Freelance d’Italia: consigli per sopravvivere all’estero

di Gianluca Durno
Ouagadougou, Burkina Faso. Foto di Luca Pistone

Viaggiare, curiosare, raccontare in totale libertà. Sono questi i motivi che spingono molti giovani giornalisti italiani a intraprendere la carriera da freelance in un Paese estero. Ma cosa fa esattamente un giornalista freelance? Come sceglie le notizie? Come si prepara per un viaggio? Come e quanto viene pagato? Ma soprattutto, quali consigli hanno da dare i freelance in carriera ai giovani aspiranti? Ecco le testimonianze di quattro giovani, ma già esperti, giornalisti italiani che hanno scelto di lavorare fuori dall’Italia.

I luoghi dove vivono i quattro freelance intervistati

Vivere per raccontare, l’esperienza di Andrea de Georgio

Andrea de Georgio in Mali. Foto di Luca Pistone

Andrea de Georgio ha 31 anni e da quattro vive in Mali, dove lavora come giornalista freelance. È uno dei maggiori conoscitori di questo Paese dell’Africa occidentale, di cui ha raccontato anche la guerra del 2012. La passione per il giornalismo nasce quando era molto piccolo: «Ho deciso di fare questo mestiere perché unisce due mie grandi interessi: viaggiare e scrivere. Mia mamma era una scrittrice e mi ha trasmesso il suo amore. Purtroppo, se n’è andata quando ero piccolo e la scrittura mi collega a lei». Fare il giornalista freelance è sempre stato il lavoro dei sogni di Andrea: «Fin dagli anni liceo ho avuto in testa questo obiettivo e la mia tenacia è stata ripagata. Ho voluto dare senso e concretezza alle miei passioni, quindi ho impostato il mio futuro in modo da essere il più preparato possibile: mi sono laureato in studi islamici a Napoli e ho vinto il premio Cutuli grazie alla mia tesi che mi ha aperto le porte della redazione del Corriere della Sera con un stage. In quei mesi che ho capito che stare dietro una scrivania era quello che non avrei mai voluto fare».

Andrea inizia la carriera freelance assieme ad alcuni colleghi, vivendo on the road: «È stata una bella esperienza, da fare finché si è giovani. Poi però ti rendi conto che la schiena inizia a fare male, che è difficile, dispendioso e faticoso andare in giro con autobus comunitari. Ora continuo a viaggiare, ma ho deciso di fare il ‘corrispondente auto-inviato’: credo che sia l’unico modo per fare bene questo mestiere. Quattro anni fa mi sono trasferito stabilmente in Mali, dove vive mio fratello con la sua famiglia, ed è diventato la mia base operativa». In questo Stato Andrea ha iniziato a mettere radici e a costruirsi una fitta rete di contatti, indispensabili per il mestiere di freelance: «Per fare questo lavoro devi farti un mazzo tanto. Bisogna continuamente oliare gli ingranaggi e mantenere vivi i contatti. E soprattutto, questo tipo di giornalismo si fa ancora alla vecchia maniera, annusando, intervistando e stando sul posto. Ho deciso di fare del Mali la mia casa».

Andrea e i bambini del Mali. Foto di Malin Palm e Nakano

Il mestiere del freelance prende 24 ore su 24 e deve essere, allo stesso tempo, sempre di alta qualità: «Il lavoro non manca — spiega Andrea –, ma la qualità dei prodotti deve essere molto alta. Anche se, spesso e volentieri, si viene pagati poco, o, quanto meno, non si riceve un equo compenso. La speranza è che il giornalismo online prenda sempre più piede, soprattutto in Italia, in modo che si possano produrre una maggiore quantità di contenuti originali e che i media nostrani prendano più a cuore gli Esteri, perché, ora come ora, c’è scarso interesse».

Il lavoro più comune del freelance è sulle breaking news: «Sono quelle che ti fanno andare avanti, che garantiscono un’entrata economica. Però, personalmente, preferisco i lavori lunghi. Mi piace raccontare storie, capire le diverse angolature di un problema, decidere come raccontarlo a seconda del media da usare. Ora, per esempio, mi sto specializzando nei video: un mondo completamente diverso da quello della scrittura».

Andrea parla schietto e senza filtri, non saprebbe che consiglio dare a un giovane aspirante freelance se non «che non deve accettare consigli. Non voglio fare lo sborone, parlo con tutta franchezza: se avessi ascoltato i consigli dei giornalisti più anziani, non avrei fatto quello che ho fatto. Mi dicevano che il giornalismo era solo un lavoro da ricchi e che era difficile da fare. Invece, io dico che questo lavoro è possibile, che si può vivere di questo lavoro e che si può fare decidendo cosa scrivere e come scrivere in piena libertà».

Alcuni dei lavori di Andrea:

Nancy Porsia, “Il lavoro del freelance non s’improvvisa”

Nancy Porsia

Spostandosi verso Nord Est, sempre in Africa, c’è la Libia. In questo Paese dal presente incerto e tumultuoso vive e lavora da tre anni la giornalista freelance Nancy Porsia. Anche lei, come Andrea, è convinta che per fare il freelance all’estero «siano fondamentali diversi fattori: innanzitutto, conoscere bene la lingua del Paese in cui si vuole andare. Poi, avere un contatto fidato in quel luogo, andare vivere in quello Stato per conoscerlo, capirlo e raccontarlo come si dovrebbe. Questo lavoro non s’improvvisa, è frutto di fatica e preparazione. E poi è necessario un buon capitale economico di partenza. Io ho investito su me stessa una somma considerevole quando ho deciso di iniziare questa carriera».

