5 cose che ho imparato a Mare di Libri

L’anno scorso, spinto dalla presenza di uno dei miei scrittori preferiti, ho avuto la possibilità di recarmi a Rimini per vedere il festival Mare di Libridall’interno. Anche conosciuto come il festival dei ragazzi che leggono, Mare di Libri ha una particolarità: non solo è dedicato alla letteratura per ragazzi, ma è anche gestito interamente da adolescenti.
Il mio primo contatto con il festival è stato assolutamente positivo: ricordo di essermi divertito, di aver tratto diversi spunti di riflessione e di aver fatto esperienze che non dimenticherò mai (come l’aver intervistato precisamente quello scrittore. Sì, è successo).

Quest’anno non sapevo se sarei tornato: fino a qualche mese fa ero impegnato in un lavoro distruttivo, che mi stava lentamente consumando dall’interno precludendomi qualsiasi possibilità di vacanze estive. Coincidentalmente, quando ho deciso di mollare quell’impiego, ho ricevuto una chiamata fondamentale: “Ciao, cosa fai durante i giorni del festival? Ti va di intervistare un autore?” Sembrano accadere un po’ per caso una dopo l’altra, le occasioni più belle: io che me ne vado da quel posto di lavoro infernale, inizio a rimettere a posto i tasselli della mia vita e vengo chiamato per fare una delle cose che più mi piacciono al mondo: parlare di libri.

Inizia tutto con una chiamata al telefono, prosegue con la creazione di unapagina ospite sul sito del festival (la condivido perché mi riempie d’orgoglio) per poi arrivare a Rimini, in pieno centro storico: ci sono io che devo intervistare Edward Carey, autore della Trilogia degli Iremonger; ci sono il mio ragazzo e alcuni amici a farmi compagnia e a supportarmi (e sopportarmi) durante le mie piccole crisi di panico; infine, ci sono tantissimi volontari adolescenti ansiosi di dedicarsi al mondo dei libri.
Poi ci sono anche io, che dopo festeggiamenti e divertimento prendo il treno per tornarmene a casa, un po’ malinconico ma con molta speranza in cuore: oltre a essere stato uno stacco dal mio caos quotidiano, il festival si è rivelato una grossa opportunità di crescita. Ecco cosa ho imparato:

1. Per fare narrativa per ragazzi è importante conoscere i ragazzi

Il gruppo Quelli del Baratta di Mantova intervista Sally Gardner (ph. Rizzoli)

Ok, ok, sto barando. Non è che l’abbia imparato o capito al festival, dato che è una delle mie convinzioni più grosse da anni. Mare di Libri però mi ha aiutato a solidificare questo mio pensiero, a renderlo concreto: vedere gli effetti dei libri per ragazzi sugli stessi adolescenti, dal vivo, è un’occasione bellissima che mi sento di consigliare a chiunque si occupi di questo tipo di narrativa. È importante che ci sia un legame coi giovani per conoscerli, ascoltarli e vederli all’azione, o si rischia di perdere un importante punto di riferimento.
Io, ad esempio, posso rimanere chiuso in casa per giorni a leggere libri per ragazzi, ma quando devo parlarne non posso fare affidamento su di me e basta: sentire le opinioni delle persone a cui certi libri sono indirizzati mi aiuta a vedere le cose nella giusta prospettiva.

2. La cultura e il divertimento non si escludono a vicenda

Chi l’ha detto che la cultura non è divertente? E perché il divertimento non può essere anche cultura? Mare di Libri unisce il meglio dei due, propone eventi di spessore in maniera semplice, ma mai banale, dimostrando che la cultura non è una cosa isolata che si fa solo con sacrificio e fatica: ci si può dedicare all’apprendimento e allo sviluppo personale in maniera rispettosa e ragionata, ma col sorriso sulle labbra — così come è possibile dedicarsi all’intrattenimento senza perdere la propria serietà. E poi, alla fine, tutti a festeggiare in piazza, perché ballare un po’ non fa mai male.

