Pokémon Go, il virtuale è ormai realtà (aumentata)

di Antonio Di Francesco e Francesca Oliva

Nel giro di un mese, l’app ha fatto registrare numeri impressionanti in termini di download. Un boom che forse ha colto di sorpresa perfino gli sviluppatori di Niantic. Quali sono i motivi di un tale successo?

Chi si aspettava il classico tormentone estivo o l’ultima tendenza in fatto di moda sarà rimasto probabilmente deluso. L’estate 2016, infatti, ha avuto un unico grande protagonista: il fenomeno Pokémon Go. Dal 6 luglio, data del release ufficiale, il numero dei download non accenna a diminuire e si avvia a toccare quota 100 milioni. Un successo che forse ha colto di sorpresa gli stessi sviluppatori, già all’opera per correggerne i difetti e pensare alle possibili evoluzioni. John Hanke, CEO di Niantic, la società che ha sviluppato l’app in collaborazione con Pokémon Company International, ha annunciato nuovi miglioramenti, convinto che il gioco abbia espresso al momento soltanto un decimo del suo potenziale. In attesa dei perfezionamenti, abbiamo provato a fare luce su quello che sembra aver assunto i contorni di un fenomeno sociale, cercando di comprenderne i punti di forza e i difetti.

Pokémon Go è innanzitutto un fenomeno trasversale, capace di attrarre appassionati di vecchia data e neofiti della serie. Il combinato geolocation e realtà aumentata funziona, ma in termini tecnologici non è certo una novità. Già altre applicazioni, infatti, si basano su questo tipo di sistema: Ingress, per esempio. Eppure, molti dei precedenti prodotti sono rimasti confinati a una stretta cerchia di appassionati, sconosciuti a un pubblico mainstream. «Gli sviluppatori di Niantic hanno saputo abbinare un tema conosciuto e amato, che è parte dell’immaginario di molti adolescenti e adulti, con il fascino della realtà virtuale», spiega Giuseppe Riva, docente di Psicologia della Comunicazione dell’Università Cattolica di Milano.

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A fare la differenza, inoltre, è il brand, quello che è probabilmente mancato a Ingress. Il marchio Pokémon è in qualche modo associato alla dimensione personale di chiunque, giovani e meno giovani. «È come parlare della Fiat 500», prosegue Riva. «Come mai, indipendentemente dai modelli, è l’auto più venduta in Italia? Perché ha una dimensione storica che si associa ai tempi correnti. Lo stesso accade con Pokémon Go: se un franchise è legato alla storia di un individuo, questo penetra nella sua personalità. Ogni volta che il brand torna, il soggetto lo ricorda e lo attualizza».

Macosa attrae, invece, chi non si è mai sentito un ‘allenatore’, eppure si ritrova a girare per le città, con gli occhi incollati allo schermo dello smartphone? Qui entra in gioco una valenza ulteriore che sta facendo la fortuna di Niantic: il collezionismo. La soddisfazione di trovare un Pokémon, catturarlo e mostrarlo agli altri giocatori. «In questo aspetto, Pokémon Go ha una fortissima valenza sociale», spiega Stefano Triberti, dottore di ricerca in Psicologia presso l’Università Cattolica di Milano. «Condividere un’esperienza, scambiarsi oggetti e confrontarsi con gli altri giocatori è una forma di divertimento molto più antica, per certi versi molto più semplice rispetto a quella che può dare un gioco comunemente inteso». Insomma, una caccia al tesoro universale con tecnologie 3.0.

L’app più scaricata di sempre, però, ha dei difetti. Innanzitutto, il sovraccarico dei server per eccesso di richieste di connessione: quando migliaia di utenti tentano contemporaneamente di connettersi, il gioco non parte o va in crash. «Questo accade spesso con i videogiochi di recente uscita», spiega Lorenzo Bortolato, ideatore e conduttore del programma radiofonico N.E.R.D su PoliRadio, web radio ufficiale degli studenti del Politecnico di Milano. «Gli sviluppatori sbagliano a prevederne la diffusione e l’utilizzo continuo causa un sovraccarico. Con un gioco come Pokémon Go che richiede una connessione a Internet continua, purtroppo accade di frequente».

«Inoltre — continua Bortolato — la dinamica di combattimento è piuttosto banale, si discosta parecchio da quella sviluppata anni fa per i Game Boy. Viene meno l’aspetto interattivo perché manca la possibilità di scambiare i Pokémon e di competere con altri giocatori».

Su questo fronte si attendono novità da San Francisco, dove Niantic ha il suo quartier generale. Intanto, molti giocatori manifestano il loro disappunto. Rita, studentessa dell’Università degli Studi di Milano, è una di loro: «Ho scaricato l’applicazione, ma l’ho trovata deludente», spiega. «Il gioco per il Game Boy permetteva di sfruttare molte più funzionalità, che speravo di ritrovare nell’app. Manca l’interazione tra i giocatori e girare da solo per la città non fa altro che isolare dall’ambiente circostante».

