Una co(r)sa divertente che non farò mai più. FORSE.

Ovvero: di come sono diventato un maratoneta a cazzo di cane

Prologo

E quindi il 2 Aprile, quel giorno atteso per settimane, il giorno della 23ª Maratona di Roma è passato, e da quel giorno sono un maratoneta.

Gioia, fatica, allegria, stanchezza, rabbia contro te stesso per non esserti allenato abbastanza, rabbia contro gli altri che ti superano correndo sbilenchi mentre tu arranchi senza più energie, disperazione per i chilometri che ancora mancano a quel maledetto arrivo, lacrime quando i muscoli si rifiutano letteralmente di seguire le indicazioni della testa, esaltazione quando finalmente vedi che mancano 200 metri, e poi l’esplosione di urla quando, sotto una pioggia battente, capisci che sì, alla faccia di tutto e tutti, ma soprattutto nonostante e grazie a te stesso, ce l’hai fatta!

Sono passati poco più di quattro mesi da quando a metà dicembre, a ridosso della WeRunRome, chiacchierando su Messenger col mio amico Massimiliano è venuto fuori che sì, a metà Marzo avremmo fatto la mezza maratona della Roma-Ostia con i nostri compagni di squadra Isolarun e altri amici, ma che tutto sommato, a quel punto, allenarsi per allenarsi, perché non allungare un po’ il lunghi, stirare un po’ gli altri allenamenti e provare a fare la Maratona un mesetto dopo?
Il tarlo aveva cominciato a fare il suo mestiere, quando chiacchierando con un altro caro amico, Andrea, reduce dalla Mezza di Verona, è venuto fuori che anche lui stava coccolando l’idea della Maratona…

Quando il mondo ti dà segnali, e sono i segnali che vuoi tu, fottitene e seguili anche se il resto del mondo te lo sconsiglia.

La decisione era presa, avrei corso la Maratona!


La preparazione

Come molte cose nella vita, la riuscita di una maratona è per buona parte, anzi quasi completamente, legata alla preparazione. E la preparazione di una maratona prevede, ovviamente, che si corra.

Che poi, detta così pare facile: con tanta incoscienza e un po’ di pigrizia mi sono scelto un programma di preparazione che prevede solo tre uscite a settimana, il FIRST.

Dove sono il trucco, l’incoscienza e la pigrizia? Nel fatto che il metodo FIRST prevede sì solo tre corse a settimana, ma anche che per altri due giorni a settimana si faccia cross-training: palestra, ciclismo, nuoto o altro. Io ho scelto “altro”: niente.

È stata una scelta cretina? Sì, ma tant’è. Per me che non ho mai fatto davvero sport già il solo essere riuscito a tenere la costanza (più o meno) dei tre allenamenti a settimana per quattro-cinque mesi con in mezzo le feste di Natale, un piccolo infortunio e una bella influenza è stata una grande conquista.

È stata una buona preparazione? Di sicuro no, ma visto che conta sempre più il viaggio che la meta e che lungo il viaggio sono riuscito a raggiungere settimana dopo settimana distanze che non pensavo possibili — prima 25 km, poi 30 e poi 35 — e che nel farlo ho pure perso 6 chili, beh, non mi posso certo lamentare.


La Maratona

Ed eccomi qui, anzi eccoci qui, tutti pigiati gli uni agli altri a metà di via dei Fori Imperiali, rigorosamente nell’ultima onda, essendo la mia prima maratona.

Il clima, diversamente dalla Roma-Ostia di tre settimane prima è piuttosto tiepido e senza vento: anche per me che sono freddoloso non c’è bisogno del k-way usa e getta per tenermi al caldo. I minuti scorrono lenti, ci siamo visti con Andrea una ventina di minuti prima, e tra una battuta, un selfie e tanta ansia, ecco che poco prima del via ci raggiunge (non so come, vista la massa compatta di persone dietro di noi) anche Massimiliano.

Abbracci, battute, selfie, poi l’Inno Nazionale declamato a gran voce per stemperare la tensione, e via, arriva il nostro turno di partire!

Insieme allo start cade la prima goccia di pioggia e si alza un venticello, che nel tempo di arrivare a piazza Venezia diventano pioggia e vento veri. All’altezza del Teatro di Marcello ci salutiamo con Andrea e Massimiliano: loro corrono su tempi molto diversi e più veloci dei miei, non ha senso che cerchi di tenere il loro passo.

Quando prepari la tua prima maratona (in realtà quando prepari QUALSIASI corsa di fondo) si ricevono tantissimi consigli su tantissimi aspetti: sulla dinamica della corsa, sull’alimentazione, sulla gestione della gara, sulla cura degli infortuni. E quasi sempre sono consigli che si contraddicono l’uno con l’altro, motivo per cui spesso si fanno scelte “di fede”, o meglio “di fiducia” verso chi di volta in volta ti sembra più affidabile.