3. Intervistare un autore in pubblico è difficile, e bellissimo

Io, Edward Carey, Emma (traduttrice) e Alessia (attrice) (ph. Bompiani)

In vita mia solo una volta mi era capitato, prima di questa edizione del festival, di intervistare un autore in pubblico: io ero un fascio di ansia e agitazione, complici le mie paranoie nei confronti dell’ambiente e dell’evento.
Quando mi hanno chiesto di intervistare Edward Carey, improvvisamente tutte le paranoie sono ritornate a farmi visita: riuscirò a rendere giustizia al libro? Le mie domande saranno originali e interessanti? Terrò alta l’attenzione del pubblico? Queste le domande che mi hanno fatto compagnia per circa un mese prima dell’evento.
Per la mia primissima intervista c’erano poche persone nel pubblico, e io mi ero sentito al servizio del libro: volevo rendergli giustizia, parlarne in modo accurato, e questo mi faceva sentire fortemente inadeguato e fuori posto, nonostante avessi letto e apprezzato il romanzo. Questa volta invece, in seguito alla lettura di Heap House, ho deciso di cambiare le carte in tavolae di non concentrarmi tanto su “ciò che succede nella storia” (a questo ha pensato Alessia Canducci, che ha letto meravigliosamente alcuni passi del libro), ma sul “come hai costruito questo mondo?”
Ho improntato le domande più sul lato autoriale e tecnico, e ne è nata un’interessantissima conversazione: è soddisfacente fare una domanda, lanciare un piccolo semino e vederlo crescere meravigliosamente tra le mani dell’autore in tempo reale. Ben vengano queste interviste: me ne auguro (sì, da solo, spudoratamente) almeno altre mille.

4. Gli scrittori sono esseri umani

Pare stupido da dire e ancora più ridicolo da pensare, ma Mare di Libri mi ha aiutato a comprendere meglio anche questo. È facile perdersi in fantasie riguardanti i propri scrittori preferiti, meglio se queste fantasie li ritraggono chini sulla scrivania, illuminati da una candela, intenti a scrivere e scrivere e scrivere fino alla conclusione dei propri manoscritti. E poi voilà, pubblicati, vincitori di premi, amati da pubblico e critica.
La verità è che dietro a un libro fresco fresco di stampa possono esserci anni di lavoro e fatiche, numerosi tentativi e anche tristezze, sì. “Scrivere una trilogia è difficile”, ammette con onestà Edward Carey. John Boyne ci rende partecipi del suo processo di ricerca e documentazione per i suoi romanzi storici, esaltando le complicazioni note a chi scrive di personaggi realmente esistiti. Gli autori ammettono le proprie difficoltà nello scrivere e nel vivere, raccontano i loro percorsi creativi e si rivolgono al pubblico con semplicità e umiltà. Non ci sono piedistalli, non ci sono barriere, gli scrittori parlano ai ragazzi che si trovano davanti ai loro occhi, ma anche ai ragazzi che sono stati: la differenza tra Mare di Libri e altri eventi destinati agli adulti è che a Mare di Libri gli autori, per qualche motivo, mostrano un lato umano e vulnerabile. E questo è bello.

5. Abbiamo la responsabilità di parlare di cose rilevanti, per crescere meglio (anche noi adulti, sì)

Il gruppo di lettura della libreria Controvento di Telese intervista John Boyne (ph. Rizzoli)

Una cosa in particolare del festival mi ha colpito tantissimo: dei vari eventi, la maggior parte aveva a che fare con libri che trattano tematiche importantissime — anche “forti”, se vogliamo. Al festival si è parlato di guerra, disabilità, suicidio, immigrazione, diritti umani, omofobia e tanto altro: ridurre il tutto a uno sterile elenco non rende giustizia alla moltitudine di temi e spunti di riflessioni che Mare di Libri offre.
Sentire autori e ragazzi discutere queste tematiche mi ha aiutato a capire che è importante parlarne non per fare un servizio a un qualche tipo di diversità, ma per aiutare chi ci circonda (e noi stessi in primis) a conoscere il mondo che ci sta attorno — del resto tendiamo ad allontanare ciò di cui abbiamo paura e abbiamo paura di ciò che non conosciamo: Mare di Libri stravolge la formula. Non si parla solo di narrativa, si parla della realtà di tutti i giorni — e questo ci aiuta ad aprire gli occhi e diventare adulti migliori, assieme.


Con la speranza di tornare al festival e imparare altre cose ancora, saluto e ringrazio tutti i volontari e le persone con cui ho avuto il piacere di intrattenermi.


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