L’arte nascosta: viaggio nei depositi milanesi del Mudec e delle Gallerie d’Italia

di Marco Castro, Elisa Conselvan, Francesca Conti, Federica Guidotti e Ilaria Mauri

Credits: Gallerie d’Italia

È noto che tutti i musei del mondo, i grandi e i piccoli, le collezioni private e i musei statali, espongono al pubblico solo una parte del proprio patrimonio. Molte opere, infatti, anche di autori famosi, vengono conservate nei depositi dei musei senza venire mai fruite dai visitatori; in altri casi, invece, il materiale custodito negli archivi viene ciclicamente alternato con quello mostrato nelle sale. Anche i porti franchi, magazzini privati nati nel XIX secolo per la conservazione temporanea di beni alimentari e merci industriali, sono luoghi dove collezionisti facoltosi custodiscono le opere d’arte su cui hanno investito. Situati spesso in Paesi e città dove vige un regime fiscale favorevole, come Svizzera, Singapore, Monaco, Lussemburgo e Stati Uniti, essi rischiano di essere un posto dove le opere d’arte vengono parcheggiate senza lo scopo, per molti più nobile, della fruizione da parte del grande pubblico.

Ma che effetto producono queste scelte sull’arte stessa? L’artista contemporanea Julia Wachtel ha affermato: «Idealmente, mi piacerebbe che le mie opere fossero esibite anziché tenute in un magazzino».

Al contrario, Eli Broad, rinomata collezionista d’arte moderna di Los Angeles, sostiene che «trattare l’arte come una merce qualsiasi e segregarla all’interno di un magazzino è un atteggiamento non etico». Il direttore del Louvre, Jean-Luc Martinez, è dello stesso parere: «I porti franchi sono il più grande museo nascosto al pubblico. (…) Le opere d’arte vengono create per essere esibite». Ma non tutti sono d’accordo. Secondo David Nash, proprietario di una galleria d’arte a New York, «i quadri non sono un bene pubblico» e concordano con lui tutti coloro che pensano che l’arte nasca come proprietà privata e che il pubblico abbia già accesso a molte opere.

Per alcuni si tratta di una questione puramente economica: esporre più opere possibile è una necessità, soprattutto per i musei più recenti e per quelli più piccoli, perché «collezionare arte non è mai stato così costoso»: una volta comprata un’opera, infatti, «i costi del deposito possono essere proibitivi». Per altri, invece, soprattutto per i curatori più anziani, la conservazione e la ricerca sono una priorità: «Il nostro compito è tutelare le opere, quindi anche conservarle nel migliore dei modi», come dichiara Frank Kelly della National gallery of art di Washington, che ha ricordato anche come questo gli permetta di prestare le opere per farle esporre in altri musei.

Panoramica di una delle sale del deposito del Mudec

Un vero e proprio elogio dei depositi si legge ne Il libro dei musei, scritto nel 1991 da Alessandra Mottola Molfino, ex direttore del Museo Poldi Pezzoli di Milano:

I depositi sono uno strumento essenziale per la conservazione delle opere e dunque indispensabili alla vita di un museo. Le opere in deposito hanno molte più possibilità di sopravvivere nel tempo a quelle esposte al pubblico. Musei distrutti dalle guerre si sono rifatti recuperando le opere che avevano conservato nei depositi fuori sede. Nei depositi gli storici dell’arte fanno di solito le loro più interessanti scoperte.

Ma se l’importanza di questi luoghi è cruciale per il sistema museale e per l’arte in generale, come dovrebbero essere i depositi? Se lo chiede l’autrice:

In un museo, come in un iceberg, ¾ dello spazio sono sommersi, non si vedono: sono i depositi e i servizi. Utili quelli centralizzati per tutti i musei di una città (un esempio è il “Museum Support Center” di Washington), collocati in un grande edificio progettato ad hoc, attrezzato e fuori città. Per essere meglio climatizzati i depositi dovrebbero essere divisi per tipologie di materiali (legni, carta, tessili, metalli). Depositi temporanei, diversi, interni al museo dipendono direttamente dalle attività che si svolgono nel museo stesso: attività educative, di esposizione temporanea, di ricerca, di conservazione, di catalogazione; e vengono ordinati di conseguenza.

