ἐπανόρθωσις

(Questa è l’estensione diabolista di un post uscito sul Vecchio Malesangue in versione più leggera. Io preferisco questa.)


Se gli artigiani diventano maker, il destino degli scrittori è quello di diventare tutti degli infallibili storyteller? Ovviamente esagero. Com’è noto, il termine maker designa soprattutto gli artigiani digitali o, più in generale, un artigianato che proviene da una cultura tecnologica legata non solo alla Rete. Insomma, in questo caso l’ingresso di un termine anglosassone nel nostro vocabolario non va a impoverirlo. Se da un lato perdiamo la radice artistica, evocativa e affascinante, del termine nostrano, da un altro guadagniamo evidentemente in complessità e ampliamento del campo semantico della singola parola.

Cosa accade invece se l’invasione di termini anglosassoni, legati soprattutto alla cultura digitale, arriva a toccare anche il secondo mestiere più antico del mondo, quello cioè dello scrittore? Potremmo dire: niente. In fondo lo scrittore è anche uno storyteller, uno che racconta storie. Ma sappiamo anche che lo storytelling è soprattutto inteso come tecnica e che lo storyteller, in buona sostanza, è colui che la applica. Una tecnica che proviene dalla narrativa ma che trova applicazione anche in altri campi.

Avete mai assistito alla presentazione di un progetto aziendale? Ci mandano quelli che sanno raccontare, appunto. Che sanno raccontare in maniera implacabile. Perfetti, infallibili, divulgatori di un’idea o di un modello di business sotto forma di storia congegnata nei minimi dettagli. La vostra attenzione non deve calare per nulla al mondo. La storia è progettata (appunto) per influenzare, convincere. In alcuni casi deve piazzare un prodotto. È una storia di successo e lo storytelling, per com’è spesso inteso, serve a raccontare soprattutto storie di successo. Se non le storie, almeno la tecnica usata dovrà dare l’impressione di avere in qualche modo a che fare col successo.

Poi c’è la letteratura. Al pari della pittura o del teatro, è una forma d’arte che non va confusa o fatta coincidere col semplice storytelling. La letteratura può includere la narrativa tra le sue forme (non il contrario) e lo storytelling è solo una delle tecniche a disposizione di uno scrittore alle prese con un libro. La letteratura può raccontare in modo chiaro e pulito oppure in modo criptico, oscuro. Può persino non raccontare, e le storie di successo sono solo un’opzione tra le tante.
Sembra incredibile doverlo specificare, vero?


Il fatto è che per lungo tempo è andato avanti un grosso equivoco, a cui hanno contribuito da un lato l’omologazione del mercato editoriale e da un altro il tipo di formazione offerto da alcune scuole di scrittura creativa. L’idea di scrittura che viene fuori da alcuni di questi corsi — che qualcuno confonde o spaccia per letteratura — è la seguente: prendete Hemingway e riducetelo all’osso. Puntate sul plot per tenere incollato il lettore alla pagina. Tutto ciò che concorre a definire uno stile viene dopo. Non giocate troppo con la lingua. Frasi brevi, mi raccomando. Un po’ come se la letteratura fosse una scienza che indaga e risolve un problema. No, quello, se va bene, lo fanno la medicina e il giornalismo. Al contrario, la letteratura può concedersi il lusso di non risolvere un bel niente e, anzi, può persino farvi perdere del tempo. Per questo, dato il numero di libri pubblicati ogni anno, la letteratura è sempre meno frequentata, un po’ come gli spettacoli di magia degli illusionisti (a cui sempre meno gente è disposta a credere), e per questo, per fortuna, diventa sempre più rara — dunque più preziosa.


Adesso viene il momento della rapina, del fatto personale, il momento in cui ci si scopre nella pancia del mostro.


C’è stato un periodo in cui mi infiltravo come esordiente proprio in questi corsi di scrittura creativa. Ci andavo per sabotarli. A volte venivo scoperto: è successo con Emiliano Poddi e con Domenico Starnone. Proprio con Starnone mi è capitato di confrontarmi sulla questione di come tenere incollato il lettore alla pagina. Va detto che Starnone è un vero maestro prima che un grande scrittore, tant’è che credo di aver imparato molto di più dai suoi aneddoti di vita tra i banchi di scuola che dalle sue lezioni. Ad ogni modo, durante uno di questi corsi Starnone stava spiegando una cosa abbastanza condivisibile: il gesto fisico di voltar pagina è faticoso. È quel gesto che lo scrittore deve rendere lieve. Allora ho alzato la mano e ho provocato: come la mettiamo con Melville? Non sono faticose, noiosissime e fondamentalmente inutili quelle digressioni in un capolavoro come Moby Dick? E Starnone, arrossendo: no, no, non sono noiose. E io: secondo me sì, ma si tratta di una noia sublime, se lo scrittore (non lo storyteller, direi adesso) è davvero bravo allora è anche in grado di portare ovunque il lettore, anche nella nebbia, per poi riportarlo di colpo alla luce. In mente avevo soprattutto il celebre trattato di cetologia di Moby Dick, pagine e pagine con elenchi di grossi animali marini che, per giunta, partono da un presupposto scientifico inesatto: che la balena sia un pesce. Per un’azienda (penso a molti grandi editori) quello strampalato manuale è un reparto improduttivo, proprio perché totalmente inutile dal punto di vista del plot — tuttavia fondamentale per accedere al senso più profondo del libro. Comunque, a un certo punto Starnone si è arreso e ha detto: senta, ho capito cosa intende, ma non è questa la sede per allargare il campo a dismisura (credo fosse una battuta, data la mole del libro in questione). Più tardi, a lezione finita, Starnone mi ha confessato di aver letto e apprezzato uno dei miei libri, il che ci riportava su un terreno comune, visto che tutto quello che ho pubblicato finora è accomunato dall’idea che in un libro si possa divagare, far sparire oggetti per non farli ricomparire (o per farne comparire altri), porre domande che non hanno risposte, e che su questo terreno soprattutto si giochi la letteratura (di quello stesso libro un noto giornalista di un quotidiano nazionale si rifiutò di scrivere una recensione, giudicandolo troppo oscuro e consigliandomi, tra le righe, di scrivere pensando ai lettori, come se i lettori fossero delle scimmie incapaci).

Moby Dick by Rockwell Kent, 1929
Insomma, se ci pensate bene anche quanto avete letto fin qui poteva essere spiegato in modo diverso, anche più breve e più ammiccante, e perché no — apparentemente — più chiaro. Invece ci ho messo un bel po’ e ho — apparentemente — allungato il brodo, per giunta per sostenere una tesi abbastanza semplice. Magari qualcuno non sarà nemmeno arrivato fino in fondo, mentre qualcun altro avrà apprezzato. La verità è che quando ti metti a scolpire la materia non sai bene che forma avrà preso quando avrai finito. Come per un artigiano.

(E voi?)