Le grandi dighe e il rischio sismico in Italia

Il racconto di un Paese con oltre cinquecento invasi, molti dei quali proprio là dove la paura per il terremoto si fa più concreta

di Antonio Di Francesco e Ilaria Mauri

Cinque mesi fa, l’Italia ha conosciuto una delle sequenze sismiche più lunghe mai vissute sul suo territorio. L’incubo è iniziato lo scorso 24 agosto, quando il sisma ha spezzato 290 vite tra il reatino e l’ascolano, e non sembra voler dare pace nemmeno adesso alle popolazioni del Centro Italia. L’ultimo evento sismico, quello del 18 gennaio, ha esasperato una situazione già difficile, aggiungendo un ulteriore elemento di apprensione: le grandi dighe presenti sul territorio italiano e il potenziale rischio che possono arrecare. Lo mette nero su bianco la Commissione Grandi Rischi: «I recenti eventi hanno prodotto importanti episodi di fagliazione superficiale, che ripropongono il problema della sicurezza delle infrastrutture critiche quali le grandi dighe», scrivono i tecnici nel report del 20 gennaio 2017. Come confermato dal presidente della Commissione, Sergio Bertolucci, la zona che desta maggiore preoccupazione è quella di Campotosto, in provincia de L’Aquila, dove sorgono tre sbarramenti artificiali. Uno di questi, quello di Rio Fucino, è lambito dalla faglia sismica dei Monti della Laga, ritenuta attiva dai sismologi. L’ente gestore della struttura, Enel S.p.a., ha provveduto tuttavia a smorzare i toni allarmistici, confermando che i recenti eventi sismici non hanno arrecato alcun danno alla diga, il cui volume di invaso è stato comunque preventivamente ridotto. Eppure la paura che una scossa sismica di intensità rilevante possa lesionare le strutture, e quindi produrre un rischio idraulico, resta alta. Del resto, le immagini dei disastri del Gleno e del Vajont sono ancora nitide nella memoria di molti.

Secondo l’elenco censito dalla Direzione Generale per le Dighe e le Infrastrutture idriche ed elettriche del Ministero dei trasporti, le grandi dighe di competenza statale sono 534. Per grandi dighe si intendono quelle superiori ai 15 metri di altezza o che determinano un volume di invaso sopra al milione di metri cubi. Generalmente, le opere di sbarramento vengono realizzate al fine di regolare il deflusso dell’acqua del corso sul quale vengono costruite. L’invaso di accumulo idrico può essere utilizzato per finalità molteplici: produzione energetica, riserva idrica ad uso idropotabile o irriguo, laminazione delle piene per ridurre il rischio idraulico.

Pertanto, come spiega Paolo Chiarini, ingegnere civile ambientale, «gli invasi artificiali sono opere civili che assolvono a più funzioni, richieste a beneficio della popolazione; di per sé rappresentano già un sistema di prevenzione dal rischio idraulico». Insomma, le dighe sono opere complesse, ma generalmente sicure. Eppure, continua Chiarini, «qualora presentino particolari problematiche, siano soggette a danneggiamento o siano sottoposte a eventi naturali, possono rappresentare un potenziale pericolo». È importante, quindi, che tali infrastrutture siano ubicate in luoghi adatti, opportunamente dimensionate e progettate e, ovviamente, gestite in maniera accurata.

Le norme tecniche per la progettazione e la costruzione degli sbarramenti di ritenuta sono contenute nel D.M. 26 giugno 2014, le cui finalità, si legge nel testo, «sono quelle di assicurare, anche in caso di eventi estremi, la permanenza della funzione di contenimento dell’acqua di invaso e della funzionalità degli organi necessari alla vuotatura controllata del serbatoio».

Diga di Campotosto

Il Rischio diga, vale a dire il rischio legato alla presenza di invasi in un territorio, è generalmente dovuto a due aspetti: eventi naturali e stabilità strutturale dell’opera. Ma non basta. Come spiega ancora Paolo Chiarini infatti, «ci sono diversi parametri da prendere in considerazione per poter definire la pericolosità di una struttura. La vetustà, innanzitutto. Le dimensioni, le caratteristiche strutturali, la stabilità dei versanti circostanti, poi. E, ovviamente, la situazione presente a valle (gli elementi che possono essere colpiti da un eventuale danneggiamento) e la sismicità dei luoghi in cui si trova l’invaso. Solo la concomitanza di questi fattori può permettere di individuare quali dighe, fra le oltre 500 presenti sul territorio nazionale, possano risultare potenzialmente più pericolose».

Noi abbiamo incrociato questi parametri, cercando di capire quali invasi in Italia potrebbero rappresentare un ipotetico rischio per le popolazioni a valle.

