartolomeo de Las Casas, nato a Siviglia nell’ultimo quarto del XV secolo. Il padre, Francesco, è molto ricco e Bartolomeo può coronare i propri studi giuridici. I due giungono sull’isola di Hispaniola nel 1502, dove fondano una hacienda e diventano proprietari di schiavi.

«Con quale giustizia e con quale diritto tenete in tanta crudele e orribile servitù questi Indios? Che cura avete affinché conoscano la dottrina e il loro Dio e creatore? Questi non sono uomini? Non hanno un’anima razionale? Non siete obbligati ad amarli come voi stessi?». Queste sono le parole che Antonio de Montesinos, missionario domenicano spagnolo, rivolge agli encomenderos nel Nuovo Mondo. I due, Antonio e Bartolomeo, si incontrano, si conoscono. Bartolomeo è turbato. Dalle parole, certo. Ma anche dal carisma di quel frate che ogni giorno affronta a muso duro decine di uomini stimati e potenti in quella terra.

Nel 1510 Bartolomeo è ordinato sacerdote e intraprende a sua volta la predicazione in difesa degli indigeni, tanto da venir nominato sei anni dopo “protettore generale” di tutti gli Indios per il suo apostolato di tutela nei loro confronti e di denuncia delle atrocità perpetrate dagli spagnoli.

Bartolomeo ha un sogno: creare un’encomienda composta da soli coloni, che vivano in pace del proprio lavoro, senza soldati che insegnino l’obbedienza e a continuino a perpetrare vessazioni. Il sogno svanisce un giorno in cui Bartolomeo non c’è, è via. Sull’isoletta del villaggio creato per esperimento, un fazzoletto di terra che era riuscito a strappare a forza di suppliche dal pugno spagnolo, scoppia una rivolta. Gli Indios massacrano i coloni e qualche religioso e distruggono le abitazioni. Ai soldati spagnoli non serve nemmeno un finto pretesto per poter finalmente fare ciò che sanno fare meglio. Nessuno si salva.

«Laudare, benedicere, praedicare», questo il motto dell’ordine di San Domenico, in cui Bartolomeo decide di entrare dedicandosi in maniera particolare alla predicazione per convertire i soldati. C’è qualcosa di più fastidioso di uno che chiede di cambiare? Di smettere di guadagnare dall’attività di tutta una vita? Le parole di Bartolomeo danno fastidio e ancora di più il suo carisma. Gli encomenderos lo denunciano davanti all’imperatore Carlo V ed egli è costretto ad andare in Spagna per discolparsi. Nel 1539 scrive l’opera che lo consegnerà alla storia, la Brevisima relación de la destruyción de las Indias, che sarà pubblicata nel 1552.

Al cospetto di Carlo V, Bartolomeo denuncia gli spagnoli che, invece che evangelizzare i popoli del nuovo mondo, compiono stragi e soprusi nei loro confronti. L’imperatore, persuaso della necessità di un’azione vigorosa, promulga nuove leggi per combattere tali crimini.

Bartolomeo, fresco della nomina a vescovo di Chiapa (Messico), nel 1544 decide di negare l’assoluzione agli encomenderos che rifiutino di trattare gli Indios secondo norme previste dall’editto di Carlo V. Questa presa di posizione solleva grandi proteste tra i possessori di schiavi che in gran numero si trovano, di fatto, esclusi dal Sacramento della Riconciliazione.

Subito i proprietari terrieri del Nuovo Mondo accusano di eresia e tradimento Bartolomeo, che è costretto a ritornare in Patria per difendersi un’altra volta davanti all’imperatore. Il suo maggior detrattore, il cronista reale J. Ginés de Sepulveda, sostiene, sulle orme di Aristotele, il diritto di schiavitù per natura sugli Indios. Bartolomeo ricorre ad un ragionamento di questo tipo: poiché l’autorità dell’imperatore deriva dal papa, e poiché il papa ha detto di cristianizzare le terre del Nuovo Mondo, allora tutto quello che gli spagnoli fanno in quelle terre è contro l’Autorità e perciò privo di valore legale. È un trionfo per Bartolomeo: Carlo V rinnova editti e ordinanze contro gli encomenderos.

Giunto ormai verso il termine della propria vita, Bartolomeo si ritira in convento (1550/1566) dove scrive altre opere tra cui la Historia de las Indias; nel 1552 pubblica la Brevisima relación de la destruyción de las India.

I primi whistleblowers, Richard Marwen e Samuel Shaw di Giovanni Migone e Francesco Bruno (testo) e Nicola Manuto e Francesco Soresin (fumetto)

Il 19 febbraio 1777, appena sei mesi dopo la firma della Dichiarazione d’Indipendenza Americana, la nave da guerra Warren era ancorata al largo di Providence, nello stato del Rhode Island. A bordo, dieci marinai e ufficiali di marina che si erano uniti alla Us Navy per combattere per l’indipendenza dalla Gran Bretagna si incontrarono, non per organizzare una battaglia contro le armate del re, ma piuttosto per esprimere le proprie preoccupazioni riguardo l’incompetenza e la mancanza di integrità morale del comandante in carica della Marina Continentale, il Commodoro Esek Hopkins. Egli proveniva da una potente famiglia coloniale: suo fratello era il Governatore del Rhode Island e uno dei firmatari originari della Dichiarazione d’Indipendenza.

I marinai erano dei rivoluzionari, disposti a rischiare tutto per costruire un’America libera e indipendente. Nonostante ciò, temevano che il loro comandante non fosse in grado di portare a compimento con successo alcun obiettivo. Denunciarono il maltrattamento dei prigionieri almeno 250 anni prima che altri whistleblowers denunciassero lo stesso crimine nella moderna “guerra del terrore”.

