Il prodotto eri tu, poi loro sono morti

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Photo by Sem . on Unsplash

Ci è stato ripetuto così tante volte:

quando qualcosa ci sembra gratis il prodotto siamo noi.

La frase è geniale e impressiona. Impressiona e, immediatamente dopo, inizia ad annoiare mortalmente. È diventata una sorta di piccolo cavallo di battaglia semantico nella guerra contro le piattaforma social e, più in generale, contro chi utilizza i nostri dati in maniera più o meno lecita per ricavarne denaro. Spesso molto denaro.

In una simile contabilità, come scrive acutamente Mafe De Baggis, andrebbero considerati anche i molti che — semplicemente — sottolineano simili pratiche perché non gli è riuscito di applicarle. Meglio però non parlarne ora, ci porterebbe troppo lontano. Potremo così saltare anche la citazione di Fabrizio De Andrè sui buoni consigli.

Torniamo al nostro essere prodotto, più o meno conscio delle pratiche commerciali altrui.

“If you’re not paying for the product, you are the product”

La frase fu pubblicata nel 2010 dall’utente Blue Beetle durante una discussione su Metafilter a proposito del redesign di Digg (un social network molto in voga all’epoca), pur se in una forma leggermente meno incisiva, questa:

“If you are not paying for it, you’re not the customer; you’re the product being sold.”

Quella massima diventò rapidamente molto diffusa fra gli addetti ai lavori perché Tim O’Reilly, al quale dobbiamo anche la diffusione di un altro disastro semantico della Internet di inizio secolo, vale a dire la definizione Web 2.0, decise di citarla in un suo tweet.

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Da allora quella frase è rimasta fra noi e anzi, ogni volta che qualcuno dei soliti analisti, o esperti tech, o predicatori antitecnologici la cita, suscita invariabilmente un ampio brusio di approvazione e sorpresa. Così, forse per quell’effetto che è in grado di sollevare, dopo dieci anni in molti continuano a ripeterla.

Ovviamente la frase non è sbagliata, è solo diventata un po’ barbosa, oltre che ampiamente superata dai fatti e dalla loro corruzione. E comunque, come accade quasi sempre, non si tratta nemmeno in questo caso di un’idea nata con Internet: nel 1973 Richard Serra e Carlota Fay Schoolman la proponevano pari pari in un esperimento artistico in video dal titolo “Television delivers people”: il prodotto eravamo sempre noi, la piattaforma in quel caso era la TV commerciale.

Non ci sarebbe niente di particolarmente strano nell’essere noi il prodotto: basterebbe averne coscienza. Invece quello che sembra essere rilevante è che la nostra condizione di subalternità dentro una relazione con le piattaforme digitali tenda a non essere stabile ma scivoli costantemente su un piano inclinato del quale non abbiamo alcun controllo. Visto che siamo in tempi di anniversari e di citazioni artistiche assomiglia un po’ al monumento a Walter Benjamin a Port Bou. Una scalinata dritta, ripida ed in discesa verso il mare aperto.

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Insomma, non è tanto questione di essere noi il prodotto, quanto di essere, come tali, bersaglio immobile di maltrattamenti intenzionali che si moltiplicano e diventano sempre più frequenti. Fino a quando direte voi? Fino a quando la piattaforma, vale a dire il nostro torturatore, non muore.

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Questa è una schermata dell’header della nuova interfaccia web di Facebook, una barra in alto — per capirci — che rappresenta una sorta di riassunto visuale del nostro profilo. Dominano al colpo d’occhio i cerchietti rossi che evidenziano le nostre notifiche. Segnalano graficamente ciò che è cambiato in quella pagina dall’ultima volta in cui siamo stati lì.

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Quei piccoli cerchi rossi (qui sopra la versione precedente) sono stati per molto tempo uno spazio personale molto rilevante. Lo sono stati fino a ieri. Indicavano infatti le nostre notifiche (gente che ci aveva citato, post che ci interessavano), le nostre conversazioni private (messaggi solo a noi diretti dentro il sistema di messaggistica) e le persone che ci avevano chiesto l’amicizia.

Nonostante noi fossimo già allora inconfutabilmente il prodotto la piattaforma aveva immaginato e conservato, dentro il nostro profilo, uno spazio di nostra autonomia. Quei puntini rossi erano — insomma — faccenda di nostra esclusiva pertinenza.

