La gioia di essere lenti e disconnessi

Photo by Tom Grimbert on Unsplash

Dentro l’enorme confusione degli ambienti digitali oggi, trovo rilevanti la velocità e la permanenza.

Sono rilevanti per me: non ho la presunzione di eleggere queste due caratteristiche a problema di tutti. A differenza di molti di voi, che siete più giovani, magari meno sciocchi o ossessionati di me, ho passato gli ultimi 25 anni con convinzione e passione dentro gli ambienti digitali, ho osservato dipanarsi di fronte alla mia vita le molte opzioni e distorsioni dell’essere in rete e oggi, in questo agosto 2018, velocità e permanenza mi sembrano sempre più centrali. Provo a dirvi perché.

v-e-l-o-c-i-t-à

L’accesso agli ambienti digitali ha ridotto la latenza delle nostre reazioni. Lo ha fatto probabilmente in una relazione lineare che in un ipotetico diagramma ha avuto il suo compimento in un quarto di secolo. Negli anni sono aumentate le nostre opzioni di connessione, dentro piattaforme sociali che hanno reso ogni volta più rapida l’interazione. Oggi siamo al “tempo zero”. Una chat su whatsapp, un tweet, uno stato su Facebook sono a distanze infinitesimali dal nostro pensiero. Quello che accade con sempre maggior frequenza è che le tracce di noi che è possibile rintracciare in rete siano segni di superficie di esseri pensanti. In altre parole: quello che scriviamo in rete non siamo esattamente noi: ovvero, siamo noi, ma la parte di noi compressa e spesso offesa dal demone della velocità.

Non lo dico per fornire un alibi (soprattutto a me stesso) e nemmeno per contestare molti dei giudizi massimalisti che siamo soliti leggere sulla stupidità del network: semplicemente, nel momento in cui abbiamo aumentato la nostra velocità di risposta in rete, abbiamo scelto di lasciare sul campo una quota via via maggiore di cristallizzazione del pensiero, di capacità di elaborare le informazioni e giudicarle con il tempo che richiedono, di confrontarle con altre nostre differenti esperienze precedenti.

Photo by Alem Omerovic on Unsplash

Due categorie in particolare oggi soffrono di una simile mancanza di tempo rubato al ragionamento. Quella dei politici e quella dei giornalisti. Entrambi questi gruppi hanno aderito, esattamente come noi, a questa idolatria della velocità. Ma se per i cittadini connessi gli effetti complessivi che una simile accelerazione crea riguardano principalmente loro stessi e le loro relazioni con il proprio piccolo o grande circolo sociale, nel caso della politica e dell’informazione gli effetti sono assai più ampi e pericolosi.

Alcuni grandi banalizzatori americani delle tematiche di rete amano oggi invocare l’effetto dopaminergico (non sanno benissimo nemmeno loro cosa sia ma gli piace tanto citarlo) quale spiegazione neurofisiologica dei nostri comportamenti di rete. Adoriamo essere veloci, liberiamo dopamina perché avviluppati dentro meccanismi coercitivi della piattaforma (i like, i commenti, le interazioni sociali in genere). La perfida Silicon Valley li ha pensati per noi e ci abbindola con piccole ricompense esattamente come il cane riceve il biscotto una volta eseguito il suo compito (il nostro è quello di stare online sulla piattaforma esposti agli inserzionisti). Se anche fosse resta pacifico (o almeno dovrebbe) che il ruolo sociale del singolo e quello della politica e dell’informazione non potranno comunque essere paragonati e ridotti in una simile gabbia.

Se la velocità oggi crea danni al nostro io pensante, molto prima e molto più ampiamente intossica la nostra capacità di essere informati e la relazione con i nostri rappresentanti. L’informazione si fa così velocissima e stupida; per mantenere una parvenza di serietà il giornalismo ci offre l’idea dell’eterno aggiornamento. Qualsiasi cosa errata, cialtronesca e pigra che posso aver scritto sul mio autorevole foglio digitale potrà essere rapidamente rimossa, o editata o completata. Tutto questo nell’illusione editoriale che questo continuo sciabordio di vero-falso-possibile-improbabile sia schierabile a costo zero, senza alcun onere di reputazione e intelligenza. Un prezzo che, invece, la velocità pretende e che i media sono oggi molto spesso, quasi tutti, ben disposti a pagare.