All’epoca non esisteva ancora la protezione del Primo Emendamento sulla libertà di parola, non esistevano protezioni legali per i whistleblowers, cosa che lasciava da soli i marinai e gli ufficiali intenzionati a rendere pubblica la cattiva condotta del comandante durante la guerra. Decidendo di mandare una petizione al Congresso, 10 uomini divennero i primi Whistleblowers dei neonati Stati Uniti d’America. Tra loro anche il Terzo Luogotenente, Richard Marvin e il guardiamarina Samuel Shaw. Ogni marinaio firmò anche il proprio personale affidavit per il Congresso evidenziando istanze specifiche sulla cattiva condotta mostrata dal comandante a cui aveva assistito. Esse includevano accuse contro Hopkins, il quale avrebbe “trattato i prigionieri nelle più disumane e barbare maniere”, oltre ad aver fallito un attacco ad una fregata britannica. Le dichiarazioni inoltre affermavano che il comandante “non avrebbe obbedito al Congresso” degli Stati Uniti. 
Il Capitano John Grannis acconsentì a lasciare segretamente la Warren e a presentare le istanze dei whistleblowers al Comitato della Marina del Congresso Continentale. Grannis viaggiò dal Rhode Island a Philadelphia, presentò le petizioni al Congresso e testimoniò davanti ad un subcomitato speciale nominato dal Congresso per ascoltare le proteste dei whistleblowers.

Il 26 marzo 1777 il Comitato della Marina concluse la sua inchiesta e presentò la questione al Congresso Continentale al completo, includendo tutti i fogli firmati dagli ufficiali della Warren. Dopo aver considerato la causa, il Congresso diede ragione ai marinai facendo passare la seguente risoluzione: “E’ deciso con la presente che Esek Hopkins sia immediatamente sospeso dal comando nella Marina americana”.

Il Congresso ascoltò in audizione i whistleblowers e sospese Hopkins. John Hancock, presidente del Congresso Continentale più famoso tra i firmatari della Dichiarazione di Indipendenza, certificò la risoluzione e ordinò che venisse notificata ad Hopkins, il quale rimase sotto sospensione per più di nove mesi. Non si presentò mai davanti al Congresso per respingere le accuse. Il 2 gennaio 1778 il Congresso votò per sospendere definitivamente il servizio di Hopkins, che fu successivamente rimosso dalla Marina americana. Ma la questione non si risolse qui.

Hopkins cercò vendetta contro i whistleblowers, sia durante la sua breve permanenza da Commodoro che dopo la rimozione dagli incarichi. Hopkins entrò in azione durante i suoi ultimi giorni da Comandante. Usò la sua autorità per fare pressioni sui marinai affinché cambiassero versione, e organizzò un processo militare contro uno dei firmatari, il Luogotenente Marvin. Marvin, un seguace di Thomas Paine, fu accusato di essere il “primo promotore della petizione Hopkins ordinò l’arresto di Marvin e un processo di fronte a una corte marziale, formata unicamente da sostenitori di Hopkins, compreso il suo stesso figlio. A Hopkins fu permesso di fare personalmente domande all’accusato. Se trovato colpevole, l’unico appello concesso a Marvin era allo stesso Hopkins. Unico crimine di Marvin: aver “firmato” “fogli scurrili” “contro il suo Comandante”.

Di fronte alla corte marziale Marvin rispose rimanendo forte. Non implorò pietà o negò le proprie azioni, anzi, ammise prontamente le proprie responsabilità. Disse ai giudici che le accuse verso il Comandante “erano di una natura tale che pensarono fosse loro obbligo verso il Paese il portarle dinanzi al Congresso”. Hopkins spremette Marvin per sapere chi altro avesse firmato la petizione e quali informazioni specifiche fossero state fornite al Congresso. Marvin non denunciò i compagni e non diede indizi all’ex Comandante sulle istanze presentate. Disse: “Mi rifiuto di rispondere finché non sarò davanti al Congresso o a un Comitato autorizzato da esso di indagare nella vicenda”.

Non c’è da sorprendersi del fatto che Marvin fu ritenuto colpevole di aver trattato il proprio Comandante con “il più grande oltraggio” “firmando e mandando all’Onorevole Congresso Continentale proteste parziali e false”. Il Commodoro Hopkins sottoscrisse immediatamente i risultati della corte marziale e ordinò l’espulsione di Marvin dalla Marina. Il primo whistleblower d’America fu così licenziato dal suo lavoro. Ma Hopkins non era ancora soddisfatto. Il 13 gennaio 1778 l’ex Commodoro citò i dieci whistleblower per cospirazione e diffamazione, chiedendo 10mila sterline di cauzione e la carcerazione degli imputati, se trovati colpevoli. Hopkins assunse un famoso avvocato del Rhode Island, Rouse J. Helme, e depositò il suo mandato di citazione presso la Corte Inferiore per le Cause Comuni del Rhode Island. Solo due dei dieci marinai, Shaw e Marvin, furono toccati dall’accusa. Gli altri erano residenti al di fuori della giurisdizione del Rhode Island, riuscendo così a evitare la causa di rappresaglia.

Nonostante gli Stati Uniti fossero ancore nel bel mezzo della Guerra per l’Indipendenza, Hopkins sfruttò le sue risorse e conoscenze nel tentativo di distruggere le vite di due marinai che avevano avuto il coraggio di denunciare serie inadempienze al Congresso Continentale. Shaw e Marvin furono arrestati, portati in prigione e costretti a pagare una “enorme cauzione”. I due non sapevano a chi rivolgersi, se non invocando l’aiuto del Congresso Continentale. L’8 luglio 1778 i due whistleblowers scrissero una fervente lettera al Congresso: “Non essendo persone dotate di ampie fortune ma giovani uomini che hanno speso la maggior parte del loro tempo servendo il proprio Paese in armi contro il suo crudele nemico dall’inizio della presente guerra, trovandoci in arresto per aver fatto ciò che credevamo e ancora riteniamo essere nulla di più del nostro dovere (…) trovandoci senza conoscenze tali da poter essere assistiti nella difesa contro una persona tanto potente quanto astuta, la quale grazie ai vantaggi datigli dai suoi ufficiali e dalla guerra corrente ha accumulato una grande ricchezza; noi umilmente imploriamo l’intercessione del Congresso…”

