Il Multiverso narrativo di Michael Moorcock

“And that was why in paradox there was always a kind of truth. That was why philosophers and soothsayers flourished. In a perfect world there would be no place for them. In an imperfect world the mysteries were always without solution and that was why there was always a great choice of solutions.”
(Michael Moorcock, Elric: The sailor on the Seas of Fate, Quartet, 1976)
“E per questo il paradosso era una specie di verità: per questo prosperavano i filosofi e i sapienti. In un mondo perfetto non ci sarebbe stato posto per loro. In un mondo imperfetto i misteri non avevano mai soluzione, ed perciò c’era sempre la scelta di un’ampia gamma di soluzioni.”
(Traduzione di Roberta Rambelli per Sui mari del Fato nel volume La saga di Elric di Melniboné, Editrice Nord, 1985)
Con queste considerazioni si chiude il secondo capitolo della terza parte di Elric: The sailor on the Seas of Fate, secondo volume della saga che narra le avventure di Elric di Melniboné (da pronunciarsi Melnibonay), il più famoso dei personaggi creati dall’autore inglese Michael Moorcock. Tre periodi che ben sintetizzano la filosofia sulle cui fondamenta si regge non soltanto la saga di Elric, ma la totalità delle invenzioni letterarie di Moorcock. Opere distribuite in cicli soltanto apparentemente separati, ma in realtà strettamente collegati tra loro: ogni libro è nient’altro che la narrazione d’un minuscolo frammento delle vicende che s’intrecciano nel Multiverso, tra epoche e luoghi dalla definitezza del tutto relativa.
Michael Moorcock, nato il 18 dicembre 1939 a Londra, comincia la propria attività giovanissimo, scrivendo dall’età di undici anni. A diciassette (nel 1956) diventa redattore per il magazine Tarzan Adventures. Qualche anno dopo diviene invece curatore della rivista New Worlds, dedita a pubblicazioni di carattere fantascientifico. A New Worlds contribuisce anche con le proprie abilità di scrittore, ma sotto lo pseudonimo di James Colvin, nome d’arte comune ad altri critici che collaboravano col magazine. Quello di Colvin fu soltanto una delle sue molte identità letterarie, e cadde in disuso con un necrologio fittizio, apparso proprio sulla rivista di fantascienza. In esso si annunciava la morte dell’individuo così chiamato (quale dei tanti?), nel 1970. Ma nel breve romanzo di due anni dopo Breakfast in the Ruins compare invece una nota che avvisa della morte di Michael Moorcock stesso, anch’essa ovviamente falsa, firmata nientemeno che da James Colvin. Così come con quelle dei personaggi dei suoi libri, l’autore gioca dunque fin dagli esordi con le proprie identità, inserendo gli eventi che le riguardano in una dimensione cronologica indistinta e mutevole, secondo logiche oniriche.
Elric di Melniboné compare per la prima volta nel 1961, in un racconto intitolato The Dreaming City, ma il primo romanzo dedicato al personaggio è di dieci anni più tardi, di quello stesso 1972 che vede l’uscita di Breakfast in the Ruins. I due libri sono accomunati da una particolarità: il primo capitolo è scritto al tempo presente (nel caso di Breakfast in the Ruins, anche l’ultimo). L’espediente è sintomatico della già esposta concezione temporale dell’autore, per il quale, nel Multiverso, tutto ciò che deve accadere, accade o è già accaduto è in realtà contemporaneo; ed il presente, un eterno e relativo presente, un paradosso sul quale prosperano filosofi e sapienti, è l’unico vero tempo al quale ricondurre ogni evento.
Il personaggio di Elric nasce in aperta opposizione all’opera di J. R. R. Tolkien, considerato il padre del fantasy e colui al quale tutti gli scrittori dediti al genere, prima di Moorcock, avevano guardato come modello. L’autore della saga di Melniboné, infatti, non amava l’universo immaginario rappresentato da Tolkien, a suo dire troppo ottimistico. Il ciclo di Elric rappresenta invece una lunga discesa verso un baratro, sia dal punto di vista personale del protagonista che da quello della porzione di Multiverso nella quale si ambienta la storia. Sempre per questione di paradosso, prima del ritorno ad un mondo che si annuncia sereno deve avvenire una completa distruzione di quello che precedentemente esisteva. Elric, servo del Caos, non può che trovare la propria fine — e così tutti coloro coi quali si relazionava — assieme a questo mondo. Ma non è la morte di un eroe: nella saga non esistono personalità, né totalmente né in maggior parte, buone. Al massimo meno malvagie di altre.
