MELUSINE
Melusine è una figura centrale del folklore in Francia, Germania e Lussemburgo. Ha conosciuto una rinnovata fama negli ultimi decenni del secolo scorso grazie agli studi sulla psicologia del femminile (in Italia un saggio di Silvia Vegetti Finzi) e al romanzo di Antonia Byatt “Possession” e al film che ne è stato tratto. La prima versione pubblicata della sua leggenda risale al XIV secolo ma non ha mai smesso di essere narrata e di ispirare nuove storie. La mia rispetta l’ossatura originale del racconto popolare ma le dà un nuovo corpo, nuove vesti e inevitabilmente un diverso finale.

CAVALIERI E SIRENE
C’era un tempo in cui le donne si ritrovavano per filare: le mani dipanavano veloci la lana con il fuso e la conocchia mentre le lingue intrecciavano le trame delle storie per allontanare la noia e la stanchezza. Quelle che raccontavano le seguivano per tutta la vita come i loro aggeggi casalinghi: ascoltate da bambine, condivise con le amiche da ragazze, tramandate a figlie e nipoti. Sempre uguali nelle loro infinite variazioni.
DAUPHINE ED ELINAS
Quella che mi è più cara comincia ancor più in là: in un’epoca di castelli, re e cavalieri, guerre e tornei, foreste incantate e fate. Elinas, il re di un brumoso paese del nord era da tempo un uomo infelice. Lasciata a malincuore la sua novella sposa per una nobile impresa in una terra lontana, ne era tornato ferito nel corpo e nell’anima. La gioia di riabbracciare la moglie e di conoscere il figlio, nato in sua assenza, era durata poco. La giovane regina era morta neanche un mese dopo, forse vittima di un contagio portato dai reduci.
Inconsolabile, Elinas, dopo essersi allontanato dai piaceri della vita, cominciava a sottrarsi anche ai doveri, gettando nello sconforto tutta la corte. Finché un giorno il suo più caro amico e compagno d’armi, Bertram, irruppe al castello con una notizia che sembrò risvegliarlo: il magnifico cervo bianco, che avevano cacciato invano in gioventù, sembrava finalmente essere ritornato nelle sue terre. Elinas avrebbe voluto portare con sé il figlio ma Jacquette, la madre di sua moglie, gli si oppose con ostinazione: Emmerick era troppo piccolo per una caccia che si presentava faticosa e piena di insidie.
Il re, scosso come per miracolo dall’apatia, per quanto contrariato, non pose tempo in mezzo e si inoltrò nella foresta, seguito da uno stuolo di amici fidati e cortigiani. Il cervo bianco non tardò ad apparire, imponente e maestoso ma anche abbastanza veloce e scaltro da sfuggire ai cacciatori e ai loro tranelli. Dopo alcuni giorni di inseguimento infruttuoso, Elinas decise che era il momento di cambiare tattica: meglio separarsi, setacciare la foresta ognuno per conto proprio e cercare di stanare il cervo accerchiandolo per poi portarlo allo scoperto, fuori dall’ombra protettiva degli alberi.
Cavalcò senza sosta per tutto il giorno inseguendo una preda che pareva prendersi gioco di lui, apparendo e scomparendo come per magia e solo all’avvicinarsi del tramonto si accorse di aver perso l’orientamento e il contatto con i compagni. Strano, era cresciuto in quei luoghi ma non ricordava di essere mai stato in quella parte della foresta. Poco più avanti gli alberi si diradavano e si sentivano in distanza delle voci, risate, forse un canto e il suono inconfondibile dell’acqua corrente. Scese da cavallo e percorse a piedi l’ultimo tratto del sentiero che portava ad un ampio spiazzo con al centro una fontana di pietra, alimentata da una fonte che scaturiva dalla stessa roccia imponente in cui sembrava scavato un castello semidiroccato. Una voce femminile, giovane e risoluta, lo distolse dal suo stupore.