Ma un consiglio è sempre e costantemente lo stesso, convergente da tutte le diverse fonti:

Scegli un passo gara sostenibile e tienilo costante, perché tutto quello che ti sembrerà di perdere nella prima parte di gara lo recupererai nella seconda, e magari potrai anche fare uno scatto alla fine.

Io, naturalmente, non l’ho rispettato.

Avevo in testa, come passo sostenibile 6'15"/km, ma sapevo che all’inizio avrei avuto pesantissime difficoltà a tenerlo, perché da fresco è un passo per me molto lento, e quindi mi ero detto prima della partenza: “Dai Marco, anche a 6'/km può andare bene”.

I primi 7–8 chilometri, quelli in cui sotto una pioggia battente siamo passati per il Circo Massimo sui sampietrini scivolosi e poi per via Ostiense, davanti alla Piramide e poi davanti a Eataly fino alla Basilica di Sanpaolo, non li ho fatti a 6'/km, neppure a 5'50", ma a 5'40"/km di media.

E il bello è che, anche se sapevo che era una cazzata immane, ero contento! 5 e 40 è un passo che tengo tranquillamente su distanze più brevi (avevo chiuso la Roma-Ostia con 5'14"), la pioggia e il vento mi avevano inaspettatamente messo di buonumore, quella zona di Roma la conosco benissimo e la trovo amichevole, in più tutti intorno a me correvano e ridevano scambiandosi battute, insomma, era tutto rose e fiori.

Mi sono reso conto della stronzata quando all’ottavo chilometro circa mi sento chiamare da dietro e mi raggiungono Andrea e Massimiliano. “Ma non ti avevano lasciato dietro all’inizio?”.
Ecco, appunto, nell’estasi della gara non mi ero manco accorto di averli superati.

Quello è stato il momento dell’agnizione, quello in cui mi sono reso conto che no, se loro due, molto più veloci e prestanti di me sotto ogni profilo, si stavano gestendo in modo tale che dopo quasi un quarto di gara stavamo ancora appaiati, voleva dire che stavo facendo un errore grosso, ma grosso grosso.

E allora rallento un po’, complice la fine (temporanea) della pioggia e un timido sole tiepido, mi godo il lungotevere in tutte le salse, da quello post-industriale dietro viale Marconi, a quello dei casermoni di Testaccio, fino a quello del centro storico, passando dalla Sinagoga e Castel Sant’Angelo fino al ponte Cavour, reidratandomi alla bell’e meglio nei primi due ristori e mangiandomi una delle mie barrette datteri e mandorle tostate fatte in casa.

L’atmosfera è delle migliori: si continua a scherzare e faccio un bel tratto vicino a dei corridori di Molfetta Runners, che con il loro accento pugliese mi mettono di buonumore. Momento di esaltazione a piazza Cavour, con un DJ Set che spara a cannone musica metal, e poi via verso via della Conciliazione, dove il Papa dalle sue finestre ci vede, sorride e fa ricominciare a piovere.

Siamo al diciottesimo chilometro quando iniziamo a girare per gli stradoni di Prati. Il passaggio alla mezza maratona è abbastanza tranquillo, un po’ di stanchezza incipiente ma niente di che, il tifo per lo più francese (non mi chiedete perché, ma immagino sia legato al fatto che si siano fatti spaventare meno dallo stare fermi sotto la pioggia) tiene alto il morale, e l’incontro con Marzia, la figlia seienne di Andrea con i nonni, mi rallegra. Sembra tutto andare per il meglio, MA.

Ma lungo viale Mazzini, tempo di incrociare Massimiliano Rosolino che, con le buste della spesa in mano, aspettava con santa pazienza di attraversare la strada, ecco che inizio a pagare la baldanza iniziale: da un momento all’altro sento un po’ di rigidità al quadricipite destro. Nient’altro, ma tanto quanto basta a farmi rallentare un po’.

Al venticinquesimo km, mentre sbocconcello dei pezzetti di mela e banana presi al ristoro, mi rendo conto che sono a una media complessiva di 6 minuti/km e che ormai da vari km corro intorno a 6'30"/km. Il muscolo destro e sempre più rigido e stanco, e ne risente la corsa in generale, cosicché iniziano anche un po’ di dolorini a caviglie e ginocchia.

Mi demoralizzo: tutta la parte più a nord del percorso, dall’Acqua Acetosa al Viale della Moschea, intorno a Villa Glori e poi di nuovo sul lungotevere passando dalla Flaminia e da viale del Vignola, me la ricordo con un solo sentimento: disperazione.

