Del Giudice, la morte di Marat e altre storie


Nell’ottobre del 1988, esattamente trent’anni, fa Daniele del Giudice pubblica per i tipi di Mondadori uno strano libretto. Si intitola “Nel Museo di Reims” e più che un libro è un esperimento. Contiene un breve racconto, la storia di Barnaba, giovane uomo che sta diventando cieco e dedica le sue ultime risorse visive ad osservare quadri, e una raccolta di 16 dipinti di Marco Nereo Rotelli, lussuosamente riprodotti in carta patinata. Opere che, per stessa ammissione dell’autore, con il racconto non hanno alcuna relazione.

Rileggo il testo, che ho estratto dalla libreria dopo così tanto tempo, e a pagina 25 trovo questa frase.

“È un peccato che per me, proprio per me, la luce si stia cambiando in ombra. Sarebbe un peccato per chiunque naturalmente, ma è difficile accettare di essere scelti per certi destini, specie quando mi sveglio così di colpo nel cuore della notte, e tuto diventa più drastico e senza respiro, e perfino una faccenda come la mia che non avrebbe momenti più drammatici essendo già sul limite ognoi ora, tocca una soglia ancora più scabra, di notte, quando tutto è fuori misura, nel buio, che anticipa il buio nel quale finirò, e in ore come questa faccio già le prove”.

La rileggo ancora. È una frase dolorosa e incredibile nel suo essere premonitrice del destino dello scrittore, da anni, ormai, in un suo personale isolamento legato ad una grave malattia degenerativa.

L’inconsueto e costoso esperimento (il breve volume costava ai tempi 24 mila lire) valse a Del Giudice una recensione tanto acida quanto inconsueta da parte di Stefano Giovanardi su Repubblica: testo del quale, se fosse ancora vivo Giovanardi, l’autore si sarebbe a questo punto probabilmente pentito.

Il racconto di Del Giudice in ogni caso gira intorno a un quadro meraviglioso: La morte di Marat di Jacques-Luis David:

La versione dell’opera a cui Del Giudice si riferisce nel testo — se proprio vogliamo fargliene un appunto — è solo una della copie prodotta dall’atelier di David e non l’originale (o uno dei due originali come Del Giudice erroneamente sostiene); un quadro che, dopo una vita complicata durata un paio di secoli, è oggi al Museo reale delle Belle Arti di Bruxelles. Altre copie, tutte piuttosto simili, che si differenziano soprattutto per le scritte sulla cassa di legno, sono al Louvre, a Digione, a Versailles.

L’unico disegno preparatorio de “La morte di Marat” certamente attribuito a David è invece questo, tratto - si dice - da un calco in gesso del Marat morto e in iniziale decomposizione, prodotto dall’artista stesso:

fonte:wikipedia

Anche se, da un po’, si parla di un’altra versione del dipinto recentemente rinvenuta che, pur se di dimensioni minori, secondo studi spettrografici e radiografici ricondurrebbe all’originale (qui il documentario di Arte al riguardo, tradotto da Rai 5) uscito dal pennello di David.

La coltellata che uccise l’amico del popolo, ad opera di Charlotte Corday, penetrò in profondità giusto sotto la clavicola, fra la I e la II costa di destra, recidendogli la carotide.

Poiché l’opera di David, che era amico di Marat e protagonista insieme a lui e Robespierre di quella fase caotica della Rivoluzione era, tra le altre cose, oltre che un assoluto capolavoro, pura PROPAGANDA, l’assassina, nella scena, non è compresa. Di lei, nel quadro del Maestro, restano solo tracce indirette e inventate (le due lettere accanto al corpo) e il coltello (anche se le cronache dicono che il manico della lama che uccise Marat era nero e non chiaro).

In ogni caso siamo nel 1793 ma qualcuno aveva già compreso che ai propri nemici era meglio non fare troppa pubblicità.

Un centinaio di anni dopo ci pensò Edward Munch a rimettere l’assassina girondina al centro della scena:

fonte: wikipedia

A quel punto Marat è uscito dalla vasca da bagno, nella quale secondo le cronache passava molte ore al giorno a causa di una malattia della pelle che lo angustiava, ed è finito morto sopra un semplice letto: ma l’espressionismo, si sa, reclama i suoi spazi alla verità.

E perfino Internet, lasciando passare altri 100 anni, talvolta reclamerà i suoi:

Nella copia del Louvre, attribuita a Gioacchino Serangeli, uno degli allievi di David, e in quella del Museo di Reims a cui Del Giudice si riferisce nel testo, la cassa di legno chiaro che Marat usa come scrittoio mentre se ne sta nella vasca è una sorta di formato pubblicitario primordiale.

Al posto della semplice dedica del pittore all’amico scomparso compare così la scritta

“N’ayant pu me corrompre, ils m’ont assassiné”

perfettamente organica al ruolo “pubblicitario” dell’opera e delle sue copie.


Adoro da sempre la scrittura di Daniele Del Giudice e considero la sua “scomparsa” una grande sciagura per tutti noi, così come, da sempre, almeno fino ad oggi, ho poco considerato la pittura di David così piena — così a me sembrava — di pomposo e noioso neoclassicismo.

Eppure oggi capisco che la Morte di Marat è un quadro straordinario, pieno di vuoti che non ti aspetti, di colori inconsueti e luci improvvise. Un’opera che non avrei mai considerato se non fosse stata ad un link di distanza da “Nel museo di Reims”. Ad ennesima testimonianza di come il nostro sia un mondo di connessioni. Connessioni che sono a un passo da noi: parole, suoni ed immagini nella nostra disponibilità come mai è accaduto in passato. Suona un po’ patetico ma dovremo davvero trovare la maniera di sfruttarle meglio.

Io, nel frattempo, la prossima settimana vado a Bruxelles a presentare Bassa risoluzione. Ci vado di sera. La mattina dopo, all’apertura del Museo sarò puntuale lì davanti a quel quadro che già ora mi sembra di conoscere un po’.