Il coding come esercizio di disciplina

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Non sono nato informatico, come spesso dico scherzosamente, sono “prestato all’informatica”. Il prestito si è poi trasformato in usucapione ed eccomi da più di 20 anni a navigare a mio agio in un oceano di tecnologie in continua evoluzione.

Quando nel 2000 ho cominciato a lavorare a tempo pieno in ambito IT per imparare a programmare bene dovevi, nella maggior parte dei casi, far affidamento a manuali (cartacei e cari).

Oggi invece per risolvere un dubbio o capire la causa di un messaggio d’errore ti basta un copia e incolla sul motore di ricerca per un aiuto a costo 0.

Si può dire che la soluzione è a una manciata di click di distanza da te.

In questa cornice mi trovo a riflettere spesso sulle abilità utili a vivere con fiducia in questo scenario.

Anche perchè la velocità del cambiamento è quasi visibile ad occhio nudo. Non passano decenni o lustri, ma mesi e settimane.

Il cambiamento porta incertezza, e nella incertezza cresce la tua paura di essere inadeguato/a, di non avere strumenti per tornare in controllo della tua vita.

I social pullulano di post “ad effetto” che cercano di raccogliere questo stato d’animo e di ghermirlo raccontando quali competenze fanno la differenza per avere successo o danno più chance di lavoro. Se non si è fortunati si ricade nei soliti, un po’ cammuffati, “soft skill” o in “finte” nuove competenze digitali.

In termini di risposta concreta valgono come i classici dell’estate su bere tanto e non uscire nelle ore più calde.

Per fortuna per rispondere all’incertezza e dare risposte utili ci sono autori che vanno dritto al punto con contenuti di qualità e sostanza, come Borzacchiello, Saletti, Scandellari, Silvestrini (la lista non si ferma qui, ma questi professionisti sono un ottimo punto su su cui sostare per crescere).

Invece, forse perché il tema richiede più tempo e più preparazione, quando si affronta l’argomento del “coding” è più difficile trovare articoli divulgativi sufficientemente approfonditi eutili ai più.

C’è la tendenza a stare vaghi o a entrare troppo nel tecnico (in questo secondo caso si trovano post preziosi di grandi professionisti ma che richiedono tanto studio per essere apprezzati).

Con queste premesse, il più delle volte si finisce a farne della programmazione una battaglia ideologica:

  • C’è chi sostiene che imparare a scrivere codice è una perdita di tempo, un imbarbarimento rispetto all’elegante filosofeggiare (così caro all’italico tradizionalista)
  • C’è chi ritiene che è un bisogno primario, un insegnamento da dare ai bambini fin dai primi anni di scuola.
  • Poi c’è chi, nel mezzo, con apparente successo e grande sorniona eleganza, si vende e parla di temi e tecnologie senza aver, probabilmente, usato un compilatore o scritto codice in vita sua.

La mia personale esperienza è che fare coding, programmare, rappresenta una sana abitudine, un esercizio di disciplina mentale.

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Il codice ti obbliga a chiarire il risultato che vuoi ottenere; se sei bravo ti guida a soluzioni sempre più efficienti ed eleganti;

Ti misura sotto stress per capire quanto vuoi veramente arrivare fino in fondo (soprattutto quando quello stupido front-end o backend non fa quello che CREDI DI AVER SPIEGATO BENE ALLA MACCHINA CON LE TUE ISTRUZIONI).

Ma la macchina, che è stupida e sincera, ha sempre ragione. Ti obbliga, testarda e insensibile alla tua frustrazione, a cercare quel piccolo o grande errore che “macchia” il tuo programma.

Chi legge quello che programmi si può fare un’idea chiara della tua bravura e dei tuoi limiti, dei tuoi gusti e della tua maturità.

Come nelle arti marziali e nella scelta degli animali di compagnia, ci sono linguaggi che rispecchiano profondamente la psicologia del programmatore. Sembrano proprio fatti “su misura” per ogni tipo di persona: per i pignoli, per i creativi, per i rigorosi, per i teorici, etc.

Qualunque sia lo scopo per cui decidiamo di farlo, programmare è una pratica che, se costante, può farci crescere profondamente.

E’ una palestra sempre aperta, decidi tu quanto sudare e fin dove spingerti.

E, come ogni palestra, se ci vai intenzionalmente, non ti fa uscire mai come sei entrato/a.

Concludo ricordando che, di programmatori per risolvere i problemi del Mondo, ce n’è un gran bisogno.

Se non l’hai ancora fatto, comincia ora.

Impara un linguaggio e, nella vita quotidiana, fanne un esercizio di crescita e servizio.

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