foto: Dario Romano

Se la poesia disinnesca la ferocia

Una recensione de La Ferocia (Einaudi), l’ultimo romanzo di Nicola Lagioia

di Danilo Dannoso

Resto un lettore di poesia; leggo dunque sempre meno e so bene che il primo livello di compromissione, per un poeta, è l’aria che respira. Un vero poeta è già compromesso quando lascia il suo appartamento per andare a fare la spesa. Ma questo non significa che ogni poeta sia anche un corrotto. No.

Osservando Nicola Lagioia che raccontava il suo ultimo libro alla Libreria Dickens ho pensato che si trattava di un poeta a prova di piombo. (Non solo perché la presentazione era a Taranto: a prova di proiettile, di corruzione, questo voglio dire.) Un poeta nascosto in un romanzo, in questo caso “La ferocia” (Einaudi, 418 pp.), testo complesso, a tratti misterioso, mai ambiguo; perciò vicino alla letteratura (quanto poco possiamo dire, da vivi, della letteratura; sono invece una paranoia novecentesca i capolavori). Tradendo per un istante la complessità del libro, ecco che le reazioni a “La ferocia” hanno riproposto la battaglia finale tra lettori di libri e lettori di blande sceneggiature mancate; tra chi guarda a un libro, prima ancora che a un romanzo, come a un’esperienza che si articola pienamente, in quanto esperienza pienamente umana, e chi gradualmente vorrebbe invece espungere il fatto letterario dalla letteratura: quale orrore e quale follia, come sottrarre vita dalla vita fino a scarnificarla.

Torniamo al libro. La trama (altro equivoco novecentesco, che possa esser disgiunta dal canto) è nota, qui mi limito a constatare che un altro elemento disturbante per certa critica o certo pubblico (certo esaltante per il sottoscritto) potrebbe essere il personaggio di Michele, fratello della Clara che muore nell’incipit nonché involontario detective privato (perché agisce da sé e poiché privo, ormai, dell’unica fonte d’amore che riconosce); poeta non tanto e non solo per le letture di Trakl e di Blake quanto per le categorie con cui si fa strada nel mondo dei vivi e per le stesse visioni che lo spingono a proseguire l’indagine; poeta quando rifiuta di allinearsi al coro della ferocia nostrana (da pugliese e da ex scimmia lo dico) e quando esita, tentenna di fronte alle sabbie mobili del male per poi fare, incredibile, del bene (solo nei testi di Guglielmo Soga, poeta anche lui prestato alla narrativa, ho trovato un simile sentimento).

Così assuefatti ai cinici della tv, la figura di Michele ci pare quasi eroica. È esaltante sentirgli dire, nel rientro a Bari, “Sono tornato!”: è il suo un ardire da eroe. Ancora da poeta, Michele risolve il puzzle — a tratti, Lagioia camuffa la letteratura da narrativa di genere — e altrettanto da poeta non risolve il mistero – il puzzle ha tutti i dati sul tavolo, mentre almeno un elemento è sempre inconoscibile nel mistero, che tale deve restare, disvelandosi piuttosto su quel piano che non è di carta né di carne; ed è in fondo questo che si chiede alla letteratura, di meditare sul puzzle, magari risolvendolo, senza tuttavia fornire risposte circa il mistero, ben più ampio, che le nostre vite connota e dirige.

Evidenti le tracce di quello che non esiterei a definire spiritismo letterario, che gli scrittori veri (ecco i poeti) sanno riconoscere e nutrire. Quello di Michele è discorso interiore da psicotico o poeta, inconoscibili e misteriose, quasi soprannaturali, sono le sue visioni e le connessioni con la sorella morta (un medium?) e col mondo; allo stesso modo è innegabile che Clara sia viva e abbia preso le sembianze di un felino, quasi una reincarnazione, sul finale: il gatto che affronta e abbatte — come una Tigre — lo stesso topo di fogna che nell’incipit aveva assistito alla sua morte. A queste tracce di qualcosa di ulteriore e misterico siamo disabituati; non del tutto, è evidente: c’è qualcosa che la letteratura, come una preghiera, può arrivare ad accarezzare, ma mai acciuffare per intero.

Chiudo con una riflessione personale. Sono grato a Nicola Lagioia per la delicatezza con cui ha accarezzato gli equilibri psichici del personaggio di Michele; per la dignità donata al rapporto tra poesia e psicosi. L’una non esclude l’altra ma troppo spesso, negli psicodrammi borghesi, la seconda esclude o ignora la prima. Non sappiamo se è possibile e felice una vita da poeti (la poesia, insieme all’amore, nel romanzo disinnesca la ferocia animale), ma dobbiamo ammettere che la patologia è uno sgomento, anch’esso ambiguo, francamente inafferrabile e scarsamente definibile; di cui noi non sappiamo granché: al contrario sa di che parlo chi ha frequentato farmaci, ospedali e diagnosi spesso non meno indecifrabili di una formula magica; così anche chi, come il sottoscritto, scrive da Taranto e non ha dimenticato la palazzina Laf che fu luogo, fisico, di confine tra produttività (e rispettabilità sociale) e depressione dello spirito; quella Taranto che affiora pure ne “La ferocia” e che è sempre meno una città e sempre più una fabbrica, la fabbrica di Bari (dunque d’Italia e d’Europa), e un manicomio a cielo aperto, il manicomio che ogni sud sa essere.

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Marco Montanaro www.malesangue.com

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