Eppure a noi servirebbe l’esatto contrario. Avremmo necessità di un bastione, di un punto di appoggio, di un luogo di rete nel quale, con ragionevole certezza, la velocità di reazione, la nostra inarrestabile velocità digitale, venga combattuta da qualcuno che, per professione scelga di ignorarla, in nome del valore e dell’intelligenza di quello che propone.

Un discorso analogo sulla velocità riguarda la politica e le sue forme di rappresentazione sui social network e sui media in genere. Anche in questo ambito è possibile riconoscere i medesimi effetti. L’illusione che vinca chi è più rapido, l’incapacità di comprendere che la velocità delle parole, degli anatemi, delle considerazioni al volo e fuori contesto è tutto tranne che un valore. Ed è la semplice ammissione dell’inadeguatezza al proprio ruolo. Il politico si esprime velocissimo sulle macerie ancora fumanti dell’ennesima tragedia: la sua preoccupazione è quella di “dire cose”, di farlo con velocità, possibilmente con toni adeguati. La propaganda politica, così come l’informazione, aderisce senza sforzi alla bassa risoluzione circostante. E mentre lo fa rinuncia del tutto al proprio ruolo di indirizzo e sostegno per i cittadini. Giornali e politici si fanno cittadini, in un momento in cui essere cittadini in rete è fonte di enormi incertezze.

p-e-r-m-a-n-e-n-z-a

È in corso da qualche tempo una sorta di revisione complessiva all’idea dell’essere online. Si tratta forse del pensiero filosofico più importante del nostro tempo ed è curioso che quasi nessuno se ne occupi seriamente. È un tema emergente che, in assenza di un’elaborazione intellettuale, che non avviene per molte differenti ragioni (parlare di questo ora, di come la classe intellettuale sia totalmente espulsa dal pensiero culturale contemporaneo, ci porterebbe troppo lontano), è oggi interamente in carico alle singole persone. Le quali, lentamente, in massa, partendo da quelle maggiormente connesse, iniziano a rendersi conto che l’equilibrio fra vita digitale e vita fuori dal network (una volta si sarebbe detto “vita reale” ma si tratta di un’espressione che ha perso tutto il suo significato) domandano a gran voce una qualche forma di revisione. È divertente che i principali soggetti “responsabili” della nostra permanenza in rete (Google, Facebook, Apple ecc) siano oggi in prima fila nell’affrontare la questione, nel ruolo tutto sommato incredibile del venditore di liquori preoccupato per il fegato dell’alcoolista, ma il fatto che simili pilastri della nostra vita digitale ci offrano da qualche mese soluzioni tecnologiche, software e indicazioni per ridurre la nostra permanenza on line, quelle paterne indicazioni a non esagerare che Google nel suo nuovo sistema operativo Android chiama JOMO (Joy of missing out), ci informa di quanto il tema dell’eccesso di permanenza digitale sia un problema assai serio. Non potrà essere diversamente se sono gli stessi nostri amati carcerieri che vengono a bussare alla nostra celletta invitandoci ad uscire almeno un po’, che fuori è una così bella giornata.

Photo by Artem Bali on Unsplash

In ogni caso, fuori da ogni coercizione, il nostro rapporto con la vita digitale ha grande necessità di essere rivisto e questo non nella forma brutale e tutto sommato inesatta del cosiddetto “detox” ma in un disegno complessivo di educazione digitale che renda il giusto tributo alle differenti parti della nostra vita. Una splendida vita sociale con persone stimolanti in rete, una splendida vita sociale camminando un pomeriggio lungo la spiaggia a cellulare spento. Due vite sociali che, come abbiamo detto da sempre, sono alla fine una sola.

I danni social dall’essere sempre in rete sono anch’essi difficilmente quantificabili ma ormai sembra ragionevole pensare che una quota del nostro stress da connessione sia legato all’eccessiva permanenza, al restringersi della visuale che la nostra bolla di rete inevitabilmente ci suggerisce, all’abitudine ormai consolidata di osservare il mondo con l’occhiale malinconico della nostra quotidiana ripetizione.

Velocità e permanenza: due crocevia di fronte ai quali ci troviamo ora.

La qualità della nostra vita mai come oggi dipende da come sapremo affrontarle. Da come sapremo rallentare il pensiero, da quanto spesso saremo in grado di sollevare lo sguardo dallo schermo per osservare il tramonto.

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il mio ultimo libro è Bassa risoluzione, Einaudi 2018

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