Intervista ad Aidan Chambers

fonte foto: remweb.it

All’ultima edizione di Mare di Libri ho avuto l’opportunità di incontrare e intervistare Aidan Chambers, ossia il mio scrittore preferito di sempre; in questo post trovate una versione breve dell’intervista, mentre sul mio blog personale trovate la nostra chiacchierata nella sua interezza.
Abbiamo parlato di lettura e di scrittura e non potrei sentirmi più fortunato di così: è stata un’esperienza meravigliosa che voglio davvero condividere con tutti voi.
Buona lettura!


Hai già risposto tante volte a questa prima domanda (che credo sia la più importante di tutte) e vorrei condividessi quelle riflessioni con chi mi segue. La domanda è: perché leggere?

Perché noi da soli non siamo mai abbastanza. Non sappiamo abbastanza, non abbiamo abbastanza esperienza. E se parliamo in particolare di letteratura, è proprio grazie a essa che estendiamo (indirettamente, ovviamente) la nostra esperienza, tramite i personaggi e la scrittura. E questo ci dona visioni del mondo che normalmente non avremmo, perché la cosa grandiosa della letteratura è che si occupa della vita interiore delle persone tanto quanto della vita esteriore. I romanzi totalmente esteriori, come i romanzi d’azione, sono… beh, sono a posto, ma il vero romanzo ha a che fare con la vita interiore, dunque quando trovi un libro che si preoccupa della mente di un personaggio che normalmente non capiresti, la finzione ha il compito di rivelarti quella specifica realtà e di conseguenza tu diventi più grande.
Dunque tramite la letteratura trovi te stesso, trovi altre persone, puoi raffinare i tuoi modi di pensare e soprattutto diventi più di quanto non saresti altrimenti.

I tuoi protagonisti adolescenti sono riflessivi, in linea coi romanzi che definirei filosofici, complessi, dalle implicazioni profonde.
Cosa ti spinge a ritrarre gli adolescenti in questo modo?

In un certo senso è parte della mia natura. Si scrivono sempre libri personali, libri che riguardano l’autore stesso. I miei libri non nascono tutti nello stesso modo, ogni libro arriva in modi diversi. Ma ciò che è vero di tutti i miei romanzi è che in ognuno ho dovuto scoprire di chi stessi parlando, di quali personaggi, e ho dovuto conoscerli esattamente come si inizia a conoscere uno sconosciuto. Scrivere i personaggi è un rapporto d’amore: vuoi conoscerli. Dunque qualsiasi cosa impressa sulla pagina è determinata da ciò che tale personaggio deve raccontarti; io credo semplicemente di essere interessato in personaggi inclini al pensiero e alla riflessione.

Alcune persone però leggono solo per comfort e non per crescita, non perché siano cattivi lettori, ma perché semplicemente non conoscono i molteplici lati della letteratura. Ti senti mai responsabile di dover mostrare loro ciò che la letteratura può fare? Credi di dovere qualcosa a qualcuno? E soprattutto, è etico farlo?

La mia prima responsabilità in quanto scrittore è di scrivere il miglior libro possibile. Nel rispetto dei lettori, sì, ma non penso ai lettori mentre scrivo, mentre creo.
Sono semplicemente fissato con l’adolescenza: ogni volta che inizio a scrivere una storia alla fine si rivela essere una storia su quello specifico periodo. E la mia responsabilità è quella di scriverla al meglio delle mie capacità, con lo stesso impegno che metterei nello scrivere un romanzo per adulti: non c’è differenza.
E poi c’è una seconda responsabilità, una responsabilità personale e non comune a tutti gli scrittori, verso i giovani lettori. E penso sia una questione etica: io ho tratto benefici da ciò che mi è stato mostrato e donato dal mio professore (Jim Osborne, lo stesso professore di Danza sulla mia tomba) e ho sempre sentito il desiderio di ricambiare, di aiutare altre persone. Quindi è come se avessi due linee di pensiero, e queste si alimentano a vicenda: più lavoro a contatto coi giovani, più li inserisco nei miei libri. È una relazione simbiotica.
Sei anche tu uno scrittore, nel senso che hai un blog, giusto?

Sì. Provo anche a scrivere fiction.