“Benvenuto. Ti stavamo aspettando.” — disse la fanciulla accennando alle altre due ragazze, le sue sorelle a giudicare dalla somiglianza, accoccolate ai piedi della fontana. Lo invitò a sedersi e insieme ripresero a cantare, una melodia sconosciuta e meravigliosa. Elinas lasciò che il cavallo si abbeverasse, si rinfrescò, affondando il torso nella fontana e infine si distese, stanco, poco lontano, lasciandosi cullare da quelle voci incantevoli. Quando riaprì gli occhi era la Luna Piena ad illuminare la fontana, il prato, le rovine del castello e la ragazza che lo aveva accolto, in piedi accanto a lui. Doveva essere rimasta sola, notò Elinas, guardandosi attorno.
“Non abbiamo fatto in tempo a presentarci. Sono Dauphine.”- disse, mentre Elinas si rialzava — “Le mie sorelle mi hanno lasciato il compito di farti gli onori di casa. Una nostra antenata possedeva questo castello, giocavamo qui da bambine e ci torniamo spesso. Vieni, mentre dormivi ho preparato qualcosa per rifocillarti.”
Elinas continuava ad ascoltarla senza replicare, affascinato da quella voce che ora gli pareva meno decisa, più modulata e avvolgente e dallo sguardo che gli ricordava le profondità del mare che aveva attraversato per andare alla conquista del mondo. Dovevano essere stati la stanchezza e l’incanto della musica. Come poteva altrimenti non aver notato quanto fosse bella? Alta, flessuosa, con lunghi capelli biondi raccolti in una treccia morbida e ora un po’ sfatta, sembrava danzare mentre lo conduceva verso l’entrata del castello. Solo per un attimo avvertì un brivido quando l’oscillare sinuoso dei fianchi gli riportò alla mente i movimenti ipnotici dei serpenti incontrati oltremare.
Quello che trovò al di là dell’arco lo sorprese: più si addentravano verso l’interno, nel cuore della roccia, meno le stanze apparivano decrepite o abbandonate. Al centro della cucina, ampia come una cappella e con le stesse volte, troneggiava un focolare in cui ardevano grossi ceppi e sul tavolo era imbandita una cena sontuosa. Istintivamente si chiese come fosse possibile tutto quello che vedeva ma si fermò prima di dare voce ai suoi pensieri. Se era un sogno, un incantesimo meglio non spezzarlo. Non subito almeno. Da quanto tempo non si sentiva così vivo?
Non seppe mai quanto tempo fosse passato dal primo brindisi a quando si lasciò guidare da Dauphine nella camera nuziale del castello, inebriato ma non dal vino. Dall’intensità delle carezze, dalla profondità dei baci, dal piacere ritrovato del corpo, dal sollievo della mente, libera dai ricordi e del cuore, svuotato dei rimpianti e dei rimorsi. Si dimenticò della caccia e dello scorrere dei giorni finché un mattino uscendo dal castello si trovò di fronte la preda tanto agognata, il cervo bianco, che si abbeverava alla fonte.
Sorprendendo se stesso, non corse a prendere le armi, si voltò invece verso Dauphine. “È venuto il momento di tornare. Vuoi venire con me come mia sposa?”- le disse. Non si aspettava certo quel silenzio, quell’improvvisa ritrosia nei gesti e nello sguardo che le somigliava così poco. “C’è forse una promessa già data che non puoi infrangere?” “No” rispose lei “C’è un impegno che devo chiedere a te. Ti sposerò a patto che tu accetti di non entrare nelle mie stanze né quando mi farò il bagno né quando partorirò. So che ti potrà apparire bizzarro ma non prendere alla leggera quello che ti chiedo. Se non rispetterai il patto non potrò far altro che andarmene.” Elinas, rinfrancato dalla modestia della richiesta, giurò senza esitazioni.