La petizione venne letta al Congresso il 23 luglio 1778. Uno speciale “Comitato dei Tre” fu istituito per rivedere la causa. Dopo sette giorni di revisione, il Comitato fece rapporto al Congresso Continentale. La storia era stata fatta. Il 30 Luglio 1778, il Congresso Continentale intervenne in difesa di Marvin e Shaw. Il congresso, senza alcun dissenso interno, fece passare una risoluzione che incoraggiava tutti i cittadini di “spifferare” sulla cattiva condotta degli ufficiali. Forse, per la prima volta mondiale e sicuramente per la prima volta nella stria degli Stati Uniti, un governo riconobbe l’importanza dei whistleblowers nel mostrare le cattive condotte di alti ufficiali al servizio del governo stesso. Gli atti del congresso potrebbero essere stati scritti oggi: “Che sia il dovere di tutte le persone al servizio degli Stati Uniti, così come di qualsiasi altro abitante, di dare il prima possibile ogni informazione al Congresso o a qualsiasi altra autorità simile su ogni cattiva condotta, frode o infrazione commessa da qualsiasi persona al servizio di questi Stati di cui dovessero venire a conoscenza”.

Il Congresso Continentale fu anche in sintonia con Marvi e Shaw: I padri Fondatori capirono che riconoscere colpevoli i whistleblowers del reato diffamazione sarebbe stato contrario al disegno della nuova Repubblica. Il congresso autorizzò il governo a pagare i costi legali e le parcelle per Shaw e Marvin, in modo che i due potessero avere eccellenti avvocati ed essere in grado di difendersi appieno di fronte alle Corti del Rhode Island. Inoltre il Congresso non si nascose dietro a editti governativi segreti, anche durante il periodo di guerra. Al contrario, il Congresso autorizzò la completa pubblicazione dei registri governativi riguardanti le critiche e la rimozione di Hopkins dal ruolo di comando, così come dei vari documenti del Comitato della Marina relativi alle informazioni fornite dai dieci marinai. Non fu invocato alcun segreto di Stato e Marvin e Shaw non ebbero bisogno di usare alcun Freedom of Information Act per ottenere i documenti necessari per difendere la loro causa. La giuria decise in favore dei whistleblowers e a Hopkins fu ordinato di pagare le loro spese legali.

Con un decreto di ingiunzione del maggio 1779, Hopkins pagò 1.418 dollari a Mr. Sam Adams, di cui 500 furono devoluti a William Channing, principale avvocato dei due marinai. Nonostante il processo affrontato davanti alla cosiddetta Corte Marziale, Marvin ricevette anche la sua pensione di marinaio per il suo servizio durante la Revolutionary War.

Serpi-Cop/Frank Serpico di Gianluca Durno, Federica Guidotti, Rita Italiano (testo) e Christian Galli (fumetto)

Frank Serpico è un giovane italo americano pieno di ideali e con un alto valore della giustizia. Il suo sogno è entrare nella polizia e a ventitré anni ci riesce. Viene arruolato nel New York City Police Department e assegnato all’ 81° distretto di polizia. Si differenzia subito dai colleghi per il modo stravagante con cui veste: non indossa la divisa per le operazioni, e si fa crescere lunghi baffi neri per assomigliare il più possibile a un uomo comune.

Inizia a lavorare con passione e dedizione, ma dopo poco tempo si rende conto della sistematica corruzione diffusa tra i colleghi che si svolge sotto i suoi occhi. Dapprima si tratta di “bustarelle” che poi diventano vere e proprie tangenti. I superiori non vedono nulla e anzi sembrano appoggiare il sistema di corruzione che si è creato. Serpico inizia ad avere molte difficoltà nel lavoro perché non accetta di prendere parte alle operazioni sporche dei colleghi. E questo crea nei suoi confronti molti sospetti.

Ma non demorde perché ha appena scoperchiato la botola dei serpenti: il circolo vizioso della corruzione nella polizia è dilagante. Emergono gli accordi sottobanco tra agenti, esponenti della malavita e scommettitori locali che, pagando la polizia, s’assicurano di delinquere indisturbati. Frank Serpico non vuole avere nulla a che fare con questo sistema e chiede il trasferimento. Assegnato al 7° distretto, scopre che la situazione lì è addirittura peggiore. Continua a non accettare i soldi che i poliziotti si spartiscono nonostante il collega con cui lavora lo avvisi che se continua così avrà contro l’intero reparto.

Un giorno tutti i colleghi si riuniscono in un parco pubblico e cercano di convincere Frank a prendere almeno un “rimborso spese”. Serpico rifiuta categoricamente e a quel punto comprende di essere totalmente isolato. Considerato una vera minaccia dai colleghi, viene esplicitamente ammonito da un compagno d’Accademia, uno tra i più operosi nelle attività illegali della Polizia: “A un poliziotto possono succedere tante cose in servizio, come non avere le spalle coperte dai colleghi durante le azioni di polizia”, minaccia il collega. Serpico è completamente solo e non trova pace. I poliziotti del suo distretto non intendono lasciarlo fare, visto che è a conoscenza di tutto.

L’unico che lo sostiene è l’agente David Durk che lo accompagna prima dal Commissario John F. Walsh e poi all’ufficio del sindaco di New York, John Lindsay. Insieme denunciano la situazione di corruzione nel Dipartimento. Ma nessuno, nonostante i gravissimi fatti, si mostra interessato. In quel momento, Serpico capisce che l’unica possibile via d’uscita è affidarsi alla stampa. Contatta il New York Times e racconta l’intera vicenda. Il Times pubblica in prima pagina il caso e il sindaco di New York, nonostante conoscesse già i fatti, è costretto a quel punto a nominare una commissione d’indagine presieduta dal giudice Whittmann Knapp.