Esattamente, era qui che volevo arrivare. Perdonami, ho dimenticato quanti anni hai.

Ventitré.

Ok. Gli scrittori tendono a raggiungere una maturità espressiva molto tardi. Gli atleti invece raggiungono il loro apice da giovani, così come i geni matematici; ma molti dei grandi scrittori hanno raggiunto la maturità solo dopo i quarant’anni.
Quindi non preoccuparti dell’età, piuttosto preoccupati di portare avanti i tuoi lavori. Devi chiederti se sia davvero essenziale per te scrivere, e se non lo è allora guarda altrove.

È una grande domanda che devo ancora pormi.

Lo è. Ma dentro di te troverai la risposta, lo saprai. Perché se tu dovessi smettere…
Quando io smetto di scrivere mi ammalo. Ti accadrà qualcosa che ti farà dire, “no no no, aspetta, devo scrivere”. Lo scoprirai.

I tuoi personaggi hanno spesso a che fare con lavori fisici, manuali, prettamente pratici; anche la scrittura in qualche modo, oltre ad avere a che fare con sentimenti ed emozioni, possiede un lato pratico, fatto di strutture e forme. In che modo un giovane scrittore può esercitarlo?

È una domanda molto difficile. So che ci sono corsi di scrittura creativa, ogni università ne ha almeno uno. E mi rendono nervoso, perché in un certo senso credo si impari a scrivere leggendo gli scrittori con cui si sente un legame di empatia. Se si guarda ciò che hanno scritto, come l’hanno scritto, inizieranno a intravedersi dei moduli. Tutta la cultura nasce dall’imitazione, dunque i tuoi primi lavori tenderanno a imitare i lavori che ti piacciono, perché sarà la cosa più naturale. E una volta scritti i primi lavori inizierai a chiederti come renderli unici, renderli tuoi.

Vorrei parlare di lettura e velocità. Viviamo in un’epoca in cui abbiamo accesso a un sapere quasi illimitato nel palmo della mano, e più passa il tempo più vogliamo che i nostri bisogni vengano esauditi istantaneamente. Allo stesso tempo si sta diffondendo, nelle comunità online, la tendenza a leggere velocemente, maratonare i libri. E questo tende a generare ansia nei lettori, ansia che culmina nel fantomatico “blocco del lettore”, la consapevolezza e il senso di colpa per non aver letto tot. libri ogni mese.
Cosa ne pensi? E come possiamo noi, in questo specifico momento storico, imparare ad apprezzare di nuovo l’atto della lettura?

Hai tirato fuori una questione estremamente importante. Tutte le forze sono accompagnate da debolezze: c’è una forza nel leggere velocemente, ma la debolezza sta nel perdere l’abilità di prestare attenzione — e ci sono molte cose nella vita che richiedono lunga attenzione.
I neuroscienziati stanno notando tramite le loro ricerche che tra le persone giovani si sta perdendo l’abilità di stare attenti per lunghi intervalli di tempo, e probabilmente sarà una cosa che dovremo insegnare di nuovo. Ed è vero.
In ogni caso, tutti hanno periodi in cui non leggono molto, è normale; non c’è nulla di cui preoccuparsi. Tornerà. Non ha nulla a che vedere con la lettura rapida.

Io scrivo brevi pezzi inseriti in libri lunghi e spero di trovare lettori che tramite il loro interesse per le storie svilupperanno un po’ più di resistenza per arrivare alla fine del libro senza desiderare che tutto finisca subito. Ma rimane un enorme problema e mi preoccupa, perché tutta l’arte richiede attenzione per lunghi intervalli di tempo. E se non si è capaci di questo tipo di attenzione, non si riceve ciò che l’arte può dare.

Quando concludo i miei video auguro sempre a chi mi guarda di leggere molto, divertirsi ed essere critico. Hai anche tu un augurio per chi ci sta leggendo in questo momento?

No, non sono così intelligente. Il tuo è un buon augurio.


Aidan Chambers è uno dei più importanti scrittori per giovani adulti al mondo. Ha vinto il premo Andersen internazionale nel 2001 e ha ottenuto la Carnegie Medal nel 1999 per Cartoline dalla terra di nessuno, battendo Harry Potter. In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da Rizzoli.

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