Al castello furono accolti con sollievo, sorpresa e qualche ostilità. Che il re fosse tornato sano e salvo dopo essere stato dato per disperso e forse morto, ucciso da un orso o un cinghiale, era sicuramente una buona notizia. Ma che dire di quella nuova aspirante regina sbucata dal nulla, senza parenti e senza casato? Elinas però non si fece piegare né dai consigli dei cortigiani più anziani né dalle suppliche miste a velate minacce della suocera. Lo confortava che il primo ad accogliere con entusiasmo con Dauphine fosse stato proprio suo figlio, Emmerick.
Le nozze furono celebrate con grande sfarzo ma i festeggiamenti presto lasciarono spazio alla consuetudine della quotidianità. Elinas aveva ritrovato la gioia di vivere ed Emmerick la spensieratezza scomparsa con la morte della madre. La loro palese felicità non permetteva che i pettegolezzi e i brusii di disapprovazione, alimentati anche dalla riservatezza della nuova regina e dalle sue curiose abitudini, facessero breccia nella corte e tra i sudditi. Ancor di più dopo l’annuncio che un nuovo arrivo avrebbe presto allietato la famiglia reale.
Jacquette, testarda e malevola, però non si era ancora arresa. Non riusciva ad accettare che un’altra donna usurpasse il posto della figlia e temeva che il nuovo nato avrebbe scalzato il nipote dalla successione. O almeno giustificava così la propria ostilità. Rifiutava di ammettere anche a se stessa di non poter sopportare lo spirito libero della nuova venuta, incurante delle convenzioni e delle regole e il suo ascendente su Elinas. Quando Dauphine annunciò che si sarebbe fatta assistere nel parto dalla sua vecchia nutrice, non permettendo a nessun altro di starle accanto come avveniva per le abluzioni, pensò che finalmente sarebbe riuscita a sfruttare a proprio favore quelle impuntature bizzarre che non potevano non nascondere un segreto.
Venne il giorno del parto. La vecchia balia si chiuse dietro le spalle la porta degli appartamenti della regina e a Jacquette non restò che spiare, nascosta in un vano del corridoio antistante. Tutti gli altri si erano già allontanati obbedendo alla volontà di Dauphine. Non appena udì il primo vagito, decise di agire. Corse da Emmerick e gli annunciò l’arrivo del neonato. Il bambino, felice e curioso, si precipitò dal padre ed Elinas, travolto dall’emozione, si dimenticò della promessa. Percorse a perdifiato i corridoi, spalancò senza bussare la porta e incontrò lo sguardo disperato di Dauphine, intenta insieme alla nutrice a lavare le loro tre figlie appena nate.
La regina si sciolse in lacrime ma fu irremovibile: infranto il giuramento, Elinas non poté far altro che lasciarle partire con il cuore straziato. Ma a soffrire più di tutti fu Emmerich, che si sentiva colpevole dell’accaduto. Il ragazzino vivace ed esuberante divenne presto silenzioso e solitario. Dauphine si rifugiò nell’Isola Perduta, la patria dei suoi avi, dove crebbe da sola le tre bambine, Melusine, Mellor e Palladine. Ogni anno le portava alla fonte e raccontava loro l’incontro con Elinas. Finché un giorno, quando ebbero compiuto 15 anni, le fece salire sulla rocca per ammirare la foresta e il castello del re. “Ecco, lì siete nate. Quel castello appartiene a vostro padre.”- e cominciò a raccontare la storia della promessa infranta.
Melusina, la primogenita, reagì con furia inaspettata alla rivelazione. Un simile tradimento non poteva restare impunito e, all’insaputa della madre, riuscì a coinvolgere le sorelle in un complotto per vendicarsi. Elinas cavalcava spesso da solo per lenire la malinconia e Melusine e le sorelle, trasformandosi in animali della foresta, riuscirono ad attirarlo in una trappola e catturarlo. Immobilizzato da pesanti catene, lo trascinarono nelle segrete del castello vicino alla fonte e ne sigillarono l’accesso ricorrendo alla magia.
Quando Dauphine venne a sapere quanto era accaduto, si infuriò come mai prima, ma non potè far nulla per liberare Elinas. L’incantesimo poteva essere sciolto solo da un altro cavaliere. Punì però severamente le figlie, soprattutto Melusine che era stata l’artefice del misfatto. Da quel momento ogni sabato si sarebbe trasformata in una sirena con la coda di pesce e sarebbe stata costretta ad immergersi in una vasca lontano da occhi indiscreti.
