Mai del tutto

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Poema epico-estivo

The secret of Monkey Island

Ogni sera, sulla scogliera, il furgoncino
s’installa sul punto più alto
dove l’asfalto consente e la luna
se è piena illumina a giorno.
I tavolini, tovaglie di carta
su plastica bianca,
t’incollano di fritto e salsedine — afrore di carne,
molta carne
e molto umana.
Accanto alla cassa pigola il display coi numerini,
più fila che in posta ai primi del mese — ma è da escludersi che qui
qualcuno possa annoiarsi, lasciare il posto
a chi viene dopo.
Piero, il capo, ha questa faccia da comparsa in una sit-com
con soli attori romani,
bassi e sporchi, le ciglia lunghe, un che
di femminile anche in lui,
stanco
come solo di sabato sera
può essere
Piero.
I ragazzi al banco, tra salsicce
e hamburger che friggono in fretta
non sono che api, un balletto meccanico
che ronza a vuoto
per un pubblico di soli fegati, esofagi
e denti color miele.
Allora Piero sbuffa, alza la voce oltre la frequenza
del generatore, dice di starci attenti, coi numerini,
si dà la precedenza a chi sta più dietro
solo se ha ordinato patate e solo
se le patate sono già pronte:
nessuna eccezione, così chiamano il signore alto,
in fondo — aria giovanile, forse un turista,
eleganza mista
a fermezza
come in chi diventa adulto con almeno
una stagione d’anticipo e vecchio mai,
mai del tutto

Due vaschette ha ordinato il signore, la moglie se ne sta
muta al tavolino,
del silenzio potrebbe sapere che è meglio per tutti
se ci si affida come in un rito — che suo marito conosce e rispetta, tornato da lei,
fuori dalla prospettiva dello scioglimento
delle luci al neon blu e arancio,
e tutt’attorno sale il chiasso
di chi aspetta il proprio turno.
Al tavolo accanto coppie giovani
in vacanza, qualcuno ha perso
un materassino in mare, il principale sospettato
accusa la tramontana di quel mattino,
ma adesso è scirocco, scirocco senza appello
e allora il sospettato propone la colletta,
per ripagare il pezzo perduto a suo cognato, prima del din-don
che annuncia i panini coi messicani e le patate,
senza salse, e così passa la discussione
come passano certe discussioni e mai la fame,
mai del tutto

Dal buio del mare, verso mezzanotte, arrivano
due zingari con le fisarmoniche, suonano Bella ciao
come una mazurca,
completano il giro tra i tavoli, sorridendo, chi senza incisivi
chi senza canini, fermando
al tavolo di una famiglia giovane, padre tatuato
con due mani così, la moglie truccata da sabato sera
di cinque anni fa,
— e le gemelline vestite uguali, da maschietto.
Lui, tovagliolo sulla bocca, ride degli zingari,
il sorriso della moglie risponde e conferma
che si lascerà prendere a quattro zampe
anche all’alba di quella domenica di ferie,
e poi il controsorriso dello zingaro,
ancora Bella ciao e la mazurca,
e lui che gli dice in faccia, uno sputo senza più tovagliolo:
«Olè»
come fosse melodia ispanica, come se la marcetta
appartenesse soltanto
a chi viene dal mare, ai molari che mancano,
all’umiliazione che destiniamo agli altri e a noi mai,
mai del tutto

Più dietro sulla scogliera una lunga tavolata,
generazioni e generazioni aspettano una cena
che di raffinato ha solo l’abitudine
a consumarsi una volta a settimana,
di sabato sera, sempre da Piero.
Una delle nonne, la più anziana, sta sulla sedia a rotelle,
a lato del tavolo, così vicina alla fine
che il masticare è un atto inutile,
da tramandare soltanto,
però ogni tanto scorreggia e allora si ride,
si ride come di cosa che ostinata
vive ancora.
I figli giocano coi nipoti, e dal gorgo riemerge
l’incubo di ognuno: il lupo se non mangi, il folletto se non dormi,
il mostro se poi piangi,
nel mesto rimprovero mosso da bambino
a bambino. Aspettano intanto
gli altri nonni, quelli più giovani,
che il sonno dei nipoti restituisca i figli,
e che la vita vada come deve, com’è poi andata,
come andrà —
per guardarsi insomma come chi ne ha passate
abbastanza, insieme e tutte insieme,
per poter dire d’aver fatto bene, e altre ipotesi
da bruciare attorno al fuoco anche se mai, in fondo
mai del tutto

Al tavolo in disparte sta seduto un ragazzo,
del tutto calvo o quasi, la lunga coda
a treccia, che parte dalla nuca. In solitudine conta
le falene fritte sui neon, aspetta roba da portar via,
e sarebbe già andato,
se non gli fossero passate davanti due ragazzine
vestite male ma con grande impegno, se non avesse pensato:
Aspetto che passino, poi mi alzo
e vado via.