La notte del 3 febbraio 1971 si svolge una operazione antidroga nel quartiere di Williamsburg a NY. Serpico vi prende parte. Durante l’irruzione nell’appartamento di uno spacciatore viene colpito da un colpo di pistola. Il proiettile gli trapassa il volto ma non lede gli organi vitali. Serpico viene trasportato in ospedale e si salva, ma perde l’udito dall’orecchio sinistro. Dopo essere stato dimesso, testimonia e denuncia la corruzione diffusa all’interno della polizia e lo stato di omertà riscontrato, davanti alla Commissione Knapp e alla stampa nazionale. Molti agenti vengono condannati dalla Commissione per corruzione e tangenti. La Commissione dà poi vita a una serie di iniziative di “pulizia” del dipartimento.

Serpico, ottenuto il distintivo da detective, che per lui ormai non ha più alcun valore, nel giugno del 1972 decide di lasciare la polizia e di trasferirsi in Svizzera. Dagli anni Ottanta in poi vive ad Harlemville, nello stato di New York, con la sua compagna francese Elle, in una casa di legno da lui stesso costruita. Oggi, alla veneranda età di 81 anni, sta scrivendo un libro con il quale si prefigge di chiarire ad uno ad uno, tutti i punti oscuri della sua storia professionale e umana.

7000 Daniel Ellsberg di Iacopo Catarsi e Matteo Zorzoli (testo) e Costanza Degli Abbati (fumetto)

«Sono stato il primo uomo nella Storia degli Stati Uniti d’America a essere perseguito per aver diffuso dei documenti», sono queste le parole di Daniel Ellsberg, pronunciate davanti al pubblico dall’Università di San Francisco nel dicembre del 2013, in una conferenza dedicata al giornalismo investigativo.

Il caso Pentagon Papers è il più noto e importante esempio di whistleblowing a scopi informativi nella storia del giornalismo. Solo con WikiLeaks si è assistito a un episodio altrettanto destabilizzante. «Quello che tiene chiusa la bocca alla gente — ha continuato Ellsberg — è la paura che il parlare non produrrà dei cambiamenti».

Il padre dei Pentagon Papers ha dato addirittura il nome ad un paradosso applicato in Economia per descrivere la situazione in cui si vengono a trovare le persone di fronte a esiti incerti. Ma partiamo dall’inizio.

Negli anni Sessanta, Daniel Ellsberg, dopo essersi laureato ad Harvard in Economia, entra all’interno Pentagono in qualità di analista strategico. È un “geniaccio”, uno dei brillanti giovani reclutati dal segretario della Difesa Robert McNamara. Il suo compito è analizzare i processi decisionali in condizioni di crisi.

Nel 1966, infatti, viene mandato in Vietnam per assistere al gruppo contro-insurrezionale guidato dal generale Edward Lansdale. Inizialmente sostenitore della guerra, ne diviene convinto oppositore per i danni provocati alla popolazione civile, di cui si sentiva corresponsabile con il suo silenzio. Arriverà dopo anni ad affermare: “Non siamo stati DALLA parte sbagliata, siamo stati LA parte sbagliata”. Tornato negli States, viene assoldato dalla Rand Corporation, una dei più importanti think tank geostrategici a stelle e strisce. Viene subito coinvolto in uno studio top secret commissionato da McNamara, intitolato «Relazioni Stati Uniti-Vietnam dal 1945 al 1967», che contiene in documenti riservati la ricostruzione delle decisioni politiche che hanno portato all’intervento militare americano. Ci sono le prove dei numerosi errori e delle falle delle amministrazioni Usa. C’è una descrizione dell’andamento della guerra ben diversa dalle versioni ufficiali che la Casa Bianca e il Pentagono fornivano alla stampa. C’è, infine, la prova che in diverse occasioni i Presidenti hanno mentito al popolo americano e al Congresso.

Ellsberg comincia a passare al New York Times una parte di quei 7.000 documenti all’inizio del 1971. Il NYT, dopo aver studiato approfonditamente le carte, il 13 giugno pubblica quelli che passeranno alla Storia come i Pentagon Papers. Si scatena il putiferio: il presidente Nixon bolla Ellsberg come traditore, mentre il consigliere per la Sicurezza Nazionale Kissinger lo definisce “l’uomo più pericoloso d’America”. Anche se i documenti pubblicati compromettono i suoi predecessori, Nixon cerca di mettere il silenziatore alla stampa e avvia un giro di vite contro tutti i suoi collaboratori che parlano alla stampa. La sua sconfitta resta una pagina memorabile: la Corte suprema dà ragione al New York Times con una sentenza storica in cui si afferma che «solo una stampa del tutto libera e senza restrizione può vigilare contro gli inganni del governo». Ellsberg viene comunque trascinato a Los Angeles in tribunale per spionaggio e altri dodici capi d’ accusa per i quali in totale vengono chiesti 115 anni di carcere. Il processo crolla sotto il peso di due scoperte: le intrusioni nell’ufficio di Ellsberg da parte degli “idraulici” del presidente e il fatto che, durante il processo, Nixon si incontra col giudice, offrendogli l’incarico di direttore dell’FBI in cambio di una sentenza di colpevolezza. Ellsberg viene scagionato perché vittima di «abusi da parte del governo». E Nixon ne trae la lezione sbagliata: comincia una politica di spionaggio interno poi sfociata nello scandalo del Watergate, che gli costa la presidenza.

Insomma, la scelta di coscienza di un singolo ha innescato una reazione a catena che è culminata nello scandalo Watergate; la scelta di Ellsberg di rivelare documenti top secret ha cambiato il corso della guerra in Vietnam e della politica americana, ma ben prima ha cambiato il senso stesso della vita di Ellsberg, facendolo precipitare nel paradosso che porta il suo nome. «Molta gente pensava che, essendo disposto ad andare in prigione, dovevo per forza essere sicuro che le mie azioni avrebbero fatto finire la guerra — ha affermato — . Ora, perché pensavano questo? Perché volevano raccontare a se stessi che se non fossi stato sicuro le mie azioni sarebbero state inutili». Invece, è proprio l’incertezza del risultato che lo ha portato ad agire in modo così deciso. «Ho pensato che c’era una piccola probabilità che le mie azioni avrebbero accorciato la guerra e quindi ho scommesso».