RAYMOND E MELUSINE
Melusine, indispettita dalla punizione che riteneva ingiusta, abbandonò madre e sorelle e cercò rifugio presso un’altra fonte, lontana dall’Isola Perduta, dal castello del padre e anche dalla sua prigione. La sua solitudine non durò a lungo: al tramonto di un’afosa giornata d’estate dal folto degli alberi sbucò un giovane cavaliere malconcio e sconvolto che fece appena in tempo a smontare da cavallo prima da svenire. Non appena riprese i sensi, ammaliato dalla bellezza della sconosciuta e commosso dalle sue premure, iniziò a raccontare la terribile disgrazia che gli era capitata.
Si chiamava Raymond ed era il figlio minore di un nobile finito in ristrettezze. Lo zio, un conte grande feudatario, lo aveva accolto presso di sé, offrendosi generosamente di educarlo. Con lui e i suoi amici quella mattina aveva partecipato ad una caccia al cinghiale ma presto lui e lo zio si erano ritrovati soli. Mentre si riposavano in una radura, la bestia, nera e gigantesca, li aveva attaccati. Raymond, cercando di difendersi con la spada, aveva involontariamente trafitto lo zio uccidendolo. Dopo aver finito il cinghiale, preso dal panico e temendo di essere accusato di omicidio, non aveva visto altra via di scampo che la fuga.
Melusine lo rassicurò: poteva ancora salvarsi. Non doveva far altro che rimontare a cavallo e tornare al castello come se fosse ignaro dell’accaduto. Anche gli altri cacciatori si erano persi e al calare della sera erano tornati alla spicciolata. Una volta che il corpo fosse stato scoperto accanto a quello della preda uccisa, tutti avrebbero pensato che il conte fosse stato ferito a morte dalle zanne del cinghiale mentre gli assestava il colpo di grazia. Ora non restava che attendere l’alba per prendere la via di ritorno e attuare il piano.
Libero dall’angoscia e con il cuore colmo di gratitudine, Raymond trascorse il resto della notte conversando amabilmente con l’incantevole fanciulla che l’aveva così astutamente consigliato. Al sorgere del sole, completamente conquistato dalla sua bellezza e dal suo spirito, le chiese di sposarlo. Melusine a quel punto decise di rivelarsi: era una potente fata delle acque e avrebbe acconsentito al matrimonio a patto che Raymond strappasse a suo cugino, il nuovo conte, un terreno dove costruire un castello per la loro famiglia e che ogni sabato la lasciasse libera di ritirarsi nelle sue stanze senza cercare di entrare o di spiarla. Raymond accettò senza porre a sua volta condizioni.
Le cose andarono esattamente come aveva previsto Melusine: nessuno sospettò Raymond e, passato il periodo di lutto, i due celebrarono un sontuoso matrimonio. La notte delle nozze Melusine implorò di nuovo Raymond di non rompere mai la promessa di rispettare il suo ritiro del sabato. Raymond, senza esitare, ripeté il giuramento. La sposa, dal canto suo, tenne fede alla promessa e, grazie ai suoi poteri magici, non solo fece sorgere dal nulla un magnifico castello, che da lei prese il nome di Lusinia, ma beneficò tutte le terre circostanti di abbondanti raccolti. Raymond decise quindi di rendere partecipi il padre e i fratelli della ritrovata fortuna, invitandoli a vivere nella sua casa e dotandoli dei mezzi per una vita agiata.
La fertilità di Melusine non si limitò ai campi. Partorì ogni anno un figlio maschio, sempre straordinariamente dotato e insieme deforme: Urian, Cedes, Gyot, Anthony, Geoffry il Dentato, sfigurato sulla guancia da una zanna simile a quella di un cinghiale, Freimund. Tutti superarono l’infanzia diventando nobili cavalieri, guerrieri o religiosi. Neppure la mostruosità dei figli fece mai scemare la devozione di Raymond per l’affascinante moglie di cui continuava a rispettare il curioso desiderio, non violando mai la sua periodica reclusione.
