Che odore fa il giornalismo?

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Dopo circa 8 anni leggo per la prima volta un articolo di Claudio Cerasa sul Foglio che parla di Steve Jobs. Ci arrivo di rimbalzo, come accade spesso in rete, seguendo le parole di un tweet comparso di sera sulla mia timeline. Lo leggo e lo trovo perfetto. Dentro quella pagina c’è tutto. Contiene una certa idea italiana di giornalismo che spiega e giustifica la sua condizione, nel 2010 e anche oggi. Del resto l’autore, in ossequio a quel medesimo percorso, poi de Il Foglio qualche anno dopo è diventato il direttore.

Cerasa prende spunto da uno dei rari interventi pubblici del fondatore di Apple e ci costruisce attorno un mondo. È il suo mondo, non ha grandi connessioni con la realtà, ma evidentemente questo, dentro una certa idea di giornalismo, non ha importanza. Esiste uno strato più alto, più importante delle parole di Jobs, che l’autore desidera trasmettere. E lo fa utilizzando la sua sensibilità ed il suo linguaggio. Infatti la prima parola inventata nella sua ricostruzione è –non a caso — “puzzoni”. Seguita da “gagliarda”, “furbacchioni”, “occhiolino”, “sputtanopoli” ecc.

L’attacco spietato ai blogger puzzoni, la gagliarda difesa della carta stampata, la critica severa a quei furbacchioni di Google, l’occhiolino strizzato agli editori più famosi del mondo

Un minimo di contesto: nel 2010 nell’universo semplificato di un certo giornalismo nostrano esistevano ancora “i blogger puzzoni”, vale a dire soggetti senza né arte né parte (non come Cerasa insomma) che insidiavano in qualche maniera l’indiscussa prerogativa del giornalismo di ottenere l’attenzione dei lettori. Poi fortunatamente anche i giornalismi meno svegli si sono accorti che un simile rischio non esisteva e hanno iniziato a dare del “puzzone” ad altre categorie.

La frase di Jobs sulla quale Cerasa costruisce la sua disamina è questa:

“One of my beliefs very strongly is that any democracy depends on a free, healthy press, and so when I think of the most important journalistic endeavors in this country, I think of things like the Washington Post, the New York Times, The Wall Street Journal and publications like that,” Jobs replies. “And we all know what’s happened to the economics of those businesses. I don’t want to see us descend into a nation of bloggers. Anything that we can do to help the news-gathering organizations find new ways of expression so that they can afford to keep their news-gathering and editorial operations intact, I’m all for.”

Ci sono due aspetti interessanti in questa frase. Il primo è che è una frase usuale sullo stato dell’informazione, il secondo è che, come Jobs fa sempre dai tempi di Apple II, l’uomo interpreta (correttamente) il contesto sociale per vendere i suoi prodotti.

È appena uscito iPad, il fondatore di Apple sta semplicemente dicendo che il suo prodotto potrà essere funzionale alla vendita di contenuti digitali. È accaduto lo stesso molti anni prima con l’industria musicale, sta accadendo in quegli anni con l’industria delle app per iPhone: Jobs suggerisce che attraverso iPad, forse (poi scopriremo qualche anno dopo che non è andata così), gli editori potranno finalmente vendere i loro giornali in formato digitale

La ricostruzione di Cerasa è:

-ora sì che gliela facciamo vedere ai blogger puzzoni

-Il Foglio è come il New York Times.

In particolare il secondo sillogismo è interessante. Cerasa immagina per il suo lavoro un futuro simile a quello della miglior editoria anglosassone. Lo fa dentro un articolo che nessun giornale di quel tipo pubblicherebbe mai.

La distorsione fra quello che il giornalismo italiano pensa di essere e quello che è invece nei fatti è perfettamente raccontata in questo editoriale. O nelle lettere di Aldo Cazzullo che dalle pagine di un sito web che raccatta click con i video di gente che muore in incidenti stradali spiega che è necessario pagare per il proprio “buon giornalismo”. O in mille altri episodi analoghi che si ripetono in Italia da anni a margine della grande discussione sul futuro del giornalismo. Moltissime parole e un giornalismo — per dirlo con la metafora del direttore — che resta invariabilmente abbastanza puzzone.

Non avrei scritto questo post oggi se non mi fosse capitata una cosa. Ho letto questo pezzo di Paola Tavella sulla morte di Jessica Faoro e semplicemente ho fatto il confronto. Grande giornalismo, per una volta, che spazza via in un istante settimane di cronache morbose della stampa italiana sulla morte di una ragazza sfortunata. Ed è — pensavo — una di quelle forme di giornalismo che Jobs avrebbe potuto vendere egregiamente dentro i suoi iPad. Se solo il business dei tablet avesse funzionato, se solo lui non fosse morto un anno dopo. Se solo il giornalismo in Italia, dal 2010 ad oggi, non fosse rimasto questa roba qua dei Cerasa e dei Cazzullo.

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90

    90 claps
    massimo mantellini

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    la verità al di qua dei Pirenei.