Nel marzo del 2011, alla soglia degli 80 anni, Ellsberg è stato arrestato mentre manifesta davanti al carcere di Quantico, in difesa della militare Chelsea Manning, l’autrice della gigantesca fuga di notizie finita su WikiLeaks, che Ellsberg considera a tutti gli effetti sua erede.

Ripple effect — Chelsea Manning di Ilaria Mauri e Gianluca Pisacane (testo) e Josephine Signorelli (fumetto)

Nell’agosto 2013, Bradley Manning, il soldato americano detenuto a Fort Leavenworth per aver passato documenti segreti a Wikileaks, scrive una lettera al programma della NBC Today dicendo: “Sono Chelsea Manning. Sono una donna. Seguendo quello che provo, e che sento dalla mia infanzia, voglio iniziare una terapia ormonale il prima possibile. Spero che mi sosterrete in questo cambiamento. Chiedo inoltre che, a partire da oggi, vi riferiate a me usando il mio nuovo nome e usando il pronome femminile. Grazie, Chelsea E. Manning”. Oggi è un transgender.

Tutte le mattine si alza mezz’ora prima degli altri detenuti per andarsi a truccare e per indossare biancheria femminile. Ha accesso a trattamenti medici per la disforia di genere ed è assistita da uno psicologo. A settembre 2016 ha avuto conferma che l’esercito le consentirà di sottoporsi all’operazione di cambio di sesso. “Se mi fossi sentito a mio agio con il mio corpo, la mia vita sarebbe stata più facile”, ha raccontato Chelsea Manning, che fin da ragazzo ha sempre combattuto contro la sensazione di essere omosessuale o trans.

Bradley Manning nasce il 17 dicembre 1987 a Crescent, in Oklahoma, da madre gallese e padre americano. L’infanzia e l’adolescenza sono periodi difficili per un ragazzino confinato in una zona rurale, spesso vittima delle angherie dei compagni e con i genitori affettivamente lontani. Manning racconta che già all’età di 5 o 6 anni si nascondeva nella camera della sorella maggiore per vestirsi da bambina. Ha vissuto i suoi 14 e 15 anni cercando di convincersi di stare semplicemente passando delle fasi legate alla crescita. In un’intervista rilasciata via mail alla rivista Cosmopolitan, dal carcere di Leavenworth, racconta di aver spesso immaginato di essere una donna, soprattutto di notte, attraverso internet. “Non so come tutto questo abbia plasmato la mia vita e chi sono, ha aggiunto, ma è stato un fattore che di certo ha influito sulle decisioni che ho preso, anche quando mi sono arruolato nell’esercito”. Su suggerimento del padre, si arruola giovanissimo per rendere un servizio alla nazione impegnata nella guerra in Iraq, ma anche perché “forse l’ambiente macho l’avrebbe distratto dai suoi pensieri”.

Nel 2005 è tornato a vivere negli Stati Uniti, dopo un periodo trascorso in Galles con la madre e la sorella, in seguito alla separazione dei genitori. L’inizio della vita da militare è difficile, soprattutto dopo che un sergente istruttore rinviene tra i suoi effetti personali un cellulare di colore rosa. Manning viene umiliato, esattamente come era stato oggetto di atti di bullismo durante il periodo di studi alla Brandeis University. Nell’esercito svolge il ruolo di analista dell’intelligence ed è sottoposto a indagini da parte dell’autorità di vigilanza per il sospetto della sua natura omosessuale, giacché all’epoca era in vigore la legge che impediva ai soldati di dichiarare la loro identità sessuale. “Mi sentivo frustrata, stavano scavando più a fondo perché facevo resistenza alle loro domande”.

Nel 2009 Manning viene inviato in Iraq, a Est di Baghdad, sempre con mansioni di intelligence. Vive quel momento come una svolta nella sua vita: “Avere a che fare ogni giorno con promemoria e segnalazioni di persone che morivano intorno a me mi ha fatto capire quanto breve e preziosa fosse la nostra vita. Quale giorno migliore per iniziare a essere noi stessi? Quando sono andato in congedo a gennaio 2010, mi presentai vestito come una donna in pubblico”. Nel maggio 2010, l’hacker Adrian Lamo riferisce alla autorità militari un segreto di Manning, in cui gli racconta di aver trasmesso documenti confidenziali a Wikileaks, come il video Collateral Murder. Nel filmato, due elicotteri Apaches americani attaccano e uccidono 12 civili indifesi. Manning viene arrestato, tenuto in custodia a Kabul per un paio di mesi e poi trasferito nel carcere militare di Quantico, dove rimane in isolamento per dieci mesi. Solo in seguito alla forte pressione internazionale per le condizioni di detenzione disumane, viene trasferito a Fort Leavenworth.

Durante la prigionia, Chelsea-Brandon vive in stato catatonico e negli anni di reclusione che seguono tenta il suicidio due volte. Durante il processo, che lo vede imputato per 22 capi di accusa per la diffusione di notizie coperte da segreto di Stato, Manning paragona i soldati americani a “un bambino che tortura le formiche con la lente di ingrandimento” e giustifica il proprio operato dicendo che voleva avviare un dibattito sulla politica estera USA, con particolare riferimento agli interventi in Afghanistan e Iraq. Il 21 agosto 2013, la corte marziale lo assolve dall’accusa di connivenza col nemico e lo condanna a 35 anni di reclusione per i restanti capi di imputazione. Dopo 7 anni di carcere, nel maggio 2017, Manning torna in liberà. Il Presidente Obama, tre giorni prima di lasciare la Casa Bianca, ha infatti commutato la sua pena, accogliendo la richiesta che Chelsea gli aveva inoltrato, sostenuta da oltre 100mila firme raccolte tra personaggi illustri e associazioni per i diritti civili.