La mappa interattiva

La mappa interattiva è consultabile al link seguente:

Diga di Pozzillo, Regalbuto (CA)

Diga di Pozzillo

La diga di Pozzillo si trova nel cuore della Sicilia, a cavallo tra le provincie di Enna e Catania, tra le ultime propaggini dei monti Erei e i monti Nebrodi. L’invaso, costruito in prossimità del comune di Regalbuto e gestito da Enel S.p.a., è stato realizzato per assicurare l’irrigazione degli agrumeti di parte dell’Ennese e della piana di Catania, oltre che per alimentare una centrale idroelettrica. I lavori per la realizzazione di questa grande opera pubblica iniziarono nei primi anni Cinquanta e furono ultimati nel 1959. Quasi dieci anni per completare un progetto fortemente voluto dalla Regione Sicilia e dallo Stato, iscritto in un complesso di opere finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno per incanalare le acque dei fiumi Salso e Simeto. Un’infrastruttura rilevante per l’economia della zona, che però da anni è al centro di polemiche per lo stato in cui si trova. Nessuna manutenzione, nessun intervento straordinario né tantomeno pulizia dei depuratori: da progetto la capacità d’invaso della diga era di 141 milioni di metri cubi. Ora è ridotta a 115. L’ingegnere Ascenzio Lociuro, capo settore manutenzione del Consorzio per la Bonifica di Enna, spiega così la situazione: «I problemi sono sorti con l’alluvione del 1972–73, quando il fango ha iniziato ad accumularsi sul fondo dell’invaso, causando interrimento. Negli anni non sono stati mai fatti interventi sostanziali di pulizia né di bonifica e ora gli scarichi di fondo sono diventati inutilizzabili. L’accumulo di fango, inoltre, impedisce di effettuare le necessarie verifiche antisismiche su un’opera progettata e costruita quando le attuali norme non esistevano ancora. È fondamentale intervenire al più presto, per ripristinare la quota d’invaso iniziale e per adempiere alle necessarie verifiche».

Al momento non si corrono rischi, soprattutto perché l’invaso non è mai al massimo della portata, ma un eventuale innalzamento delle acque potrebbe generare problemi. «Negli anni sono stati fatti diversi progetti d’intervento — prosegue Lociuro — ma ancora nessuno è stato messo in atto. È mancata la volontà politica e non si è mai trovato un accordo tra Regione Sicilia e Enel. Quest’ultima rifiuta la presa in carico di qualsiasi intervento di manutenzione straordinaria, lasciando gli oneri ai vari consorzi di bonifica e agli agricoltori che usufruiscono delle acque. Inutili le proteste di quest’ultimi, che ogni anno scendono in piazza per reclamare gli interventi di cui la diga necessita».

Il Patto per la Sicilia, firmato dall’ex Primo ministro Matteo Renzi e il Presidente della Regione Rosario Crocetta, dovrebbe sbloccare i finanziamenti necessari per superare la situazione di impasse che si è creata attorno all’opera. I lavori sembrano già in preventivo e alcuni progetti sono stati depositati. «Stiamo già predisponendo una serie di interventi finalizzati al recupero dello scarico attualmente occluso», spiega Girolamo Andrea Cicero, Enel S.p.a., l’ente gestore dell’invaso. «Abbiamo già definito la cronologia progettuale di concerto con Regione Sicilia e Ministero».

Diga del Salto e diga del Turano, Rieti

Lago del Salto. ©Disarmonico, Instagram

Progettate nel 1916 dall’ingegnere Guido Rimini, la diga del Salto e quella del Turano vennero costruite dalla Società Terni, nel contesto di una serie di opere idrauliche finalizzate a risolvere la questione della bonifica della Piana Reatina. La diga del Salto è posta a sbarramento dell’omonimo lago, il bacino artificiale più grande del Lazio, creato dove un tempo sorgeva Borgo San Pietro, frazione del comune di Petrella Salto. A poco più di 50 chilometri di distanza, sorge la diga del Turano, costruita in una gola nei pressi del comune di Posticciola. Vennero impiegati 286 mila metri cubi di calcestruzzo per uno sviluppo di 256 metri ed una altezza di 79 metri. I lavori iniziarono nel 1938 e la diga fu inaugurata il 13 dicembre del 1939.

Oggi, le acque dei due bacini hanno una portata complessiva di 35 m³/s e alimentano la centrale idroelettrica di Cotilia, che riceve le acque tramite una galleria forzata lunga 11,8 km. I due invasi si trovano in un’area caratterizzata da un rischio sismico medio-alto: secondo la classificazione della Protezione Civile infatti, le dighe sorgono in zona 2, dove è possibile il verificarsi di forti terremoti. «Nonostante le recenti polemiche sulla diga di Campotosto, non si avverte preoccupazione tra la popolazione», spiega Pino Lunziani, funzionario dell’Ufficio Tecnico del comune di Petrella Salto, in provincia di Rieti. «Di recente sono stati fatti interventi di manutenzione, ma si è trattato di lavori ordinari». Anche l’ente gestore delle due dighe, Erg S.p.a., conferma che non ci sono evidenze che facciano temere eventuali spostamenti o anomalie dopo le scosse telluriche degli ultimi mesi. La diga del Salto è stata recentemente adeguata secondo la vigente normativa anti-sismica, mentre gli interventi a beneficio dell’invaso del Turano dovrebbero partire il prossimo anno.

Diga del Turano

Si ringraziano Ciro Spataro, Andrea Borruso e G.B.Vitrano di Opendata Sicilia per aver collaborato alla realizzazione della mappa interattiva

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