Il mondo (digitale) è sempre più complesso: agevoliamo manager per le PMI, determinando assunzioni (stabili) con effetto «moltiplicatore»

Non necessitiamo di politiche di «assistenzialismo novecentesco»

(Primo step logico –> 3 minuti)
Tratto da jobsact.lavoro.gov.it

#jobsact per (digital) manager per le PMI: una proposta per assunzioni (indotte e stabili) nel tempo

Imho, è evidente – purtroppo ancora a pochi - che necessitiamo di decontribuzione per assunzione e formazione di manager per le micro e PMI «familiariastiche» che intendano sviluppare il business (a medio-lungo termine) e fare trasformazione digitale, se si vuole dare stabilità alle assunzioni e al lavoro.


Una proposta logica e non legata a nessun interesse politico o economico particolare.

È possibile che non si capisca che la soluzione non è la decontribuzione palliativa trasversale alla dimensione d’impresa ma è un problema di misure atte a creare una stabilità di future assunzioni nelle imprese di dimensione minore – attraverso progetti – per farle crescere?

I dati dell’ultimo#jobsact, soprattutto segmentati per dimensione di impresa, dimostrano precisamente la mancanza di managerialità nella gestione delle persone e dei progetti a medio-lungo termine.

Elaborazione dati INPS febbraio 2017
Da un boom di assunzioni a tempo indeterminato nel 2015 si è passati ad un vertiginoso calo delle stesse nel 2016 e un nuovo aumento esponenziale dei contratti a termine, sancendo purtroppo il mancato obiettivo di diminuire la precarietà da parte del jobsact.

Ma quale e' la causa?

Analisi semplice (spero non semplicistica)

  • In primis, la capacità produttiva e la dimensione d’impresa

Abbiamo una dimensione media sotto i 4 dipendenti (media UE QUASI 7 – dati Istat) e una capacità produttiva pessima sotto i 10 dipendenti.

Tratto da Twitter

Il problema macro economico dipende dal fatto che 9 imprese su 10, in Italia, hanno meno di 10 dipendenti.

  • Secondo, la mancanza di cultura delle competenze e quella dei manager nelle PMI (accentuata in epoca digitale)

La nostra è una cultura e una società che funziona per relazioni (amico dell’amico, in tutte alle sue vesti) e non per competenze.

È evidente e sotto gli occhi di tutti che mancano manager per un taglio di imprese sotto i 50 dipendenti che riescano a farle crescere mediante progetti di riconversione digitale. Questo soprattutto nei settori no KIBS – Knowledge Intensive Business Services – ma anche nei KIBS: chiedetelo alle agenzie digitali e aziende che fanno innovazione quanto è difficile trovare persone adatte alla managerialità dei progetti e allo sviluppo, a costi contenuti.
  • Terzo. La via di investimenti in ricerca e sviluppo + progetti di trasformazione e innovazione digitale, non si lega a misure di decontribuzione trasversale

Ma cosa ci vuole per capire che se necessitiamo di progetti servono – propedeuticamente – (digital) project manager in un mondo così complesso e non operativi?!


Dunque.

Ragioniamo su una politica attiva che induca alla stabilità secondo logiche economiche e non assistenziali.

Giovani sotto i 29 anni, assunti per un paio d’anni, non cambieranno l’andazzo: tante menti fresche e brillanti sono sempre utili ma per fare progetti ci vuole esperienza e managerialità, non solo saper fare (spesso legata alle persone under 30) ma soprattutto sapere (come, quando, dove, chi e perché): figure manageriali almeno di qualche anno in più.

Il problema chiave?

NON ESISTE in Italia una cultura del manager per le PMI: quando ero piccolo mia madre mi diceva di studiare per fare il manager e carriera nelle grandi imprese, oggi si parla invece di fare l’imprenditore/startupper o il consulente digitale.

Nessuno studia e lavora per diventare manager di piccole e medie imprese.

Nelle PMI (così come nelle micro e nelle Startup, vedi i numeri di frammentazione «parallela» nel report di Infocamere) non c’è cultura manageriale perché manca offerta di managerialità, dunque va «semplicemente» creata.

  • Esistono consulenti con le stesse caratteristiche della frammentazione di impresa (piccoli e settoriali).
  • Esistono familiari che vengono messi in posti di comando solo per il concetto di fiducia, relazione o controllo ma molto spesso non hanno competenze, visione, capacità di creare un nuova comunità imprenditoriale vicino all’impresa di famiglia.
  • Esistono manager da media e grande impresa non adatti per costo e mentalità: è diverso fare un piano e gestire 1000 persone da quello di formarne 20 e assumerne altre 10 e, per chi si «adattasse» (perché è un vero manager), servono fondi per il suo compenso che le micro e PMI (in fase di progetto) non possono permettersi se non aumentano fatturato e dimensione.

«Un cane che si morde la coda».

Imho, il concetto è fatto di semplici passaggi.

Premessa fondamentale

Dobbiamo dirlo esplicitamente che la complessità del mondo, così come ben studiato da anni dal prof. Piero Dominici, ha portato il guizzo imprenditoriale italiano a non essere più sufficiente. E di guizzi e progetti ce ne sono tanti che non si alimentano per mancanza di manager e modelli adatti a tali sviluppi, persi spesso in banalità gestionali o semplicemente per mancanza di tempo da parte dell’imprenditore, ormai saturo e mancante di competenze, mentalità, tempo e fondi da investire.