Finché un sabato proprio il vecchio padre gli chiese che cosa impedisse alla nuora di presenziare alla cena e uno dei fratelli ne approfittò per suggerirgli che era venuto il momento di indagare su quelle strane assenze e tacitare una volta per tutte le voci e i pettegolezzi che da anni circolavano al castello e nel contado. Infuriato e tormentato dai dubbi, deciso a chiudere la questione una volta per tutte, Raymond corse agli appartamenti della moglie, spalancò la porta principale e poi quelle interne senza trovare nessuno, finché non arrivò ad una porta chiusa che non riuscì a forzare. Allora si inginocchiò, rassegnato a sbirciare dal buco della chiave.
Quello che vide lo ammutolì: Melusine riposava ad occhi chiusi, apparentemente sorda al trambusto a due passi da lei, immersa in una vasca da cui fuoriusciva la coda a scaglie bianche e blu di un pesce. Raymond non proferì parola. Si ritirò con cautela, attento a non fare il minimo rumore, sconvolto da quel che aveva visto ma ancor di più dalla consapevolezza di aver messo a rischio la sua felicità coniugale e il benessere di tutta la sua gente.
Il giorno seguente però Melusine non dette segno di essersi accorta dell’intrusione. La vita sembrò riprendere tranquilla il suo corso tranne che per Raymond, sempre attento a non lasciarsi sfuggire un indizio anche minimo della sua trasgressione. Finché un brutto giorno giunse al castello una notizia terribile: Geoffry aveva messo a ferro e fuoco il monastero che ospitava Freimund, uccidendo il fratello, il priore e tutti i monaci. Quando Raymond vide entrare Melusine nella cappella dove tutti si erano riuniti a pregare, le si scagliò contro urlando: “Vattene, serpente odioso che hai contaminato la mia stirpe!”.
A quelle parole Melusine svenne ai suoi piedi. Raymond, pentito ancora una volta dell’irruenza e delle accuse sconsiderate, si chinò a rianimarla ma quella che riaprì gli occhi non era la moglie che aveva conosciuto. Il suo sguardo era pieno di amarezza e di dolore: “Ora non posso fare altro che andarmene. Mi rivedrete qui solo quando annuncerò a te e a chi ti succederà che è venuto il momento di lasciare il posto a un nuovo signore” — gli rinfacciò con un gemito e, agitando le ali che le erano spuntate sulle spalle, prese il volo. Di lei rimase solo l’ultima impronta lasciata dal piede sulla pietra prima di fuggire dalla finestra. Anche se le balie incaricate di accudire i due ultimi nati, Dietrich e Raymond, furono pronte a giurare negli anni a venire che una figura alata e con la coda di pesce entrasse ogni notte nella stanza dei bambini per placarne i pianti e nutrirli per poi scomparire alle prime luci dell’alba.
EMMERICK E MORRIGAN
Mentre Melusine andava incontro al suo destino, Elinas rimaneva prigioniero nelle profondità del castello vicino alla fonte. La sua prima reazione era stata di ribellione, poi aveva tentato con ogni mezzo di trovare una via di uscita, alla fine si era arreso. Ma nel momento di massima disperazione gli era tornato in mente l’incontro con un eremita nelle terre lontane che aveva attraversato. La sua compostezza, la sua serenità. Forse esisteva un modo per non perdersi e impazzire in quell’isolamento pur non avendolo scelto. Dauphine, per quanto infuriata per l’accaduto, non poteva fare nulla. Melusine era stata chiara: solo un cavaliere con il cuore puro avrebbe potuto superare la prova, che del resto nessuno conosceva, e sciogliere l’incantesimo. Rimaneva la speranza che qualcuno venisse a cercarlo e riuscisse nell’impresa. Certo suo figlio non si sarebbe rassegnato facilmente alla sua scomparsa.
