Il sogno di Mario e il martirio di Frank: il contagio dell’amore raggiunge il carcere
La mostra “Dall’amore nessuno fugge” al Meeting dell’Amicizia dei Popoli di Rimini 2016, in ricordo di due uomini che hanno cambiato il sistema delle carceri in Brasile.

Se un Paese, come il Brasile, è ai primissimi posti della graduatoria mondiale per frequenza e gravità di crimini, la reazione tipica è “mostrare i muscoli”: ad esempio, essere primi al mondo per numero di carcerati (Stati Uniti d’America), o essere primi al mondo per condanne e sentenze di morte eseguite (Cina). Ma dall’anima di un grande popolo possono nascere risposte diverse.
Era il 1974 quando l’avvocato Mario Ottoboni vide la prima realizzazione del suo sogno, la nascita del primo centro di Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati (APAC) nella sua São José dos Campos, in cui viveva sin da bambino. A oggi nel solo stato del Minas Gerais sono presenti 40 centri che adottano il metodo APAC, 10 sparsi negli altri stati del Brasile e 97 sparsi per il resto del mondo.

Questo traguardo raggiunto da Ottoboni non sarebbe stato possibile senza la dedizione del collega e amico Franz de Castro Holzwerth, che sin da prima del 1974, anno della sua adesione all’APAC, fino alla morte dedicherà la sua vita all’insegna dell’amore di Cristo aiutando i “fratelli” carcerati.
“Ciò che per me conta è vivere la mia vita in Cristo, e darmi agli altri come un sacerdote. In me c’è questo desiderio di donazione totale. Spero in Dio che si faccia la Sua Volontà. Sono pronto per tutto ciò che lui vuole…”.
Franz scriveva così ad un amico sacerdote nel 1967, facendo trasparire la sua vocazione in maniera forte e chiara: aiutare il prossimo e far arrivare a tutti il messaggio dell’amore di Cristo. E per questo scelse di lavorare con i carcerati e dare il suo sostegno alla causa di Mario Ottoboni.
Nella logica dell’incarnazione della sua vocazione, le APAC, lanciate da Mario Ottoboni, si rivelarono per Franz de Castro Holzwerth l’occasione di costruire una storia diversa con e per i carcerati, una storia non più soffocata nei rigidi confini della giustizia retributiva, ma spalancata agli orizzonti insospettabili aperti da relazioni d’amore. Fu così che, grazie all’azione instancabile di Mario e di Franz, e di centinaia, migliaia di volontari e di carcerati, conquistati dalla loro visione, le APAC fiorirono e si moltiplicarono in Brasile.
Ma un passaggio cruciale attendeva l’ancora giovanissima storia delle APAC.
Il 14 febbraio 1981 Franz e Mario vennero convocati d’urgenza dall’allora capo di polizia João Crysóstomo de Oliveira. Era in corso una drammatica emergenza: una rivolta di detenuti era in atto nel carcere di Jacareí, e de Oliveira chiese a Frank e Mario la loro mediazione personale per evitare spargimenti di sangue. Dopo un lungo negoziato e un iniziale accordo accettato da entrambe le parti, Franz e Mario salirono, come garanti, su due macchine diverse insieme agli ostaggi e ai ribelli. La prima macchina, con a bordo Mario Ottoboni, si fermò nel luogo precedentemente prestabilito liberando gli ostaggi. La tensione però raggiunse il culmine e le autorità, dopo aver chiesto la liberazione dell’ultimo ostaggio, un poliziotto militare, decisero di non rispettare il patto di fornire un’automobile sicura ai ribelli. Mario, su consiglio di Franz avvicinò la propria automobile al carcere, riuscendo a imbarcare e liberare l’ostaggio, ma dovette lasciare Franz da solo con i ribelli, dei quali divenne subito ostaggio. Quando i ribelli e l’ostaggio Franz salirono sull’automobile “sicura”, le forze speciali aprirono un fuoco incrociato infernale. Nessuno sopravvisse. Sul corpo senza vita di Franz de Castro Holzwerth vennero contati oltre trenta fori di proiettile.

Ma il martirio di Franz si rivelò un propulsore dell’espansione delle APAC, ormai diventati un’alternativa concreta all’universo carcerario tradizionale.
Ma andiamo a vedere in dettaglio come funzionano i centri APAC, esaminando i dati che ne dimostrano l’efficacia e riescono a rispondere a 4 domande che tutti, di fronte a tale sistema, si porrebbero.