Mister Clean — Simone Farina di Marco Emiliano Castro e Andrea Siravo (testo) e Federica Bellomi (fumetto)

Simone Farina, 29 anni all’epoca dei fatti, è un calciatore che milita nel Gubbio. Due mesi e mezzo prima della partita di Coppa Italia tra il suo Gubbio e il Cesena, il giocatore riceve una telefonata da un ex compagno nelle giovanili della Roma. Qualche battuta per rompere il ghiaccio e poi la proposta indecente.

Sul piatto ci sono 200 mila euro per truccare la partita. Farina è categorico e rifiuta la proposta nonostante l’insistenza e una minaccia velata di stampo malavitoso. Poche ore dopo la telefonata, Farina denuncia il fatto al procuratore della giustizia sportiva Roberto Di Martino.

Tutti lo cercano, ma Farina si defila dall’attenzione dei media per recuperare da un lungo infortunio che lo sta tenendo lontano dai campi da gioco. Mr Clean viene preso dalle istituzioni come simbolo dello sport pulito.

L’ex presidente della Fifa Blatter lo invita anche alla cerimonia del pallone del 2011. L’ex Ct Prandelli lo convoca a Coverciano per un stage con la Nazionale italiana. Ma l’onestà non paga: Farina nell’estate del 2012 si ritrova disoccupato perché il Gubbio gli ha rescisso il contratto per motivi tecnici.

Dopo aver cercato una squadra per tutta l’estate a Farina arriva un’offerta importante. La squadra inglese dell’Aston Villa lo chiama per allenare le giovanili del club. Nonostante questa scelta comporti il ritiro a 30 anni, Mr. Clean accetta e inizia a lavorare con i ragazzini.

Aeternitas — Dimitri Pilo di Giulia Argenti ed Elisa Conselvan (testo) e Elena Pagliani (fumetto)

Una carriera ventennale nella Guardia di Finanza, una vita familiare felice, con una moglie e tre bambini. Dimitri Pilo è un maresciallo della Guardia di Finanza di Fasano (Brindisi), pluripremiato e rispettato dai colleghi. Poi qualcosa cambia. Siamo nel 2013 e gli viene chiesto, insieme ad altri militari della GdF, di sorvegliare un capannone di 1.100 metri quadri sequestrato a un imprenditore di Francavilla Fontana (Brindisi), accusato di evasione fiscale per una cifra di 50 milioni di euro. In attesa dei lavori di adeguamento, l’Agenzia per i beni confiscati affida la struttura al Demanio, che a sua volta demanda alla Guardia di Finanza l’ordine di sorvegliarla quotidianamente.

Ignari della presenza di Eternit i subordinati, tra cui Pilo, prestano servizio calpestando l’amianto, che con il tempo si è staccato dal tetto e frantumato nell’asfalto. Il militare se ne accorge e da quel momento cresce la tensione fra vertici e subordinati, fino a quando Pilo non decide di sporgere denuncia: «Ci toccava camminare e respirare l’Eternit sbriciolato dalle ruote delle nostre stesse pattuglie. Abbiamo macinato amianto per otto mesi, lo abbiamo respirato, trattenuto sui nostri vestiti, portato a casa, trasmesso alle nostre mogli e ai nostri figli», racconta. In pericolo, infatti, non è solo la vita dei militari costretti a prestare servizio nel capannone, ma anche quella dei residenti della zona che respirano quotidianamente amianto e quella dei bambini del vicino asilo nido.

Con la denuncia, qualcosa sembra muoversi, ma presto circola la notizia che il capannone potrebbe diventare la sede di un futuro comando della Gdf di Fasano e le segnalazioni del militare sembrano rimanere inascoltate. Pilo, dopo essersi rivolto ai suoi diretti superiori, constata pericolosi ritardi nell’adozione di provvedimenti a tutela della salute, quindi decide di denunciare la presenza di amianto anche alle Procure di Brindisi e di Torino.

La Procura di Brindisi non ritiene necessario ascoltare la testimonianza di Pilo, né quella degli altri militari, che per otto mesi hanno respirato Eternit. Il pm chiede l’archiviazione del caso non ravvisando “ipotesi di reato in relazione a una situazione di fatto preesistente ed ereditata dalla GdF”. Anche la Procura di Torino, nel gennaio 2014, archivia il caso, ritenendo che “le indagini forniscono la prova del fatto denunciato, ma difettano di indizi intorno agli autori”. Pilo decide così di far analizzare il materiale a sue spese e il referto non lascia spazio ad equivoci: si tratta di “amianto crisotilo”.

La conferma arriva anche dalla ditta esterna Ecom di Galatina, incaricata dall’Agenzia del Demanio a procedere con le verifiche: la copertura è di amianto ed è necessaria una bonifica oltre all’analisi delle fibre aero disperse. In seguito alla denuncia del maresciallo e alla pubblicazione di alcuni articoli sui giornali sull’argomento, la Guardia di Finanza avvia una prima ripulita dalle polveri di amianto, lasciando però sul posto diversi sacchi aperti, per più di un anno. Il maresciallo, nel frattempo, viene chiamato a processo dai suoi superiori per rispondere di vari reati militari e sconta due giorni di arresti militari per aver denunciato “fatti mai accaduti”.

Pilo, convinto della propria innocenza, ricorre in appello e dopo due anni di processi in primo e secondo grado, e altrettanti procedimenti disciplinari, viene assolto con formula piena da tutte le accuse. E il suo sacrificio non è stato vano: la sua testimonianza, infatti, ha portato alla bonifica dell’intero capannone e degli 800 chili di detriti dispersi in loco, ma anche alla segnalazione alle Autorità di ulteriori 1000 mq di Eternit rilevati sopra il vicino nido per l’infanzia.