Facebook oggi ha cambiato idea: utilizza quello spazio che ci aveva riservato, il design che ci ha insegnato ad associare a faccende nostre di una certa importanza, per segnalarci altre attività meno rilevanti (diciamo così). Un cerchietto rosso per i video che non guarderò, uno per i gruppi che non leggerò, uno per il mercatino che non visiterò e uno per i videogiochi (i videogiochi!) che mai per alcuna ragione al mondo giocherò.

Le modifiche del design delle piattaforme di rete utilizzate da milioni di persone (soprattutto la loro evoluzione nel tempo) sono veri e propri laboratori comportamentali. Se avremo un animo analitico li potremo considerare tentativi psico sociali, se, in alternativa, saremo dotati di un temperamento maggiormente battagliero, li potremo immaginare come veri e propri progetti di sopraffazione culturale.

Terminata la fase della cautela e della composizione amichevole, quella durante la quale il nuovo design della piattaforma imponeva modifiche che erano comunque in qualche maniera annullabili dentro la selva oscura delle impostazioni personali, oggi all’utente, in quanto prodotto bullizzato dal successo della piattaforma, tali cambiamenti verranno semplicemente imposti.

Così l’ultima versione di Facebook mi sta suggerendo che i miei messaggi privati o i nuovi post dei miei amici dovrebbero essere per me importanti come i video di alcuni tizi sconosciuti impegnati in una sfida a Call of Duty. Eppure sia io che Facebook sappiamo che non è così. Ma io sono il prodotto e il mio giudizio non conta.

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La medesima logica la si potrà applicare a molte altre scelte di interfaccia che si sono succedute in questi anni. Per esempio l’ultima versione della app di Instagram (dietro la quale alberga lo stesso pensiero invadente), altra piattaforma mondiale utilizzata da un miliardo di persone, ha escogitato una nuova maniera per allargare i nostri orizzonti. Terminata la consultazione delle nuove foto l’infinite scroll di Instagram non inizierà più a ripropormi le foto dei miei amici che già ho visto ma una lunga teoria di altri profili. Non avendo io nuovi contenuti da esplorare cosa sarà più importante per me? Rivedere le foto “meno recenti” di persone che ho scelto o navigare invece nel mare magnum dei “post suggeriti”, di immagini che non ho scelto e di cui, nonostante la sapienza dell’algoritmo, non mi interesserà nulla? Chi avrà voce in capitolo fra me e Instagram?

Lentamente, passo dopo passo, piccola sopraffazione dopo piccola sopraffazione la piattaforma si allontana da noi. Facendolo, scientemente, conta sui grandi numeri, sulla dittatura del default, sullo sguardo casuale e annoiato del prodotto al quale tutto o quasi si potrà far deglutire, come nella metafora dei polli di allevamento di Gaber e Luporini.

E mentre questa accade — anche in questo caso io credo scientemente — la piattaforma, Facebook, Instagram, Twitter, Mark Zuckerberg o chi vi pare a voi, firma e sottoscrive il proprio certificato di morte. Un certificato post datato (nel caso di piattaforme con miliardi di utenti mooolto post datato), che alla fine lascerà tutti contenti, e non determinerà sollevazioni di popolo. E questo per il semplice fatto che non sono in gioco tutte quelle faccende di diritti e libertà di cui molti dicono. Quello di cui si sta parlando è, nella maggioranza dei casi, una forma di capitalismo dei dati basato sulla loro volatilità. Tutti sanno — anche noi in fondo — quanto rapidamente quelle informazioni diventeranno carta straccia, bit senza importanza, spazzatura binaria che scomparirà dall’orizzonte con la stessa velocità del tempo reale che tutto avvolge.

Non paghiamo il servizio e siamo quindi i suoi prodotti, come diceva dieci anni fa il signor Scarafaggio Blu in due righe postate su Internet che sono diventate pensosa meditazione e preoccupazione per il nostro futuro. Ma per quanto le prospettive distopiche siano affascinanti ed angoscianti, per quanto siano vendibili al medesimo pubblico che ne è vittima con un meccanismo simile a quello di chi confeziona un film horror per il cinefilo pauroso, sono semplicemente, in molti casi, una vasta esagerazione.

Mentre tutto questo accade, mentre le preoccupazioni si moltiplicano e si estendono, Facebook si sta trasformando in una residenza per anziani.

Il mio ultimo libro è Dieci Splendidi oggetti morti, Einaudi 2020

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la verità al di qua dei Pirenei.

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