Una tendenza degli ultimi anni, rivelatasi una scelta vincente, è quella di aprire saltuariamente i depositi al grande pubblico, come l’iniziativa In and Out of Storage di qualche mese fa al Mauritshuis de L’Aia. Per l’artista e scrittore Crystal Bennes si tratta di una scelta quasi obbligata per le istituzioni pubbliche, responsabili sia della conservazione delle opere sia della loro divulgazione.

Uno scorcio delle Gallerie d’Italia

Il 20 gennaio 2016 la rivista digitale statunitense Quartz ha pubblicato una ricerca sul patrimonio artistico conservato in venti musei di sette Paesi diversi, tra cui il Moma di New York e l’Ermitage di San Pietroburgo, concentrandosi su più di duemila opere di tredici artisti famosi, come Cézanne, Monet e Schiele. Dallo studio, divulgato in Italia da Internazionale con il titolo Gran parte delle opere d’arte è nascosta nei depositi dei musei, è emerso che gran parte delle opere d’arte di tutto il mondo si trova, effettivamente, nei depositi e che « in genere i grandi musei espongono circa il cinque per cento della loro collezione». Molte opere fanno parte di “collezioni da studio” che i musei non espongono in quanto ritenute poco interessanti per i visitatori, ma importanti per la ricerca. Il pubblico, infatti, è attratto dagli artisti famosi, ed è proprio questo il criterio che guida la scelta dei direttori dei musei: come si evince dal grafico della ricerca: « I musei espongono a rotazione le opere più importanti, mentre quelle di nicchia potrebbero non lasciare mai i depositi, a meno che non abbiano bisogno di interventi conservativi».

Ann Temkin, conservatrice del Moma, in un articolo del 2010 ha riflettuto sui pericoli di collezioni in crescita esponenziale, evidenziando il rischio che i depositi comincino a somigliare a cimiteri che nessuno visita più. Proprio per ovviare a questo rischio, tuttavia, alcuni musei hanno optato per soluzioni di open storage, che prevendono, ad esempio, teche di vetro e scaffali scorrevoli per rendere possibile la fruizione delle opere.

In Italia esiste un pregiudizio nei confronti di questi depositi, «demonizzati come regni di polvere, di abbandono, di oblio, di colpevole negligenza», come ha scritto il Corriere della Sera in un recente articolo. La realtà è che sarebbe impossibile esporre tutti i pezzi accumulati nel corso dei secoli dal nostro Paese, così ricco dal punto di vista del patrimonio storico, culturale e artistico.

Credits: Gallerie d’Italia

Antonella Recchia, segretario generale del ministero per i Beni e le attività culturali, spiega: « I musei sono composti dai grandi capolavori, anche di richiamo, e da collezioni che cambiano continuamente, alternando pezzi esposti a lungo con quelli conservati nei depositi, (…) in eccellenti condizioni climatiche. Il deposito è utilissimo per gli scambi internazionali, per le mostre temporanee e per i periodi in cui, a turno, tutte le opere devono essere doverosamente sottoposte a verifiche e restauri. E poi esporre tutto e tutto insieme, per pura ipotesi, provocherebbe solo una saturazione e un conseguente rifiuto: immaginiamo sale e sale solo di anfore romane…. Tutti i responsabili dei principali musei del mondo sanno benissimo quanto sia essenziale poter contare su depositi ricchi, ben tenuti, curati». Dal suo punto di vista, quindi, l’Italia si conferma in linea con gli standard degli altri grandi musei europei. Per capirne di più abbiamo visitato i depositi di due musei milanesi di recente apertura: il Mudec Museo delle Culture e le Gallerie d’Italia di piazza Scala.

Mudec — Un museo nel museo

Due antichi vasi conservati nel deposito del Mudec

«Un biglietto per il deposito, per piacere!». Quella che oggi appare come una richiesta insolita, potrebbe presto rivelarsi una possibilità concreta per il deposito del Mudec, il Museo delle Culture di Milano.

Sviluppatosi negli anni Novanta parallelamente alla nascita del museo, il magazzino del Mudec comprende un numero di opere così elevato da rovesciare il classico rapporto tra numero di oggetti esposti all’interno di una collezione permanente e numero delle opere di un deposito.

Alcune opere conservate nei depositi del Mudec

Una tale mole di oggetti e materiali da avere bisogno di una collocazione precisa e fruibile al pubblico. Per questo il deposito è visitabile su appuntamento e gli oggetti sono esposti secondo un criterio di tipo geografico, ovvero suddivisi nelle sezioni di Cina, Giappone, Africa, Americhe, Oceania.