In verità dopo che il padre era letteralmente svanito nel nulla — armi e cavallo erano stati ritrovati nella foresta senza tracce di lotta con uomini o animali — Emmerick non aveva lasciato nulla di intentato. Ma squadre di cavalieri e spie solitarie, mandate in missione, erano sempre tornate a mani vuote. Non gli era rimasto che prendere in mano le redini del regno in attesa di un ritorno che forse non sarebbe mai avvenuto. La sua vita sembrava davvero costellata di perdite: la madre, poi Dauphine e le sorelline neonate, ora il padre. La spensieratezza se n’era andata presto dalla sua vita, ora sembravano scomparse anche l’allegria e il piacere. Essere bello, ricco e potente gli aveva garantito fino a quel momento avventure appaganti e senza complicazioni. Ma l’amore che aveva visto negli occhi di suo padre e di Dauphine continuava a sfuggirgli.
Forse perché era stato lui con quell’annuncio precipitoso a scatenare il dramma che li aveva divisi. Ma si può davvero imputare ad un bambino la gioia, l’entusiasmo, la curiosità? Certo nessun ragionamento era mai riuscito a cancellare il dubbio che in fondo fosse stata colpa sua. Le ombre che credeva di essersi lasciato alle spalle tornavano a perseguitarlo. Come l’insistenza della nonna Jacquette che, vedendolo disinteressato a nuove distrazioni amorose, non smetteva di presentargli speranzose candidate al matrimonio.
Per reazione cominciò ad isolarsi: non appena esauriti i compiti del ruolo si ritirava in biblioteca o nella cappella del castello. Oppure, nella preoccupazione generale, lo abbandonava per lunghe cavalcate, seminando anche la sua guardia personale. Cercava risposte ad un’inquietudine interiore che non riusciva a placare. Suo padre avrebbe forse potuto aiutarlo ma non gli era accanto. Certo non poteva farlo il fraterno amico Bertram, che gli aveva lasciato al fianco come consigliere. Pratico, gaudente e cinico impenitente.
Fu in una di quelle escursioni solitarie che gli parve di scorgere tra i cespugli un cervo bianco e poi il profilo di una ragazza vestita d’azzurro. Provò a inseguirli ma sembravano svaniti nel nulla. Prese però l’abitudine di tornare in quella parte della foresta finché un giorno la ragazza riapparve: non più un’ombra fuggevole ma una giovane donna in carne d’ossa. Scese da cavallo per pedinarla senza farsi scoprire e si ritrovò in un luogo che non conosceva se non nei racconti di Dauphine e di suo padre.
Quello era il luogo dove si erano incontrati: la fontana alimentata dalla sorgente, il castello in rovina scavato nella roccia. La ragazza si era sciolta la lunga treccia bionda e si stava togliendo gli abiti per immergersi nell’acqua. Cantava con voce limpida una melodia sconosciuta e ammaliante. Doveva essere così il canto delle sirene, si ritrovò a pensare Emmerick. Era confortante tornare a provare desiderio per una donna ma avvertiva qualcosa di nuovo. In altri tempi non avrebbe esitato a farsi avanti e a cercare di conquistarla. Ora avrebbe potuto restare ad ascoltarla per ore senza neppure sfiorarla.
La ragazza stava uscendo dall’acqua. Fece per andarsene prima di farsi scoprire ma il fruscio delle foglie secche sotto gli stivali lo tradì. La ragazza lo chiamò: “Emmerick” e lui si fermò di colpo, sorpreso che lo conoscesse. “Potresti tornare domani a quest’ora?” — aggiunse lei . “Mi chiamo Morrigan” furono le ultime parole che pronunciò prima di sparire misteriosamente come era apparsa. Quella notte Emmerick sognò Dauphine che gli mostrava la porta del castello diroccato e poi suo padre prigioniero nelle segrete. Ma si svegliò prima di riuscire ad ascoltare quello che stava per dirgli.