Quella dell’isolamento è senza dubbio la critica che viene mossa più spesso ai videogame. Ma è davvero così? E soprattutto, la tecnologia di Pokémon Go incentiva l’isolamento?

Giuseppe Riva crede di no: «Il punto di forza di questa applicazione sta nel recupero della socialità. Obbliga a una reale collaborazione con gli altri giocatori e facilita la vicinanza fisica, da sempre il cuore della comunicazione faccia-a-faccia». Sentirsi parte di una comunità aiuta a migliorare l’interazione sociale: molti utenti hanno riferito di aver incontrato vecchie conoscenze e di aver stretto nuove amicizie. Merito, anche, dei raduni organizzati nelle principali città italiane: da Milano a Roma, da Torino a Napoli, migliaia di ‘allenatori’ hanno invaso le piazze alla ricerca di Pokémon.

Ma i risvolti positivi non si fermano di certo all’aspetto sociale. Per scovare i Pokémon, infatti, si cammina a volte così tanto che alcuni hanno preso a decantare le virtù dell’applicazione come strumento di esercizio. Altri, affetti da disturbi depressivi, hanno perfino detto di essersi sentiti stimolati ad alzarsi dal letto. Da questo punto di vista, Pokémon Go può essere visto come una ‘sfida’ per chi soffre di depressione. Può aiutare le persone a esprimere se stesse e a trarre beneficio dal mix tra realtà aumentata e mondo concreto. L’obiettivo, per chi è depresso, è aumentare i livelli motivazionali per uscire di casa, fino a quel momento inesistenti. L’impatto del gioco può portare a notevoli benefici perché l’app punta molto sull’interazione con il mondo esterno, incoraggiando la conoscenza di edifici e monumenti storici (dove si trovano i PokéStop) e il contatto con gli altri giocatori sulla mappa.

Molto, forse tutto, lo si deve al fascino della realtà aumentata, che permette l’interazione tra il mondo reale e quello digitale, fantastico, popolato dai Pokémon. «Il virtuale ha sempre attratto perché rappresenta una fuga dal reale, un universo parallelo che può diventare alternativo», commenta Riva. Tentiamo ogni giorno di fuggire dalla realtà e ci rifugiamo in mondi nei quali tutto è rassicurante e stabile. Nei videogame possiamo vivere quelle esperienze che non ci sono possibili nella vita quotidiana. «Un’avventura virtuale può avere degli effetti positivi sulla persona, come accade con un’esperienza vera, reale», spiega Triberti. «Un videogioco può insegnarci dei valori e mostrarci dei nuovi modi per interagire con quello che ci circonda».


C’è però un’altra faccia della medaglia, meno positiva, che riguarda i rischi cui si può andare incontro vivendo un’avventura virtuale. Su questo punto hanno insistito molto i detrattori del gioco, le cui argomentazioni, tuttavia, non convincono tutti. «Di certo ci sono dei rischi legati a quest’app. Per esempio, in molti sono alla ricerca dei Pokémon anche mentre sono alla guida e questo può aumentare il numero di incidenti stradali. Ma si tratta di rischi connessi a qualsiasi videogioco, non di casi specifici legati all’applicazione», puntualizza Triberti.

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Come qualsiasi altro fenomeno che ha avuto un forte impatto sulla società, Pokémon Go ha sollevato polemiche e tanti interrogativi. In molti si sono posti il problema dell’eccessivo estraniamento causato dalla realtà aumentata, che porterebbe a una perdita di contatto con il mondo reale. Il rischio più grande, quindi, sarebbe la suggestione di un mondo illusorio, potenzialmente competitivo con quello quotidiano.

Ma è davvero così? «I comportamenti psicotici, di incapacità di distinguere la realtà dalla fantasia, sono molto rari. In genere si tratta di persone con diagnosi pregresse di schizofrenia paranoide, cui si aggiungono delle suggestioni legate ai videogiochi di cui sono appassionati», analizza Triberti, autore, insieme a Luca Argenton, del libro Psicologia dei videogiochi — Come i mondi virtuali influenzano mente e comportamento (Apogeo, 2013). «Una persona ‘sana’ non corre il rischio di perdere il contatto con la realtà. Una sessione di gioco lunga e coinvolgente può causare delle allucinazioni temporanee, il cosiddetto Game Transfer Phenomena (GTP). Ma la strada è lunga per parlare di un’incapacità di distinguere la realtà dalla fantasia. Per esempio, una persona che ha trascorso tutto il giorno a caccia di Pokémon potrebbe esprimere la tendenza a catturare un animale reale, ma si renderebbe subito conto dell’equivoco e lo troverebbe divertente».

Insomma, tutto gioca — come è ovvio che sia — sull’utilizzo che se ne fa. C’è chi ha deciso di lasciare il posto di lavoro per collezionare tutti i Pokémon e completare il proprio Pokédex, come il giovane neozelandese Tom Currie, e chi, come Federico, studente dell’Università degli Studi di Milano, non ha neanche scaricato l’app, ritenendola incompatibile con i propri impegni.

A voi la scelta.