Nancy ha sempre voluto fare la giornalista: «Ci sono nata — racconta –, da piccola ero curiosa e molto portata per le rielaborazioni. Sono sempre stata attratta dal lavoro del giornalista e ho sempre cercato di capire quali poteri ci fossero dietro il flusso delle informazioni in Italia. Ai tempi dell’università, infatti, ero una militante nella sinistra extraparlamentare».

Nancy Porsia al carcere per migranti di Zawya

Laureata in scienze della comunicazione a Roma, al terzo anno di studi nasce e cresce la “necessità”, come lei stessa definisce, di studiare la lingua araba: «Ed è in quel momento che il mio percorso specifico è iniziato — continua Nancy –. Anche se la svolta c’è stata quando sono andata a vivere a Damasco e in quel momento ho iniziato a parlare arabo veramente e a maturare grande interesse per la regione e per le dinamiche geopolitiche, che è ciò di cui mi occupo».

Il lavoro del freelance è «un lavoro di relazione: bisogna costruirsi una fitta rete di contatti e solo conoscendo bene il Paese in cui si lavora si può capire se sono affidabili. Anche se non si ha mai la piena certezza. All’inizio della carriera mi sono affidata ai consigli di colleghi che avevano un’esperienza trentennale. È stato importante per apprendere le basi di questo mestiere. I giovani che vogliono fare quest’esperienza devono tenere a mente questa cosa: non s’improvvisa niente, sopratutto in contesti delicati come in quello in cui lavoro io o Andrea de Georgio».

Il servizio di Nancy “Libia, Sky TG24 tra i migranti nel carcere di Tripoli”:

Foto, testi e video. I consigli di Luca Pistone

Luca Pistone con le combattenti YJA STAR del PKK a Matara, Iraq. Foto di Luca Pistone.

Un altro italiano emigrato per seguire la passione per il giornalismo è il fotografo e giornalista Luca Pistone. «Ho deciso di andare via dall’Italia quando ho capito che i media davano importanza solo agli Interni e al calcio». La voglia di viaggiare, la passione per gli Esteri, in particolare le zone di guerra, sono state le premesse per la sua carriera da freelance: «La mia esperienza inizia con un viaggio in Sud America appena iniziata l’università. Avevo taccuino e macchina fotografica sempre in mano. È stato allora che ho capito che era la mia strada».

Funerali di due giovani combattenti Ypg caduti a Kobane. Foto di Luca Pistone

E poi ancora viaggi e storie da raccontare, tra cui l’Iraq: «Mandavo molte mail alle redazioni italiane per collaborare, ma nessuna rispondeva. Allora mi sono buttato su quelle straniere, che invece si sono dimostrate disponibili. Da allora lavoro solo con media non italiani». Il consiglio per un giovane che voglia fare il freelance è tecnico: «Per essere al passo con i tempi bisogna specializzarsi nella produzioni sia di testi che di foto e anche di video. Sapere unire le tre specializzazioni permette di potersi vendere meglio nel mercato delle news».

Alcune fotografie di Luca:

Sara Manisera e i racconti dal Libano

Sulla destra, Sara Manisera in un campo profughi nella Bekaa.

Sara Manisera, 26 anni, è una freelance che lavora in Libano da un anno e mezzo. La passione per il giornalismo nasce per caso, lavorando alla tesi di laurea: «Mi sono laureata in scienze politiche e ho sviluppato la tesi con tecniche giornalistiche più che accademiche. Il mio lavoro riguardava lo sfruttamento dei migranti nelle campagne del sud Italia, il caporalato e le influenze dell’ndrangheta in quelle realtà, sopratutto nel comune di Rosarno. Ho iniziato a scrivere dei diari su questi temi per un sito d’informazione e sensibilizzazione che si chiama Stampo Antimafioso. Da qui è nato tutto».

Poi la borsa di studio e la possibilità di fare un’esperienza all’estero: «Ho scelto il Libano perché mi sembrava più interessante come Paese ed era più inerente al mio piano di studi. Una volta arrivata, mi è bastato guardarmi intorno ed essere curiosa per trovare molte storie da raccontare. Ed è quello che fatto, semplicemente». Sara non si occupa di breaking news, «prediligo raccontare storie lunghe, che necessitano di più lavoro. Mi piace parlare con le persone, scoprire cosa hanno da dire».

Sara Manisera in un autoscatto

Per quanto riguarda il mercato delle news, Sara lavora solo con media stranieri: «In Italia c’è poco interesse per gli Esteri e sopratutto pagano poco. Io penso che se un giornalista realizza un prodotto di qualità debba essere pagata in modo adeguato. Anche perché vivere all’estero è costoso e non si può svendere il nostro lavoro». Il consiglio che darebbe a chi vorrebbe fare il freelance è «crearsi una vasta rete di contatti perché sono fondamentali in questo mestiere. Non si deve avere timore di contattare giornalisti più esperti, che lavorano già sul campo. Sono tutti molto disponibili e possono dare consigli preziosi».

Alcuni pezzi di Sara scritti per Aljazeera:

Gianluca Durno on Twitter @10Janly