Premesse

Come riporta Ottoboni in queste frasi solo lavorando a stretto contatto con i detenuti si riesce a entrare in contatto con essi e quindi a poter iniziare un dialogo, ed è altrettanto importante conoscere ogni realtà per avere una panoramica generale della situazione e poter operare quindi nel modo più efficace possibile.

Andiamo quindi a vedere i dati riguardanti la popolazione carceraria del Brasile, quarta nazione, dopo U.S.A., Cina e Russia, in termini di tasso di criminalità, come riportato dal Consiglio Nazionale di Giustizia.

L’universo carcerario brasiliano (ma anche quello degli altri Paesi) non è popolato da persone qualsiasi. Il Brasile si ritrova le carceri affollate da persone giovani, povere, analfabete, dipendenti da alcool o sostanze stupefacenti, afflitte da malattie, con una situazione familiare devastata e devastante. E la metà di essi sono neri, o, se preferite usare un neologismo “politically correct”, Africani Brasiliani.
Tutto ciò fa capire quanto sia stato difficile per Mario Ottoboni e la sua équipe riuscire a introdurre un sistema che capovolga la logica del carcere, un sistema che badi non a contenere, ma a recuperare i carcerati, un sistema che non sia il padrone dei carcerati, ma di cui i carcerati stessi siano “padroni”. Queste sono le APAC.
APAC: tre strutture, un unico principio ispiratore
Le APAC possono realizzarsi in tre strutture diverse in base ai tre regimi carcerari del paese:
- regime aperto, cioè indirizzato all’inserimento sociale, e quindi con la possibilità di dare al recuperando un’attività lavorativa e la possibilità di uscire dall’APAC e di stare a contatto con i propri familiari, sia pure con obbligo di rientro la sera;
- regime semiaperto, cioè professionalizzante con attività lavorative all’interno delle APAC e la possibilità di vedere i propri familiari;
- regime chiuso, che corrisponde in genere alla fase iniziale del recupero, in cui i recuperandi non possono uscire dalle APAC e hanno le visite dei familiari solamente in determinati giorni, per poter permettere loro comunque uno sconto della pena più lieve e molto meno devastante rispetto a un carcere tradizionale.

Come si fa ad entrare nelle APAC

Il lavoro, strumento pratico di recupero
Uno degli aspetti più importanti delle APAC è sicuramente il lavoro, anche se si è ben consci del fatto che il solo lavoro non è in grado di recuperare totalmente i condannati.
Il lavoro viene suddiviso anch’esso in tre categorie in base ai regimi carcerari:
- nel regime aperto i recuperandi conducono un’attività lavorativa durante la giornata fuori dei centri di recupero, secondo condizioni contrattuali specifiche.
- Nel regime semiaperto, invece, viene fornita una formazione orientata su una professione o su un mestiere ben specifico.
- Mentre nel regime chiuso si dà molta importanza al “lavoro terapeutico” per stimolare il pensiero, la creatività e l’autostima del recuperando.
Amore e misericordia

Proprio dalle parole del fondatore possiamo capire come funzionano le APAC: non ci sono né poliziotti né uniformi, i recuperandi non sono numeri, e si sente spesso la frase “qui mi chiamano per nome”, perché appunto solo tramite l’amore e un primo passo di umiltà nei suoi confronti un detenuto si può realmente e concretamente trasformare in un recuperando.
“Chi è senza peccato scagli la prima pietra.”

Ma c’è di più: le APAC desiderano offrire al recuperando un tempo e uno spazio di misericordia, perché, come scrive Papa Francesco, solo la misericordia è in grado di trasformare un’esperienza di prigionia in un’esperienza di libertà.

“Qui entra l’uomo, il delitto rimane fuori.” È proprio questo il messaggio principale su sfondo bianco e con scritta blu che si trova all’ingresso di tutte le APAC, accompagnato da altre scritte, dipinte sui muri, sulla misericordia umana e l’amore del prossimo, tutte ispirate al Cristianesimo. Perché le APAC sono una straordinaria realizzazione soprattutto di laici cristiani.