I rischi di Eternit

L’Oms ha certificato che è sufficiente la concentrazione di una fibra di amianto per litro di aria per aumentare il rischio di mesotelioma pleurico e che una volta sbriciolato diventa ancora più letale e in grado di causare patologie tra cui: l’asbestosi, il mesotelioma pleurico ed il carcinoma polmonare. Una fibra di amianto, infatti, è 1300 volte più sottile di un capello umano e non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa: una volta che una fibra entra nel polmone non ne esce più.

Juljia Stephanova di Stefano Galimberti, Francesca Conti, Asako Kuroda (testo) e Sara Dealbera (fumetto)

Non è facile per un’atleta di 26 anni, all’apice della carriera, prendere una decisione che potrebbe compromettere per sempre l’amore dei propri tifosi e di un Paese intero. Ma Juljia Stepanova, russa che ha rivelato lo scandalo del doping di Stato della squadra di atletica di Mosca, ha deciso di andare fino in fondo. Si andava verso i giochi Olimpici di Rio de Janeiro del 2016, e Julia Stepanova è passata dall’essere la seconda miglior atleta russa nella specialità degli 800 metri a qualcosa di simile a una traditrice della patria, la stessa patria che tradiva il principio di lealtà su cui si basano i giochi Olimpici in primis, tutto lo sport in generale poi.

Nel Paese che protegge Edward Snowden è nata la whistleblower responsabile della prima squalifica di un’intera squadra di atletica da una competizione a cinque cerchi, a causa delle sue rivelazioni al giornalista tedesco Hajo Seppelt. La nemesi della ragazza venuta da Kursk, cittadina a due passi dall’Ucraina e teatro della più cruenta battaglia fra mezzi corazzati della Seconda Guerra Mondiale con oltre 1600 carri armati tedeschi e oltre 300 sovietici distrutti. La nemesi mediatica della nuova “Grande Russia”. Nel 2016, ad accompagnare il crescendo di tensioni fra Vladimir Putin e l’Occidente, lo sport è tornato a essere uno dei campi di battaglia dello scontro est-ovest: come nella Guerra Fredda, come all’epoca delle Olimpiadi di Mosca e Los Angeles, negli anni Ottanta, disertate ora dagli Usa di Ronald Reagan, ora dall’Urss degli ultimi eredi del Politburo. «Ho imparato ad agire come James Bond», è il commento di Julia.

E come nelle migliori storie di spionaggio, tra soffiate e mezze verità, anche la “gola profonda” è un eroe moderno. Juljia Stepanova non è lei stessa l’esempio dell’atleta greco integerrimo che lotta solo per la gloria degli uomini e un posto fra gli dei del monte Olimpo. Lei stessa è stata squalificata per doping nel 2013: «Mi avevano insegnato che non si può farne a meno», dichiarò. È a quel punto che la Stepanova decide di confessare tutto al Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ne è nato un documentario, Il doping segreto: come la Russia crea campioni, pubblicato nel 2014.

Non solo si sosteneva che il 99 per cento della squadra olimpica russa facesse uso di sostanze dopanti, ma si diceva che esistesse una rete di corruzione finalizzata a coprire i test positivi e che coinvolgesse diversi funzionari di Rusada, del laboratorio antidoping a Mosca, e anche della IAAF.

Stepanova raccontava di essere stata incoraggiata dai suoi allenatori a doparsi e conservare alcuni barattoli di urina “pulita” nel congelatore per i test compiuti durante la preparazione fisica. In un video mostrato nell’inchiesta di Seppelt, si vedeva Stepanova ricevere da un suo allenatore delle pillole di Oxandrolone, uno steroide di sintesi derivato dal testosterone, vietato dal Comitato Olimpico Internazionale. «Devi doparti, così è come funzionano le cose in Russia. I funzionari e gli allenatori ti dicono chiaramente che non puoi andare avanti con le tue capacità naturali. Per vincere delle medaglie devi avere dell’aiuto. E quell’aiuto è il doping», disse Stepanova.

La prima casella del domino era caduta, la reazione a catena era innescata. Altri atleti russi seguono l’esempio di Juljia: il doping in Russia non riguardava solo l’atletica, ma molto probabilmente anche nuoto, ciclismo, biathlon, sollevamento pesi e pure lo sci nordico.

«Dopo che questa inchiesta sarà trasmessa, quando il governo lo scoprirà, sarà molto difficile per me continuare a vivere in Russia. La Russia non perdona questo genere di cose». Era la consapevolezza che accompagnava Julia nelle ultime fatiche in allenamento, sotto il sole di Rio, sulla sabbia di Copacabana. Una previsione che si è avverata. La Stepanova ha gareggiato in Brasile con la bandiera del Comitato Olimpico Internazionale e non è più tornata in Russia. Lei e il marito, suo complice, si sono trasferiti prima in Germania, poi negli Stati Uniti: il prezzo da pagare è l’esilio. L’ultima delle fatiche, per ora, che dovrà sopportare la ragazza venuta dal freddo di Kursk.

Tre Nord — Andrea Franzoso di Andrea Danneo e Matteo Bruzzese (testo) e Stefano Grassi (fumetto)

Andrea Franzoso è stato tenente dei carabinieri dal 2002 al 2005, quando è diventato capitano. Nel 2011 è entrato in Fnm come funzionario e ha svolto il lavoro di contabile. Nel 2013, in occasione di un corso di formazione sull’anticorruzione e il whistleblowing, organizzato per i dipendenti di Ferrovie Nord Milano, azienda in cui lavorava, si è interessato per la prima volta al tema della trasparenza aziendale. Andrea, che all’epoca faceva parte dell’ufficio di internal audit della sua azienda, si è mostrato da subito entusiasta delle tematiche trattate durante il corso e particolarmente interessato e curioso al whistleblowing.

Pochi mesi dopo, Andrea si è deciso ad andare dai Carabinieri per denunciare alcune irregolarità riscontrare nella gestione aziendale, già segnalate in un report di audit che aveva presentato internamente e che era stato poco apprezzato dai suoi superiori. Ha segnalato al Comitato di controllo e rischi dell’azienda le spese fuori controllo del presidente Norberto Achille e chiesto una verifica.

