“Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto”

“Amatrice non è l’Aquila. Amatrice se la dimenticano”. Mario sputa parole acide, vuote di speranza, mentre sfreccia con la Jeep che ha preso in prestito per andare a recuperare beni di prima necessità nei comuni vicini. Non ci ha pensato un secondo prima di darci un passaggio, vedendoci camminare lungo la strada che porta al luogo del disastro. Giustamente la nostra macchina è lontana, in modo da evitare ogni problema al passaggio dei mezzi di soccorso. La Jeep corre veloce, anche troppo, in mezzo a molte delle 70 frazioni che compongono il comune di Amatrice. Non dobbiamo avvicinarci tanto per trasformare le immagini viste in televisione in tragica realtà: gli occhi si spalancano di fronte a villaggi fantasma, composti da poche case con profonde sofferenze impresse sulle pareti, cicactrici incurabili che evidenziano la difficoltà di un ritorno alla normalità in poco tempo.

Come un colpo di cecchino alla testa, anche le case muoiono

Rabbia, dolore, frustrazione. Le parole di Mario, che il destino beffardo voleva ad Amatrice per finire la sua tesi in ingegneria edile, sono piene di livore, intervallate da bestemmie usate come intercalare: “nessuno sa cosa cazzo fare”, “hanno già deciso tutto a Roma, sappiamo chi farà la ricostruzione”, “non li voglio vedere i politici”, “qui non ti si incula nessuno”. Il fiume in piena di risentimento si blocca per un istante, all’improvviso,quando riconosce un amico per strada. Ci fermiamo per chiedere informazioni sulle altre tragedie personali, come se fosse la cosa più naturale da fare in quel momento, una chiacchera da bar, il gomito appoggiato sul finestrino: “hanno ritrovato tuo zio?”, “no, solo mio cugino, era sotto il letto. E te?”,”nonna non ce l’ha fatta”.

E’ strano, sono passate solo poche ore ma tutto sembra già ammantato di malinconia, di rassegnazione, di accettazione delle perdite, di sottomissione alla forza della natura. Il dolore si nasconderà ancora o proromperà lancinante fra qualche giorno?

Mario ci lascia all’entrata di Amatrice, dove una sfilata lunghissima di mezzi di soccorso, di macchine e di camion provenienti da tutta Italia porta ogni genere di aiuto. Un carnevale della solidarietà, una marcia della fraternità, dove stemmi, loghi e scritte si mescolano confusamente e non si capisce se sanno dove andare e se hanno avuto istruzioni precise. Mi domando chi sta dirigendo i lavori, dato che vedo divise di ogni tipo: vigili del fuoco, polizia, carabinieri, guardie forestali, esercito, vigili urbani, protezione civile, Ispra, CNR e molti altri colori e sigle meno riconoscibili. Un’invasione civile, senza un chiaro nemico da combattere, se non le macerie che tengono le persone intrappolate come ostaggi. Oltre a prestare aiuto e conforto a chi è scampato da quella terribile notte. Questi si possono riconoscere facilmente, sono coloro che vagano apaticamente, come piume, al rallentatore, passando da divisa a divisa, per avere l’informazione che possa mettere fine alla loro angosciante attesa o che possa rassicurarli per il loro futuro. Non c’è frenesia nei loro movimenti, non c’è ansia nei loro gesti.

Le “tendopoli” sono pronte ad ospitare queste anime fragili, ma per adesso molti sono ancora nei pressi dell’ex Orfanotrofio, dove aspettano, ormai rassegnati, qualsiasi tipo di notizia: il ritrovamento di un parente, la possibilità di andare a riprendere qualche oggetto dalla loro casa, novità sulla loro prossima locazione.

“Serafini”, “ Guidotti”, “Piri”. “Serafini non c’è? Dov’è Serafini?”.

Vengono chiamati così, con un brutale appello, i familiari delle presunte vittime, che devono riconoscere le salme portate via via nell’improvvisato obitorio.

Una donna ferita al volto ha una maschera che le copre le lacrime, dopo che è stato chiamato il suo cognome si getta istintivamente tra le braccia della persona vicina. Il dolore non lo vedi ma c’è, non si può mascherare.

Un’altra signora dal vestito ancora impolverato è seduta poco lontano, all’ombra, aspettando qualcosa che non riesco a capire. Ha tra le mani un fazzoletto, che porta spesso agli occhi socchiusi, pronti al pianto, ma di lacrime anche qui, nemmeno l’ombra. Strano, non avevo mai visto piangere senza lacrime.

Il caos calmo è alimentato da quello che definiamo volgarmente il “circo mediatico”, venuto in massa a raccontare quello che passerà alla storia come il terremoto di Amatrice, il borgo più celebre tra quelli colpiti, con buona pace degli altri. Si parla molto del terremoto dell’Aquila del 2009, ma vi ricordate di Onna, Paganica e gli altri comuni minori?

Un furgone dell’americana CNN, una giapponese che intervista in un italiano stentato un volontario della Protezione Civile, i volti noti del giornalismo italiano, tutti mescolati in una babele di volti, parole e nuovi strumenti di condivisione, come il giornalista tedesco che da solo trasmette una diretta su Facebook con alle spalle le macerie di una casa distrutta, con il rischio di un linciaggio da parte di chi lo scambia per un “turista delle disgrazie” intento a farsi un selfie sul tragico luogo.

