La lista di Boretto

Ieri sera fa ho partecipato ad Autori in prestito, un’iniziativa nata da un’idea di Paolo Nori : invitare scrittori a elencare i propri consigli di lettura, ascolto e visione, dentro piccole biblioteche della provincia di Reggio Emilia. In una sera di nebbia sono stato a Boretto, sulle rive del Po. Questo lo spettacolo al tramonto quando sono arrivato.

Questa di seguito è la lista delle cose che ho detto e fatto ascoltare a chi era lì.

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. Ho raccontato di mia madre che una volta da adolescente mi disse: “Massimo fai tante cose, tutte male

. Ho raccontato di mio padre che riceveva le visite serali del rappresentante di libri a casa nostra e sceglieva dal catalogo i testi da comprare (no Amazon).

. Ho detto di come, frugando fra i libri della sua libreria, ho scoperto che mi piacevano i giovani poeti americani e sudamericani degli anni 60 pubblicati da Einaudi.

. Ho letto al pubblico “Parole per un amico che si chiama Dio” di Mario Rivero

1962
un giorno qualunque.
Gli uomini hanno messo in orbita
un’altra capsula.
L’astronauta ha detto che la terra
è una pallina blu con tempeste
e che tu non c’eri né dentro né fuori.
Passa il tempo.
C’è lo stronzio 90 nella respirazione,
c’è nella luce,
cade sugli asini e sui loro carichi di fiori.
Passa il tempo.
Il sole, il tuo sole si distende
in lingue dolci sulla campagna,
brucia la pelle dell’acqua e degli amanti
e un alito di fornicazione ascende.
Passa il tempo.
Uno non si stanca di essere vivo
anche se continua ad annodarsi la cravatta,
anche se si sente il crepitio
delle mitragliatrici,
anche se la morte cade ingrassando la terra.
Insomma amico Dio:
è il 1962
in tutti i calendari
e popoli oscuri continuano avvolti nella loro febbre,
costruiamo case e bombardieri
sotto le cui ale stanno distese
le città che non conosciamo.
Non ho altro da raccontarti.
Sono solo come un nuovo venuto.
Magari mi compro un elefantino
da regalare a qualcuno
e anche se tu non ci sei né dentro né fuori
ti chiedo dai miei denti di mais
che nessuno se ne vada d’estate.

. Ho letto poi “Incredibile della serva” di Julio Huasi

Le ho regalato la mia sottana a pois
le ho prestato il mio bambino che la colmi di ossi duri
con dolore le ho messo nella branda i miei barboncini
l’ho lasciata lavare ciò che a nessuno lascerei vedere
ho permesso alla sua mano i miei cristalli le mie porcellane
l’ho liberata da fidanzati lune rose amiche uccelli
l’ho riscattata dalla fame da erbacce e selvatiche intemperie
e mi guarda furiosa adesso, tutta rossa,
resta sdraiata, ben felice, aperta
le parlo ed è come se parlassi a mille venti
come gode la pazza, coi capelli sulla faccia.
E adesso dovrò fare tutto io
perchè alla negra immonda viene in mente
di buttarsi dal balcone senza chiedere permesso.

.Ho letto alcune poesie di Saint Geraud come questa:

.Ho raccontato la storia di Saint Geraud, pseudonimo di un poeta e professore di liceo molto strano che si chiamava Bill Knott e che esordì nella sua carriera poetica distribuendo ciclostilati agli editori e ai critici letterari nei quali aveva scritto che Saint Geraud era morto suicida a 26 anni perché era orfano e vergine e nessuno leggeva le sue poesie.

Bill Knott ha continuato a pubblicare poesie fino a pochi giorni della sua morte (le ultime autopubblicate su Amazon nel 2014) avvenuta a 74 anni per le complicanze di un intervento al cuore. Per molti anni ha frequentato i commenti dei forum di poesia su Internet lamentandosi con autori esordienti del fatto che nessuno considerava le sue opere (in realtà è stato pubblicato molto e ha vinto prestigiosi premi). Non doveva essere un tipo facile. Un editore che aveva pubblico sue poesie una volta disse che avendolo conosciuto di persona ammirava il suo lavoro ma preferiva continuare ad ammirarlo da lontano. Qui il ricordo del New Yorker quando morì.