L’esito di quei controlli è stato sconvolgente: a febbraio 2015 l’organismo di vigilanza è stato informato del fatto che Achille aveva usato 600 mila euro dell’azienda partecipata per spese telefoniche e auto blu per i suoi familiari, ristoranti di lusso e vestiti firmati, scommesse o line, oltre che per saldare 124mila euro di multe prese dal figlio con una Bmw aziendale. Per la sua azione, Andrea si è anzi trovato a dover subire una sorta di isolamento da parte di molti colleghi e dei suoi superiori, è stato esautorato dai suoi incarichi e, infine, trasferito dalla funzione di internal audit ad un altro ufficio, con un ruolo marginale. È a questo punto che ha deciso di intentare causa alla sua azienda, chiedendo di poter essere reintegrato nella sua precedente mansione.

Franzoso si è appellato al giudice del lavoro, il quale però non ha accolto il ricorso per ragioni tecniche: per chi fa segnalazioni, per i cosiddetti whistleblower, non c’è tutela. La stessa tutela scritta su un disegno di legge che dallo scorso 21 gennaio giace in un cassetto della commissione Affari Costituzionali al Senato, e che da lì fatica a uscire. In Ferrovie Nord c’è stato un cambio di management dopo le dimissione di Achille, ma a poco è servito l’ingresso del nuovo presidente in quota Lega Nord Andrea Gibelli: Franzoso nel suo vecchio ruolo non è persona e si è licenziato.

Amici di Maria — Vincenzo Riboni di Francesca Oliva e Marianna Di Piazza (testo) e Roberta Muci (fumetto)

Vincenzo Riboni, classe 1950, primario dell’Ospedale San Bortolo di Vicenza, ha scoperto una chat su WhatsApp tra il personale del pronto soccorso. Qui medici e infermieri si sfidavano a usare aghi e cannule di grandi dimensioni per i prelievi sui pazienti. Il gruppo si chiamava Gli amici di Maria: un nome non casuale, ispirato al programma televisivo di Maria De Filippi, ma un attacco al dottor Riboni che di secondo nome fa proprio Maria. La sfida tra gli aghi grigi, più sottili, e quelli arancioni, con un diametro maggiore, si giocava sulla chat, dove veniva addirittura segnato il punteggio su un tabellone.

Di ritorno da una missione in Sierra Leone, Riboni è venuto a conoscenza del gruppo e ha smascherato due medici e sei infermieri che partecipavano al gioco crudele. I messaggi, pubblicati dal Giornale di Vicenza, erano inequivocabili: “Come va la sfida grigi contro arancioni?”. Un infermiere rivendicava: “Due arancio, uno grigio”. Un medico rilanciava: “Infilato un arancio or ora”. Incredulo, il dottor Riboni ha denunciato alla direzione dell’Ulss 6 «il coinvolgimento dei soggetti convocati in un dialogo per iscritto durante l’attività di servizio che evidenzia una intollerabile, inaccettabile e riprovevole strumentalizzazione dei pazienti nell’esercizio della professione». Secondo il medico, «non c’è giustificazione che tolleri superficialità, scherzi, battute e quant’altro».

La denuncia di Riboni ha portato a un procedimento disciplinare verso Gli amici di Maria che si è concluso però con sei archiviazioni e due richiami per uso improprio del cellulare durante le ore di lavoro. Il Sindacato delle Professioni Infermieristiche, Nursind, ha denunciato a sua volta il primario ai vertici dell’Ulss 6 e in procura. Il Nursind ha accusato il dottor Riboni di aver mentito: a difesa degli infermieri, il sindacato ha presentato la registrazione audio di una riunione, avvenuta prima della denuncia, tra il primario e i dipendenti per dimostrare la discordanza delle versioni. Secondo il segretario nazionale Andrea Bottega, «le dichiarazioni di Riboni sono false, la gara non è mai avvenuta». Mentre i partecipanti alla chat incriminata sono stati uno a uno trasferiti in altri reparti, il dottor Riboni, al termine di un procedimento disciplinare interno, è stato sanzionato con dieci giorni di sospensione dal lavoro senza stipendio. Il primario è stato inoltre obbligato a pagare i danni di immagine all’Ospedale San Bortolo.

Il Tribunale del Lavoro di Vicenza, a cui il dottor Riboni ha presentato ricorso, ha riabilitato il primario, oggi in pensione, e condannato l’Ulss 6 a pagare le spese. Secondo i giudici, Riboni si è comportato correttamente visto che segnalò subito all’Ufficio Procedimenti Disciplinari dell’Ulss la chat su WhatsApp ed espose ciò di cui era venuto a conoscenza, cioè l’esistenza di uno scambio di messaggi tra medici e infermieri del pronto soccorso, da cui era arrivato ad ipotizzare che la “gara degli aghi” poteva aver avuto luogo.

Rachid: quanto vale la parola di un carcerato? — Rachid Assarang di Francesco Altavilla (testo) e Gianmarco Pastore e Francesco Cavicchia (fumetto)

Rachid Assarag è un uomo. Rachid Assarag è un uomo di origini marocchine. Rachid Assarag è un uomo di origini marocchine accusato di violenza sessuale. Un reato odioso.

Dal 2008 sta scontando i 9 anni e 4 mesi di pena in carcere. Non in un carcere. Rachid ha infatti subito già 12 trasferimenti. Ora è a Torino.

La storia di Rachid è quella di un detenuto che si porta addosso un registratore, di nascosto, in carcere, per tre mesi. Da quei nastri, trascritti e pubblicati da L’Espresso emerge una realtà violenta e terribile fatta di pestaggi, omissioni e violenze. Morte. Rachid ha denunciato i suoi “custodi” per violenze, ma la parola di uno stupratore vale quanto quella di un secondino?

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