Ma ancora Papa Francesco sottolinea che lo sguardo su queste persone deve orientarsi sul presente, in cui intraprendono la loro esperienza all’interno delle APAC, e non sul loro passato, per non imprigionare la persona nel gesto che l’ha fatta condannare e darle invece la possibilità di rinascere a partire dal proprio presente.
In questa dinamica relazionale di amore e misericordia, una tappa fondamentale è il perdono. Il recuperando può raggiungere una dimensione in cui fa esperienza del perdono di Dio e, spesso lentamente, accorgersi che la propria vera liberazione non è uscire per sempre dal carcere o da un’APAC, ma saper chiedere il perdono di chi ha offeso.
Le FBAC

Nonostante l’indubbio successo, la crescita rapida delle APAC non è avvenuta senza problemi, intoppi, e anche malintesi.
La dimensione temporale, così importante nel percorso di ciascun ospite di un’APAC, ha un ruolo rilevante anche nello sviluppo e nella diffusione del fenomeno APAC, dentro e fuori del Brasile.
È dal 1990, dopo una conferenza tenutasi in Sudamerica per l’approfondimento del metodo APAC, che pian piano iniziano a nascere le FBAC (Fraternità Brasiliana di Assistenza ai Condannati), associazione civile con l’intento di riunire tutte le APACs per determinarne il corretto funzionamento con regolari incontri di proposta, formazione e riconoscimento del metodo di lavoro applicato negli anni.

Ma, come sottolineato da Vadeci Antonio Ferreira, presidente della FBAC, la “missione” di FBAC consiste nel “dare tempo al tempo” alla crescita, non quella numerica, ma spirituale e comunitaria delle APAC.
L’efficacia delle APAC: non solo numeri

Spesso il cittadino onesto e benpensante si indigna nello scoprire quanto sia costoso per il contribuente “mantenere” un carcerato. Ebbene, anche da questo punto di vista, le APAC sono una esperienza semi-rivoluzionaria, perché il costo di mantenimento di un recuperando è meno di un terzo di quello di un carcerato normale.
Un altro dato molto interessante riguarda quanti, usciti di prigione, ripercorrano nuovamente la strada del crimine: nella storia di un carcerato tradizionale, questo accade nell’85% dei casi, mentre nella storia di un recuperando APAC questo si verifica solo nel 12% dei casi. Dato che attesta in pieno l’efficacia del metodo di recupero, che riesce ad abbassare del 73% il tasso di criminalità dei pregiudicati. Dato molto importante per la sicurezza del paese, che può quindi scommettere sulla possibilità di recupero di cittadini che, pur macchiatisi di crimini, possono ritornare a essere una risorsa per la comunità.
Non può non venire in mente l’articolo 27 della nostra Costituzione, sicuramente ancora in attesa di una piena attuazione:
“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”
L’ultimissimo aspetto, assai importante, è quello riguardante l’evasione.

Come scrive Mario Ottoboni, nelle APAC, i recuperandi fanno esperienze di perdono, gratitudine e rispetto umano, il che permette una convivenza civile e pacifica all’interno dei centri di recupero.
Per concludere riportiamo l’episodio di un recuperando, condannato a una pena di 40 anni, che, alla domanda del perché non sia scappato dall’APAC, ha offerto una risposta che fa trasparire in tutta la sua essenza l’efficacia e il lavoro delle APAC.

Oggi le APAC sono una lezione per moltissimi Stati, non solo per migliorare la situazione delle carceri, ma soprattutto per creare un tessuto sociale di recupero intorno ai detenuti e per reintegrarli pienamente nella società.
I “muscoli” carcerari, quando non addirittura patibolari, dello Stato nei confronti dei cittadini che hanno commesso crimini spesso si traducono in privazione dei diritti, in trattamenti animaleschi, talora perpetrati da coloro chiamati a rappresentare lo Stato, in pura reazione irritata e gelosa di chi, per legge detentore unico dell’uso della forza, vede nel cittadino che commette crimini anche un insidiatore del proprio monopolio della forza.
Ma la dimensione dell’essere umano, anche di chi commette crimini, non si esaurisce nella forza; anzi, la forza spegne il fattore umano, e, paradossalmente, l’evasione dal carcere, talora, potrebbe rappresentare l’estremo tentativo di salvare la propria umanità. L’esperienza mostra che non è così nelle APAC, perché per quanto si possa star qui a parlare o a discutere “dall’amore nessuno fugge”.
Marco Bonadonna