IVA e altro ancora

[Questo articolo è parte di una serie di appunti per la realizzazione di un libro, dal titolo noioso e provvisorio, per Editrice Bibliografica]

Le recenti prese di posizione di Romano Montroni, del Ministro Franceschini e di altri, riguardo la riduzione dell’IVA, o imposta sul valore aggiunto, sui libri elettronici, oggi al 22%, in funzione del loro “valore culturale”, mi ha fatto tornare alla mente un ficcante post di Mario Guaraldi, che già nel nel 2010, rispondendo all’appello per la riduzione dell’IVA sui libri elettronici, lanciato da Raffaele Barberio e Agostino Quadrino, motivava così il suo diniego:

Quello che mi preme qui ricordare a te e agli amici che interverranno al dibattito è che per il libro cartaceo la normativa prevedeva banalmente una resa fisiologica per così dire “scontata in partenza”: ecco la ragione dell’IVA ridotta al 4%! Non la “nobiltà” della merce, non un privilegio della “cultura”, ma un semplice calcolo meccanico di come funziona il via vai del libro fra i magazzini dell’editore e gli scaffali delle librerie, regolato da quella micidiale legge non scritta chiamata “diritto di resa”. Unica protezione del libraio, è vero; ma anche vero responsabile della bulimia produttiva che caratterizza un mercato per sua natura affetto da nanismo: un migliaio di punti vendita in tutto, concentrati nelle mani di cinque grandi gruppi.

Da dove nasce la pratica delle rese sulla merce invenduta, peculiare solo al prodotto libro?

Bisogna fare un lungo salto in dietro nel tempo e guardare, come spesso accade, oltreoceano per trovare i primi esempi di questo sistema di vendita. Durante la Grande Depressione degli anni ‘30, gli editori americani, preoccupati che i librai potessero non reggere la crisi economica e non acquistare i libri pubblicati, inventarono la formula della resa sui titoli invenduti. Il libraio, potendo usare il paracadute della resa, veniva in parte alleggerito dal rischio di investimento e gli editori avrebbero potuto continuare a pubblicare e promuovere i loro titoli senza tema di riduzione di spazi e opportunità di vendita.

Negli stessi anni Simon&Schuster, Harcourt Brace e altri tra i maggiori editori americani, insieme per la prima volta, contattano uno dei principali esperti di pubbliche relazioni di quel periodo, Edward L. Bernays, per disegnare una strategia di comunicazione capace di invogliare gli americani ad acquistare più libri.

“Built it and they will come”, parafrasando una celebre frase di un film americano. “Riempiamo le case degli americani di scaffali e vedrete che gli americani li riempiranno di libri”. Bernays ingaggia personaggi famosi e rispettabili da un lato e architetti e costruttori dall’altro, per promuovere il messaggio che la libreria domestica era uno status symbol necessario per una rispettabile famiglia media americana.

Gli anni ‘30 sono gli stessi anni del debutto di un’altra ‘invenzione’ dell’industria editoriale, i tascabili (paperback). Nel 1935 Allen Lane lancia, in Inghilterra, i Penguin Paperbacks, titoli tascabili le cui alte tirature consentivano un prezzo di copertina molto basso che, nonostante una prima opposizione da parte dei librai, incontrano un grandissimo successo e vengono presto esportati oltreoceano.

Gli anni ‘3o, anni di crisi e di innovazione. Nei formati, nelle metodologie di vendita e nella comunicazione.

Purtroppo la pratica del diritto di resa, pensata per affrontare un periodo di grave crisi e in parte abbandonata nel secondo dopo guerra, diventa norma commerciale alla fine degli anni sessanta, con l’esplodere del numero di novità pubblicate dagli editori e l’affermarsi delle prime catene di librerie di grandi dimensioni.

Torniamo all’imposta sul valore aggiunto. Perché i libri cartacei godono di un’imposta sul valore aggiunto agevolata al 4%? Ancora Guaraldi: “la battaglia dell’AIE per ottenere l’IVA agevolata all’epoca si era incentrata proprio sui “meccanisi di resa” che caratterizzano il commercio librario. I libri “venduti” alle librerie non sono in realtà tali fino al definitivo sell-out che si realizza con l’acquisto da parte del cliente: il continuo andirivieni fra libraio, distributore ed editore avrebbe reso micidiale la tenuta contabile dell’Iva a credito e a debito.” Ragioni economiche e tecniche hanno portato alla richiesta di IVA agevolata. Sono pochi e scarsi i richiami al ‘valore culturale’ del libro, nella discussione di quegli anni.

E gli ebook? il contenuto di un ebook è assimilabile a quello della sua controparte cartacea. le 543,709 parole dell’edizione cartacea di Infinite Jest saranno tali anche nella sua edizione elettronica. Il loro ordine il medesimo. L’ebook è un libro ‘con altri mezzi’.

Da qui in poi cominciano le differenze: se L’IVA è agevolata per i libri cartacei soltanto in funzione del complesso meccanismo di vendita che li regola e i libri elettronici ne sono per natura e definizione avulsi, perché gli ebook dovrebbero avere un’imposta sul valore aggiunto agevolata?

Per la normativa europea l’ebook infatti è assimilato al software, acquistandolo non si acquista un prodotto ma una licenza d’uso, e il regime d’imposta applicato in Italia è al 22%. Del resto, gli editori non fanno nulla per farci guardare agli ebook come a qualcosa di diverso da un software: la scelta di applicare dei sistemi di protezione ai libri elettronici, i tanto vituperati DRM, e le conseguenti limitazioni d’uso che questi comportano ci ricordano che non stiamo acquistando un bene ma la sua licenza d’uso.

Ho specificato che l’imposta del 22% è quella applicata in Italia. Purtroppo siamo ancora lontani da un’armonizzazione delle imposte sul valore aggiunto a livello europeo e Amazon, avendo la propria sede legale in Lussemburgo e disponendo di un sistema di distribuzione e lettura chiuso, il Kindle, può invece applicare l’IVA al 3% con notevoli vantaggi per la propria marginalità.

Come se ne esce? Giuseppe Granieri ci ricorda che stiamo assistendo al

“consolidamento di una tendenza che osserviamo in altri settori dell’industria culturale: non abbiamo più bisogno di possedere l’oggetto (il dvd, il cd musicale) ma ci basta poter avere accesso ai contenuti (musica, film, ora libri) quando ci servono.”

L’accesso sostituirà il possesso dei beni digitali? Negli ultimi anni sono apparse diverse startup che offrono selezioni di ebook in abbonamento, ma mi pare che ancora nessuna di queste proposte abbia trovato una formula di remunerazione dei contenuti efficace.

Nel frattempo cosa possono fare gli editori?

  • Spingere per l’adozione degli standard. Uno standard per i libri elettronici esiste e funziona. Si chiama Epub. Spingere perché tutti gli ebookstore lo adottino aiuterebbe i lettori nella portabilità della propria libreria di ebook.
  • Limitare al massimo l’uso dei DRM. Ogni volta che acquisto un ebook protetto da DRM acquisto in realtà la licenza d’uso dello stesso e ne limito la lettura all’interno di un walled-garden (giardino recintato) che ne rende difficile la portabilità.

Piccoli passi nella direzione del lettore.

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