. Ho raccontato di una sera di novembre del 1978 in cui andai per la prima volta a vedere Giorgio Gaber dal vivo al Teatro Astra di Forlì e di come da quella sera iniziai ad adorare il talento e la forza di Gaber. Un’adorazione che continua anche oggi, dopo così tanti anni.

. Ho fatto ascoltare Polli d’allevamento specificando, nel caso qualcuno non lo avesse capito, che i polli siamo noi.

. Ho parlato a lungo del mio amore per i libri di Daniele Del Giudice, in particolare “Atlante occidentale”.

Di Atlante Occidentale ho letto solo il primo paragrafo di quella parte bellissima in cui Ira vede con le parole i fuochi d’artificio che lui e Pietro hanno appaena visto con gli occhi sul lago. La letteratura come alternativa e come precisione.

.Ho parlato del libro di Nick Hormby 31 songs e di come anche noi a suo tempo (tanti anni fa) scimmiottammo quella lista di canzoni che ci avevano cambiato la vita, proponendole sui nostri blog allora agli inizi. Questa era la mia:

. Ho raccontato di come in seguito a quella lista conobbi Claudio Sanfilippo (il cui disco di esordio Stile libero era in quell’elenco ed è tuttora uno dei miei dischi più amati.

. Ho chiesto a Claudio (che dopo una mia telefonata aveva accettato di venire a Boretto appositamente) di suonarci dal vivo Stile libero e lui lo ha fatto come sa fare.

(ed è stato bellissimo)

. Ho letto una parte del breve saggio La vecchiaia di Natalia Ginzburg che è stato uno dei testi che mi ha accompagnato di più negli ultimi anni.

. Ho parlato di Roberto Bolaño e del mio amore per la sua scrittura, citando 2666, I detective selvaggi e Notturno cileno

. Ho infine parlato di Annie Ernaux e, sfidando la commozione e il mio pessimo francese, ho letto ai presenti la pagina finale de Gli anni. Tutti i libri di Ernaux sono per me straordinari (e misterioso come sia stato possibile che una così grande scrittrice sia stata tradotta da noi tanto tardi) ma Gli anni ha una caratteristica particolare. Termina con una lista.

Una lista di istanti da salvare. Fotografie, immagini rapidissime, ricordi, spezzoni di poesie.

La lista di Annie Ernaux (incoparabilmente più bella) termina la mia lista di consigli in una per me bellissima serata emiliana della quale sono grato a tutti.

Salvare
il balletto delle automobiline dell’autoscontro di Bazoches-sur-Hoene
la camera d’albergo in rue Beauvoisine, a Rouen, non lontano dalla libreria Lepouzé in cui Cayatte aveva girato una scena di Morire d’inverno
il distributore di vino sfuso al Carrefour di rue du Parmelan, ad Annency
mi sono appoggiata alla bellezza del mondo / e ho tenuto l’odore delle stagioni tra le mani
il maneggio del parco termale di Saint-Honoré-les Bains
la ragazzina con il cappotto rosso che accompagnava un uomo barcollante sul marciapiede, un uomo che aveva raccattato al bar Le Duguesclin, in un inverno passato a La Roche-Posay
la “gente senza importanza” del film Appuntamento al chilometro 424
la locandina osé mezzo strappata del servizio di incontri “3615 Ulla” alla fine della discesa di Fleury-sur-Andelle
un bar e un juke-box che suonava Apache, a Telly O Corner, Finchley
lo sguardo della gatta bianca e nera nel momento in cui si addormentava per l’iniezione
l’uomo che stava ogni pomeriggio in pigiama e pantofole nell’atrio della casa di riposo di Pontoise, che piangeva chiedendo ai visitatori di chiamare suo figlio allungando un pezzo di carta sporco su cui era scritto un numero
la donna della foto del massacro di Hocine, Algeria che somiglia a una pietà
il sole accecante sui muri di san Michele visto dall’ombra delle Fondamenta Nuove
Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più.

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Il mio ultimo libro è Bassa risoluzione, Einaudi 2018