One man show

Qui nessuno ha bisogno di noi e ci allontaniamo verso le strutture della protezione civile per segnarci come volontari. Ovviamente la zona più colpita, quella del corso principale, è impenetrabile: solo i vigili del fuoco e pochi altri possono entrare, per paura di altri crolli e per non disturbare le operazioni di soccorso. Dopo 36 ore non c’è più l’urgenza di scavare, ogni speranza è morta, e si lavora per mettere in sicurezza l’area e cancellare l’emergenza.

Ma la forza del terremoto si vede anche se non si entra nella zona rossa. Attraversando le strade, qualsiasi strada, di fronte a noi lo scenario è simile a quello che siamo abituati a vedere attraverso reportage di guerra. Penso che una città bombardata non si discosti troppo da quello che mi circonda: macerie, polvere, case collassate. Mancano forse solo i crateri delle bombe e quella paura costante di qualcosa che può tornare ogni momento senza preavviso, senza il rumore di aerei che si avvicinano o sirene che suonano dando un minimo di allarme preventivo.

Ed è esattamente quello che succede alle 14.28, mentre cercavo di fotografare la stanchezza dei soccorritori, all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, irrompe un boato, la fuga disperata e il rumore di macerie che che si piegano distrutte su cumuli informi. La polvere si alza come la danza di un derviscio.

La scossa dura pochi istanti, una scossa breve, ma intensa, la più forte della giornata. Subito dopo le urla, i cani che abbaiono confusamente, le gambe che non si muovono, impaurite dalla promessa che altre scosse possono tornare, che possano colpirti nuovamente, ancora più devastanti. Rimango paralizzato qualche secondo: non è paura, ma la necessità di far metabolizzare al mio corpo quello che ha sentito nel profondo delle ossa, nel tremolio dei muscoli, ovvero la scossa sismica più forte che abbia mai sentito in vita mia. Per fortuna.

Poco dopo tutto torna alla normalità, o per meglio dire alla normale emergenza e non ci sono stati feriti, solo un ulteriore danneggiamento a case e ponti, infierendo in maniera barbaramente spietata su un malato terminale.

Le piazze sono comunque piene di persone che non sanno cosa fare, appaiono anche organizzazioni che poco si identificano con la prima assistenza come “save the children” o l’ordine di Malta. Poco dopo scopriamo il motivo di tanta inoperosità: non è più possibile registrarsi come volontari, le strutture sono ancora a rischio e anche i compiti più banali al momento non si possono fare.

In effetti la situazione mi sembra anche troppo affollata, le strade sono piene di persone che si spostano, intralciando i mezzi di soccorso.

Adesso aiutare significa allontanarsi e lasciare la gestione ai professionisti. Allontanarsi, non è facile nemmeno questo, visto che il sisma del primo pomeriggio ha causato ulteriori crolli rendendo inagibile l’unica strada che portava alla Salaria, la via principale per tornare alla normalità.

Il modo migliore è tornare a piedi, una lunga camminata dove riflettere, provando a scrollarsi di dosso la polvere che si è sedimentata negli occhi e nell’animo, cercando di espiare il senso di colpa di un ritorno alla normalità, una cena nella propria casa, la libertà di scegliere cosa mangiare, una connessione a Internet dove tornare a essere collegati con il mondo e svagarsi con l’ultima spettacolare serie tv americana.

Il problema non è se ci scorderemo di Amatrice, ma quando lo faremo. Basterà una settimana? Ci metteremo un mese? Aspettiamo il prossimo attentato, il prossimo scandalo politico, la prossima partita di campionato?

La comunicazione continua e costante alla quale siamo adesso abituati, amplificata dai social, ci porta a procedere sballottati da un’indignazione all’altra, vivendo, e commentando, in una condizione di continua emergenza. Che forse, alla fine, per molti male non è, perché evita di prendersi responsabilità.

La rabbia che serpeggia tra la gente di Amatrice è mescolata alla paura di essere dimenticati, come troppe volte è successo fino ad oggi. Gli appelli al Governo, ai partiti, si fanno forti. Ma la politica non è che lo specchio della società e tutto sarà uguale a prima se i primi a scordarcene saremo noi, pronti a ricordare solo la polvere di questi giorni, gli scandali delle costruzioni, per soddisfare un gattopardesco spirito giustizialista e puntare il dito alla fine contro noi stessi. Vogliamo davvero costruire un Paese antisismico? Costa caro, cari miei, cosa siete pronti a sacrificare? Perché la prevenzione non è nelle priorità che vogliono i cittadini? Perché non si chiedono politiche di lungo respiro, pluriennali, che vanno oltre la logica del consenso immediato?Gianni Rodari, dopo il terremoto del Friuli del 1976, scriveva:

“non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano. È cominciata un’altra cosa. Non si sa ancora che cosa sarà”.

Ecco, quello che sarà, anche un sussulto di speranza, un sospiro di un futuro diverso, dipenderà da tutti noi, dall’aiuto consapevole, non istintivo, non illogico, che sapremo dare nel nostro quotidiano, superando il fragile caos dell’emergenza e coltivando l’essenza civica della memoria, attraverso l’assunzione di una responsabilità collettiva che non ci faccia dimenticare il passato, per poter riscattare, o ricostruire, il futuro.

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