Il deposito del Museo delle Culture, cuore pulsante della struttura museale, è il bacino da cui attingere per tutti i progetti di esposizione, come spiega Carolina Orsini, una delle sue conservatrici.

Il deposito è anche un luogo di incontro per antropologi e studiosi interessati al suo patrimonio e, grazie ai suoi spazi ampi e adatti alla conservazione sicura degli oggetti esposti, ospita diverse lezioni universitarie.

All’interno del deposito sono conservati materiali delicati, che vengono esposti con una turnazione di circa 3 mesi, in continua osmosi con gli oggetti presenti nella collezione permanente.

Niente biglietto, per ora, ma il deposito è visitabile tramite appuntamento ed è il luogo ideale per scoprire come gli oggetti riposino e si rinnovino durante i restauri.

Gallerie d’Italia — Viaggio nel caveau dell’arte

Il deposito-caveau delle Gallerie d’Italia

Da caveau della Banca Commerciale Italiana all’inizio del XX secolo all’odierno contenitore di una delle più importanti collezioni d’arte del Novecento: il deposito delle Gallerie d’Italia di Piazza Scala a Milano non è un posto qualunque.

Un luogo che un tempo veniva utilizzato per contenere cassette di sicurezza con oggetti e materiali preziosi e che oggi, invece, si è trasformato in un deposito attrezzato per custodire opere d’arte. L’architetto De Lucchi si è occupato della trasformazione, mantenendone la funzione e l’atmosfera e dando una nuova vita allo spazio espositivo: rimane l’idea di deposito, che diventa luogo di conservazione di opere d’arte, ammirabile attraverso un cancello metallico.

Da luogo chiuso e inaccessibile, il caveau diventa quindi uno spazio che mantiene integro il suo fascino e allo stesso tempo accoglie e incuriosisce il pubblico, apre a nuove prospettive, fa intravedere ciò che non è possibile mostrare nelle sale museali e che potrà essere protagonista di esposizioni future.

«Quando si è deciso di creare qui il museo di Banca Intesa, le oltre 5900 cassette di sicurezza sono state spostate in un altro edificio e lo spazio è stato riadattato per ospitare opere d’arte - spiega l’operatrice museale Lucia Mandressi - e c’è stata l’installazione di una serie di rastrelliere in grado di esporre fino a 500 pezzi, a seconda della grandezza». Un numero considerevole e necessario, vista la vastità della collezione d’arte dell’Istituto. Non essendo un museo, il caveau non ha una suddivisione cronologica né tematica. Inoltre il suo aspetto cambia spesso, visto che molte opere escono per essere esposte o prestate ad altri musei. Il deposito è generalmente chiuso al pubblico ma viene aperto una volta al mese con visite guidate.

L’ingresso del caveau delle Gallerie d’Italia

«Ci sono anche depositi meno eleganti di questo a Napoli, Roma e Vicenza» afferma Giovanni Morale, coordinatore delle Gallerie d’Italia di Piazza Scala, che sottolinea anche la delicatezza del lavoro di restauro di queste opere. «Vista la vastità e la varietà di una collezione che comprende tra le altre cose tappeti, ceramiche, orologi e numismatica, ci si affida ai laboratori di restauratori specialisti. Naturalmente tutto il patrimonio è catalogato, assicurato e valutato e ovviamente per tutti i movimenti ci avvaliamo di operatori professionisti».

L’arte esposta qui è prevalentemente italiana anche se non mancano delle eccellenze straniere come un dipinto del 1963 di Pablo Picasso e una tela del pittore surrealista Max Erst. C’è un’ala dedicata alla “poesia visiva”, con opere di Emilio Sgrò ed Eugenio Miccini, e uno spazio in cui spiccano i lavori di Lucio Fontana, Mimmo Rotella e Piero Manzoni, giusto per citarne alcuni. Da non dimenticare infine, la Pisana di Arturo Martini, gesso degli anni Trenta rappresentante una fanciulla distesa. Il colpo d’occhio dell’ambiente è suggestivo, grazie al contrasto tra le opere, che attraversano l’arco temporale del Novecento, e la struttura in ferro del caveau realizzata tra il 1906 e il 1911.

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