Ancora 28 giorni, 6 ore e 34 minuti senza Facebook, ma chi li conta più

Se siete quel tipo di persona che usa Facebook per pubblicare le foto delle proprie lezioni di tango o del gatto che fa yoga, questo articolo non fa per voi. Andati? Bene, ora che siamo tra noialtri che se vediamo pubblicata una notizia vecchia di cinque minuti pensiamo “ma vive nelle caverne”, anziché pensare “ho molto più tempo libero di lui”, noi che nei selfie siamo meglio che dal vivo perché ci siamo allenati tanto, noi che abbiamo chiara la grammatica social perché è parte di quelle pratiche distintive simboliche con cui tentiamo di fare bella figura e non sembrare dei baluba, veniamo al punto: c’è un grave problema di cui nessuno vuol parlare, questo problema si chiama “mi hanno bloccato l’account e ora mi tocca l’astinenza forzata”.

Se non ti bannano almeno una volta non sei nessuno. Le norme più rigide le ha Facebook. L’aureola di un capezzolo è oscena: Kim Kardashian sta su Instagram, mica è scema. Praticamente del catalogo Mapplethorpe puoi pubblicare i fiori ma non tutto il resto, mentre Eleonora Brigliadori può far proselitismo con l’acqua di luce per curare il cancro ma tu non puoi scrivere frocio. Le regole del contratto sono tante, ma nessuno le legge. Mi è capitato di essere bloccato per un mese (non vi racconterò i dettagli, colpa d’una foto che non avrei mostrato a mia madre) e di poter leggere tutto ciò che accadeva in timeline senza poter interagire. I miei amici mi scrivevano e io non potevo replicare. Invisibile.

La prima fase è la negazione. Non può essere vero. Inizi a scrivere messaggi di protesta a Facebook, prima dal tono conciliante e cordiale — sai che hanno il manico, il coltello e tutta la tua corrispondenza privata dalla loro — poi, quando capisci che i tuoi messaggi cadono nel pozzo dei desideri, inizi a sbraitare e ad agitarti come quei cricetini nella gabbia che aspettano una puntura. La seconda fase di sfogo isterico dura poco, giusto il tempo di capire che non funziona niente, che sei invisibile, e i moderatori della Facebook Police non riesamineranno il tuo caso trovandoci dell’ironia incompresa: ti hanno compreso fin troppo. Sei il fantasma del Natale passato, sei come in quel dimenticabile film dove Nicolas Cage guarda la sua famiglia ridere senza di lui. Sei così immerso nell’incomunicabilità da far sembrare i film di Antonioni una chat di gruppo tra genitori. Sei una puntata di black mirror: hai usato troppo la tecnologia, colpa tua.

Poi arriva la seconda fase: panico. Inizi a pensare agli scenari peggiori tipo uscire di più di casa, e farneticare sul profumo della carta e delle carrozze sulla strada sterrata, esaltando “il sorriso degli sconosciuti” in metropolitana, leggendo gli articoli di Severgnini e Mauro Corona e, oddio, se finissi a parlare con i vicini di tavolo al ristorante!? I brividi. Poi, per scongiurare l’evenienza che ti venga voglia di lavorare per riempire quell’enorme mole di tempo che occupavi sextando e inviando foto sconce, finisci a elencare le cose che potresti fare: leggere tutti i millemila libri di Camilleri, recuperare la saga di Game of Thrones, rivedere tutte le puntate di un Posto al Sole, leggere i bugiardini di tutti i medicinali che ti sei comprato per calmarti, oppure innamorarti (così potresti stare ore su Whatsapp a fissare i visualizzati senza risposta), o leggerti la Costituzione Italiana. Girare per la città cercando Pokemon. Iscriverti all’Isis, o in palestra: che se fatta bene è più o meno la stessa cosa.

La terza fase è la rassegnazione. Inizi a pensare che hai sempre fatto a meno di Facebook. Che non c’è nulla di peggio di dar ragione a quelli che considerano internet come una dipendenza. Che sei libero. Che smetti quando vuoi. Che… dura pochissimo. Ti apri un secondo account per lurkare il mondo, cioè spiarlo in incognito su Facebook ma, essendo tu impreparato alla vita, hai scelto un nomignolo che neanche una drag queen. Finisce che la polizia di Facebook ti chiede documenti (ed è subito emergenza democratica). Fallito anche quest’ennesimo tentativo di tornare tra i vivi, o tra i non abbastanza morti, finisce che ti arrendi a seguire la vita che scorre in timeline senza mai poter interagire, e, da emarginato, scopri una cosa incredibile: non ti interessa nulla di quello che si dice lì. Ma proprio nulla. Anzi da fuori sembra assurdo ci si possa accapigliare ogni giorno per cose prive di interesse.

Il pirla è sempre l’altro e siamo tutti i pirla di qualcuno. È un cartello enorme di Brecht con scritto «la gente è rincretinita», o se preferite è quella slide con cui Peretti, il fondatore di BuzzFeed, spiegava il successo del suo impero «people are crazy». E ti accorgi della ridicolaggine di alcune pose sexy in fotografie che per comodità definiremo «mi hanno interrotto mentre mi infilavo le mutande», o degli elzeviristi che ti spiegano quanto gli sia piaciuta una serie o meno, e gli opinionisti che parlano al loro pubblico (immaginario), e a quelli che fanno i quiz sul colore dell’estate o il segno zodiacale e intanto stanno cedendo kg di dati personali (probabilmente noiosi quanto quelli pubblici), le foto profilo che cambiano con le stragi o con le mode, gli articoli che nessuno legge, i libri fotografati e poi riporti sotto al letto, i commenti sull’ultima diatriba provinciale con cui riempire la giornata, schierandosi da una parte o dall’altra o, a mia preferita, contro tutti. E non vedi l’ora di ricominciare anche tu ad averla, quell’impagabile e in effetti gratuita opinione, contando i giorni che ti separano, le ore, i minuti. A questo punto per ingannare l’attesa pensi alla vendetta.

Inizi a considerare i colpevoli. Sì, sicuramente c’è una parte di algoritmo modellato sul linguaggio di una maestra delle elementari (inizi a censurare un “frocio” e ti ritrovi ad aver votato Donald Trump); ma troppo facile pensare sia tutta colpa di un codice. Non ti dà soddisfazione. Allora pensi che sia quello che non ti ha messo like da un po’, quell’altro a cui avevi risposto male, quella che si era offesa. Inizi a sospettare di tutti e con infinita meraviglia ti accorgi che puoi segnalarli alla polizia di Facebook: è l’unica funzione rimasta attiva. E così capisci, gli unici che perdono tempo a segnalare gli altri sono i bloccati, perché è tutto ciò che possono fare per sentirsi parte di quella meravigliosa comunità. Zuckerberg crede che vogliamo essere tutti amici perché non ha tempo di leggere le cose che scriviamo. Non ha tempo di sentirsi ridicolo. Povero lui.

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