Il protagonista è una figura classicamente tragica. Spesso compie sì nolente, ma per volere inesorabile del dio negativo al quale si è coscientemente votato, azioni terribili, anche a danno delle persone amate. Porta con sé una spada nera, Stormbringer (resa in italiano come Tempestosa), dotata di una volontà propria mai troppo sottomessa, che tante volte sarà la sua salvezza ed infine sarà la sua morte. Anche l’aspetto fisico lo connota da subito come “deviante dall’Ordine” (la forza universale opposta al Caos): il principe di Melniboné mostra, a causa del suo essere albino, una bellezza disturbante. I lunghi capelli lattei, gli occhi cremisi e la costituzione emaciata (alla quale soltanto gli intrugli magici che assume impediscono il decadimento completo) fanno sì che venga spesso paragonato da altri personaggi a un cadavere, a uno spettro. Anche in vita, è dunque già visto come immagine di morte.
Le principali avventure di Elric, episodi sostanzialmente autoconclusivi, mostrano nell’insieme lo schema di una quest rovesciata: una ricerca che conduce all’apocalisse, divisa in sei volumi: Elric di Melniboné (Elric of Melniboné, 1972); Sui mari del Fato (The sailor on the Seas of Fate, 1976); Il fato del Lupo Bianco (The Weird of the White Wolf, 1977); La torre che svaniva (The Vanishing Tower, 1977); La maledizione della spada nera (The Bane of the Black Sword, 1977); Tempestosa (Stormbringer, 1977). Negli anni successivi Moorcock scrive altri due romanzi che hanno come protagonista il principe albino: La fortezza della perla (The Fortress of the Pearl, 1989) e La vendetta della Rosa (The Revenge of the Rose: A Tale of the Albino Prince in the Years of his Wandering, 1991). Il più celebre personaggio di Moorcock ritorna tuttavia sotto altre sembianze: Erekosë nel ciclo del Campione eterno, Corum Jhaelen Irsei nel ciclo di Corum, Jerry Cornelius nella serie omonima: questi e molti altri nomi non sono che le infinite sfaccettature dello stesso ruolo, declinato sotto molteplici soluzioni.
I complessi e profondi intrecci dell’opera di Moorcock non hanno mancato di affascinare molti artisti, specialmente musicisti. Gli Hawkwind, gruppo progressive rock il cui nome deriva da quello del personaggio di Hawkmoon, hanno avuto in particolare l’autore inglese non soltanto come ispiratore, ma anche come collaboratore ad alcuni testi. Anche due dei tre contributi testuali di Moorcock per i Blue Öyster Cult, “Black Blade” e “Veteran of the Psychic Wars” si riferiscono alle vicende di Elric. Spostandosi su territori più metal, gli statunitensi Cirith Ungol — pur traendo il proprio nome da Tolkien — hanno richiamato in svariati brani le vicende del principe albino. Elric compare anche sulle copertine di tutti i loro album nelle illustrazioni ufficiali dell’artista Michael Whelan. In Italia, sempre attraverso le copertine (recanti i dipinti di Giovanna Corsini) dell’intera discografia e numerosi tesi, la figura di Elric è ampiamente omaggiata dalla band Domine.
Nel nostro Paese, il periodo di maggior successo dello scrittore è stato tra gli anni Settanta e Ottanta, con le edizioni proposte dall’Editrice Nord e da Fanucci. Oggi le opere di Moorcock non vengono ristampate da ormai molti anni: chi vuole procurarsene una copia deve sperare di trovarla in mercatini dell’usato o siti come Ebay; o altrimenti rassegnarsi ad acquistarla, sempre via Internet, in lingua originale. Sarebbe bello poter invece ritrovare le sue saghe sugli scaffali delle librerie, accanto a tanti autori ben più famosi e ad altri che come lui mancano da troppo tempo, ma meriterebbero di tornare all’evidenza di tutti. Affinché i lettori possano così raggiungere agevolmente tante meravigliose Dimensioni parallele in più. In Moorcock le infinite sfaccettature del poliedrico Multiverso si riflettono l’una nell’altra, e nessuna prevale. Melniboné è un’altra manifestazione del nostro mondo, o il nostro mondo è un’altra manifestazione di Melniboné?
Silvia Marcantoni Taddei