Serve capacità di visione digitale che gli imprenditori oggi non hanno più, serve mentalità e capacità di execution (a chi ti dice «dotto’ se’ vedemo domani») per aumentare la capacità produttiva, serve un facilitatore per ogni impresa a fianco di chi inventa ma ha troppe questioni da vedere: dalla burocrazia al personale, al mercato, alle banche, alla complessità di vita anche personale.

1. Concetto base economico

Assumo se ci sono o si creano almeno le condizioni per vendere.

La (stabilita’ e la) dimensione di impresa si aumenta con progetti nuovi (R&D e innovazione come detto) e fatturato conseguente che comportano il successivo – implicito – bisogno di operatività e assunzione (più stabile) in fase di processo.

2. Progetto=Project manager

In primis, per i nuovi progetti servono (digital) project manager.

Soprattutto nelle piccole realtà che (spesso lo ignorano) non sanno a chi rivolgersi, come fare, dove andare, ancora di più nell’era digitale (anche se sono ormai 15 anni che il bisogno è esistente e lampante).

Il jobsact va fatto dunque per (digital) manager di sviluppo che intendano infatti «abbassare» il livello dimensionale e di brand delle aziende che li potrebbero ingaggiare, mantenendo un compenso importante (e adatto all’impegno e alle responsabilità) anche nei primi anni di sviluppo del progetto (area di perdita), prima che questo porti il valore di mercato congruo a remunerarlo.

Tratto da Business Plan Vincente
Manager per ideare, creare, gestire e lanciare nuove offerte, prodotti e servizi digitali/digitalizzati e nuove condizioni di sistema insieme all’imprenditore, per riattivare un mercato interno fermo e per aumentare il numero delle imprese che fa esportazioni.

Quanti manager cinquantenni che non hanno più posto in grandi strutture, potrebbero dare il loro know-how alle PMI se ci fossero le condizioni per partire nella progettazione?

Questo va fatto a più livelli e segmentato (come fosse un piano di marketing, non me ne voglia il ministro Calenda ma qui serve dirigismo culturale e managerial-educativo) per le imprese a dimensione differente:

  • imprese eccellenti da 5 a 10 dipendenti (circa 1 milione dai dati INPS) possono fare un bel salto;
  • ma soprattutto quelle sane eccellenze dai 10 ai 60–70 dipendenti (circa 300.000 – dati ISTAT) possono velocemente managerializzarsi e trasformarsi digitalmente su progetti seri e fattibili.
Queste imprese non sono dei carrozzoni lenti e non vivono sotto logiche politiche, sono malleabili e flessibili, con un «time-to» immediato per aumentare la loro dimensione.

Cenno di metodologia

Allora diamo mandato ad Invitalia, ad esempio: invece di dare fondi per progettazione su investimenti (politica ormai novecentesca) diamo soldi – sempre tramite modello decontributivo – per managerializzare le PMI.

Su modello di domanda diretta (affiancata da progetto di sviluppo) si determinano le assunzioni derivanti dalla messa a regime del progetto stesso, verificate a posteriori rispetto allo sviluppo dell’impresa nel mercato: il modello potrebbe prevedere una agevolazione media per successiva assunzione di operativi, con margine di tolleranza a posteriori.

Tratto da Wikipedia

Ipotesi numeriche

Per ultimo, due piccoli calcoli, «conti della serva» che in realtà derivano da anni di studio e lavoro personale. Se utilizzassimo 5 miliardi di euro dando un bonus medio di euro 50 mila a PMI (per assumere – anche formare – manager per uno/due anni di ricerca e sviluppo d’impresa su un piano solido e fattibile) e moltiplichiamo per tre – in media – possibili assunzioni fisse, indotte e strutturali, parliamo di 100.000 manager più altri 300.000 occupati, per un totale di 400.000 assunzioni, imho molto più stabili. Questa potrebbe essere una chiave di volta per determinare una politica di industria 4.0 che sia di persone e cultura 4.0 nelle imprese, dando solidità a ragionamenti di medio-lungo termine.

Diciamolo a chiare lettere: oggi, nell’era della complessità digitale senza filiere ma con infinite capillari direzioni, non crediamo nella politica di traino dei grandi verso i piccoli e non si verificherà nessun effetto onda degli anni del boom economico ma ci sarà un forte rischio di aumento del divario tra dualismi ormai anche socialmente insostenibili.

Troppi i casi da raccontare nei quali un piccolo che sta su una filiera da indotto è quasi sempre come un topolino che guarda il formaggio sulla tagliola e ne mangia a spicchi piccoli per non essere ingabbiato.
Marco Travaglini

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Nota importante

Il bisogno di managerializzazione nel nostro sistema è anche trasversale nei settori:

  • nella PA (vedi dichiarazioni del Presidente di Forum PA) servono project manager per la digitalizzazione del sistema, non solo banda larga o sistemi digitalizzati;
  • l’ultima intervista su Repubblica di Tommaso Nannicini (ex Sottosegretario del Governo e consigliere economico del Partito Democratico), esprime la necessità di gestire i ministeri con nuove figure professionali che ne sappiamo «maneggiare» la trasversalità e la digitalizzazione;
  • ma soprattutto ascoltiamo il parere autorevole di professori universitari che gestiscono incubatori e tecnologia, come il prof. Ferragina della Sant’Anna di Pisa o il prof. Cantamessa del politecnico di Torino, sull’importanza di nuove figure con competenze «managerial-immateriali», dentro e fuori il sistema ricerca-impresa.