Mi ero detto, all’inizio della preparazione, che al limite mi sarei messo a camminare e avrei alternato un km di cammino a uno di corsa nel caso in cui mi fossi stancato troppo. Ma al venticinquesimo km, con 17 km ancora da fare, sotto la pioggia intermezzata da vento freddo, l’idea di camminare per altre tre ore e mezza almeno era demoralizzante.

E allora corro, sempre più piano, dicendomi: “Dai, fai un altro chilometro e poi camminerai un po’!”, oppure contando quanto mancasse al successivo ristoro. Al ventinovesimo circa mi decido a camminare, e faccio una scoperta devastante: camminando sento molto più dolore che correndo.

Ricomincio a correre con le lacrime agli occhi per lo sconforto e neppure le discese sono di conforto, perché sento i muscoli tirare. Intorno al trentaduesimo il momento più buio: sono appena tornato sul Lungotevere all’altezza del Maxxi, e il cielo si sta nuovamente oscurando dopo una mezz’ora di calma. Divento consapevole che mancano ancora 10 km e che più che correndo sto zoppicando. Mi tornano le lacrime e penso di lasciare.

Cosa mi ha “salvato”? La mia testa. Non io, non la mia parte consapevole, ma un’altra parte della mia testa, la stessa testa che stava mollando, si è detta e mi ha detto: “Se fai altri 3 km ne mancheranno solo 7, e 7 chilometri sono la distanza da casa tua al Raccordo e ritorno, la stessa distanza che hai fatto un milione di volte in allenamento. Se arriverai a 7 km dalla fine saprai in ogni momento esattamente dove ti troverai rispetto alla fine”.

Ho sempre considerato con una buona dose di scetticismo chi proclama le virtù della “visualizzazione” positiva, eppure la visualizzazione di me che percorro gli ultimi sette chilometri mentre torno a casa è ciò che ha salvato la mia maratona.

Faccio i 3 km fino al trentacinquesimo pensando che, diamine, li avevo fatti anche in allenamento, ma fatico ugualmente a ogni passo: unica luce di quel pezzo di lungotevere, una bimbetta di 2–3 anni che in piedi accanto al padre urlava “high five!” con la manina tesa a tutti i corridori. Il suo sorrisone quando le ho dato il cinque è stato solo poco più ampio del mio nel darglielo.

Il trentacinquesimo chilometro coincide con il sottopasso del lungotevere sotto la metropolitana, e con una nuova secchiata di acqua che mi aspetta di fuori. Ma ormai sono nei famigerati ultimi sette. Ormai so che ce la posso fare, e pur ormai con velocità ridicole (anche sforzandomi di correre il passo sta ormai tra 8'30" e 9'30") procedo, barcollo fino a piazza Navona e corricchio per Corso Vittorio.

Alla fine di via del Plebiscito so che devo fare ancora tutta via del Corso e via del Babuino, ma da via IV Novembre vedo scendere la folla di runner che hanno già fatto il giro, e la cosa mi incoraggia. È uscito di nuovo il sole, c’è la folla a incoraggiare e un brutto bottiglione della Centrale del Latte che campeggia all’ingresso di Piazza Venezia (brutto bottiglione comunque molto più bello dell’orripilante alberaccio di Natale di qualche mese fa).

Di via del Corso non ricordo nulla se non il furore che mi inizia a montare dentro per il fatto che, cazzo, ce la sto facendo. Entro in una piazza del Popolo in cui da un altoparlante escono parole di incitamento, e inforco via del Babuino stanchissimo ma determinato. All’ingresso del traforo c’è l’ultimo ristoro, mangio e bevo insensatamente e mi faccio tutta la salita all’interno camminando.

Riprendo a correre solo una volta arrivato su via Nazionale, gasatissimo nonostante i dolori ormai lancinanti che si acuiscono in discesa in via IV Novembre e nonostante la pioggia che ha deciso di ricominciare a scendere verticale. A piazza Venezia giro intorno al palazzo delle Generali e lì in fondo, all’inizio dei Fori, vedo l’arco dell’arrivo. 
Sono poco sotto le 4 ore e 50.

Allora ricaccio indietro le lacrime (il piantone dell’arrivo l’ho già fatto alla Roma-Ostia, non è che possiamo ripetere sempre le stesse emozioni) e sento la gioia prorompere dallo stomaco. 
Attraverso il traguardo a braccia alzate urlando “Sììììììììììììì!!!” non so quante volte. Il video dell’arrivo ne registra tre, penso di averlo fatto almeno il doppio.

Sono diventato un maratoneta, ho dimostrato a me stesso che ce la posso fare, e ora basta.

Solo gare più brevi.

FORSE.

A single golf clap? Or a long standing ovation?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.