Il giorno seguente, appena dopo il tramonto, tornò alla radura. Morrigan era già immersa nell’acqua. Gli fece cenno di avvicinarsi. “So che stanotte qualcuno che conosco bene ti ha raccontato il segreto del castello. Posso aiutarti a liberare il re a patto che tu faccia esattamente quello che ti dirò. Non potrai tirarti indietro altrimenti Elinas sarà perduto per sempre. Avvicinati alla vasca”. Emmerick le ubbidì ma quando fu a meno di un passo scoprì che qualcosa di straordinario era accaduto.
Lo splendido corpo che aveva ammirato il giorno prima si era trasformato: il viso meraviglioso, i profondi occhi azzurri, i folti capelli biondi, il busto fiorente erano ancora lì, ma non le mani e le gambe. Le mani non avevano più dita, erano simili alle estremità delle zampe delle rane e non aveva piedi, solo una coda di pesce dalle scaglie smaltate di bianco e blu. “Ora tocca a te, Emmerick” -disse — “Dovrai baciarmi per tre volte per tre giorni di seguito senza sfiorarmi neppure con un dito. Quando lo avrai fatto senza mai esitare, tuo padre sarà libero”. Emmerick le ubbidì. Le nuove forme mostruose non avevano indebolito né la volontà di liberare Elinas né l’attrazione irresistibile per Morrigan.
Tornò anche il giorno seguente e questa volta l’intero corpo di Morrigan era coperto di scaglie e le erano spuntate due ali da drago. Ma gli occhi e la bocca erano ancora così seducenti che Emmerick la baciò comunque con trasporto tre volte. La fata emise un gemito di piacere e sparì. Emmerick trascorse una notte insonne. Era la vigilia dell’ultima prova. Non poteva fallire.
Questa volta, quando arrivò di fronte a Morrigan, dovette trattenere un fremito di disgusto. Anche il bel viso, gli occhi e la bocca erano spariti. Sul corpo di serpente con le ali da drago poggiava ora una grossa testa di rospo. Solo la voce non era cambiata, suonava ancora calda, avvolgente. “Stavolta devi entrare nella vasca per baciarmi per l’ultima volta. La chiave d’oro per aprire la porta del castello e dei sotterranei dove è imprigionato tuo padre è qui sul fondo della vasca. Ma non toccarla prima di aver completato il tuo compito”.
Emmerick fu tentato invece. Tuffarsi, afferrare la chiave, correre a liberare il padre e poi fuggire da quel mostro irriconoscibile che non poteva più essere il suo amore. Lo fermò il ricordo di due sguardi: quello di Morrigan la sera del loro incontro e quello di Dauphine quando Elinas aveva infranto la promessa. Si immerse nell’acqua, vincendo il ribrezzo baciò la testa di rospo e attese. Ora toccava a Morrigan rispettare il patto. Le spire del serpente potevano ancora avvolgerlo, soffocarlo e tutto sarebbe finito. Questa volta per sempre.
Non ebbe bisogno di chinarsi: la chiave d’oro emerse dalle acque sospinta da una forza invisibile. Emmerick l’afferrò, si slanciò verso la porta del castello, l’aprì e poi scese a precipizio le scale che portavano ai sotterranei. Solo un’altra porta da spalancare e poi l’abbraccio al padre, attonito e colmo di gratitudine. Anni di vita e di lontananza da colmare in poche parole. Quando uscirono all’aperto la radura era illuminata dalla Luna e ai piedi della fontana era seduta la fata, di nuovo umana e bellissima. Stavolta il loro bacio appassionato fu spontaneo, dettato solo dall’amore.
Emmerick chiese a Morrigan di sposarlo. Lei accettò, a patto di rimanere nel castello vicino alla sorgente e, gettando la chiave d’oro nella fontana, lo fece tornare in un lampo all’antico splendore. “-L’ho costruito un tempo per un uomo che ho amato e mi ha amata ma l’ho abbandonato, lasciandolo andare in rovina, dopo che lui aveva tradito la sua promessa. Ora è nostro. Qui vivremo insieme per il resto dei nostri giorni.”