The Best of 2015

Un anno del cazzo con tante cose belle

È vero che il 2015 è stato un anno terribile. Orrendo. Schifoso.
 Inizio così perché è l’unico modo in cui mi sembra adeguato iniziare, dicendo la verità, solo la verità, nient’altro che la verità. È stato uno degli anni peggiori della mia vita, di più del 2014 che già mi aveva stroncato con le delusioni costanti.
Per cominciare, nonostante le nuove conoscenze e gli eventi bellissimi, il 2015 non è stato il massimo per la mia salute mentale. Non credo di essere stato così tanto male come quest’estate e questi ultimi giorni, in cui ancora arranco sperando in un futuro leggermente più luminoso.
E poi ci stanno i soldi. Per la prima volta ho dovuto imparare a gestire da solo i miei soldi, e ho imparato moltissime cose; ma è stato difficile, e ci sono stati grandi sacrifici e grandi errori.
Ma il 2015 non è stato tutto orribile. Ci sono state diverse cose che sono riuscite a tirarmi su di morale, o a farmi cambiare prospettiva su qualcosa. Copiando l’idea a Cre (che dovreste seguire), eccone cinque.


Steven Universe mi ha salvato. In un periodo in cui stavo cedendo alla depressione, vedere questo strano show about lesbian sentient polymorphic alien rocks mi ha fatto sorridere, mi ha fatto riflettere e, più banalmente, mi ha divertito. È un po’ quella cosa semplice e dolce a cui ritorni di tanto in tanto, perché sai che ti farà stare bene.
È un cartone animato che consiglio ai piccoli come ai più grandi, una specie di strano mix tra Gravity Falls, Dragon Ball e Sailor Moon (vi giuro che ha senso). E sarà capace di farvi stare bene anche nei giorni più bui, a partire dalla sigla. We are the crystal gems.
Giuro, ne vale davvero la pena.


È uscito solo questo mese, ma a essere sinceri è l’album che più mi ha colpito quest’anno, che più ho ascoltato in loop. Il 2015, in quanto a musica, è stato un anno di magra. Non ho scoperto molti artisti, ho continuato coi soliti, e ho ascoltato più ambient che altro.
Poi è uscito Blue Neighbourhood di Troye Sivan. E, notate, non è un album perfetto. È poco più che sufficiente. I testi sono troppo semplici e spesso al limite del ridicolo (“and all this driving is driving me crazy” non si può sentire), e Troye non ha questa grande voce. Ma nel prodotto finale c’è della sensibilità, dell’onestà, e questo mi piace.
Tra le mie tracce preferite ci sono Ease, che parla di famiglia e comfort e abitudini e distanza; Bite, che racconta la prima volta di Troye in un locale gay e HA UN BRIDGE BELLISSIMO; e Fools, che parla di aspettative disattese e amori non completamente ricambiati.


Qui mi tocca di nuovo copiare Cre, perché Undertale è stato anche il mio gioco dell’anno. Mai, mai mi era capitato di trovare un videogioco così immersivo e relatable. Mai mi era capitato di affezionarmi così tanto a dei personaggi, nemmeno nei giochi che più preferisco al mondo.
È un titolo particolare che, sicuramente, non piacerà a tutti. Se preso con lo spirito giusto, però, può offrire un’esperienza di gioco unica.
È rivoluzionario, nel suo piccolo, nel modo in cui presenta personaggi diversi e stravaganti, ma anche nel modo in cui riesce a renderti perfettamente consapevole delle tue azioni, nel bene o nel male. È un gioco che ribalta i tropes degli RPG e che ti fa riconsiderare molti altri giochi da una prospettiva diversa. E ha una trama spettacolare.
Io vi consiglio in ogni caso di ascoltare la soundtrack, che merita tantissimo — il mio theme preferito è Dating Start (È TROPPO CUTE! E richiama un tema di Ace Attorney!).
E magari provate la demo, che male non fa. Certo è che ci troviamo davanti a uno dei giochi più originali degli ultimi anni. Altamente consigliato.


Quest’anno non ho letto tanti bei libri. Ho letto cose carine, ho letto cose decenti, ma tutto sommato non ho letto nulla che mi abbia cambiato o fatto crescere come accadde nel 2014.
 Poco male, c’è tutto il 2016 per rifarmi. E poi, non vanno sottovalutate alcune letture.
 The Rest of Us Just Live Here è una di queste: si merita a pieni voti un posto in questa classifica, senza se e senza ma.
Non è un libro enorme, rivoluzionario, life-changing, ma lo terrò sempre con me: tra gli autori YA Patrick Ness è uno dei pochi che riescano a ritrarre l’adolescenza senza snaturarla, e TRoUJLH ne è l’esempio perfetto.
 La storia è ambientata in un tipico mondo YA: ci sono zombie, vampiri, mostri, e poi ci sono i prescelti, quelli che sin da giovanissimi devono partire e andare all’avventura e salvare il mondo.
E poi ci sono tutti gli altri. Quelli che non hanno poteri, che non possono fare nulla se non vivere la loro vita così com’è; quelli che, nei libri YA, vengono a malapena menzionati, perché fanno da sfondo. Ecco, il libro parla proprio di loro.
È un’ode alla normalità che dichiara che non è necessario essere speciali per essere speciali. Che nell’ordinario c’è molto da valorizzare.
La parte più bella è la caratterizzazione dei personaggi e il trattamento delle loro vite private. Tutti sono interessanti e brillanti a modo loro, e tutti hanno qualcosa da dire. Si parla di problemi alimentari, sessualità, malattie mentali e molto di più. In particolare, c’è un bellissimo capitolo, un dialogo tra il protagonista Mikey e la sua psicologa. Mai mi era capitato di leggere qualcosa di così vivido, reale e positivo. Mi ha dato speranza per il futuro, e mi ha fatto rimpiangere di non essere nato qualche anno dopo il ’93 per poter leggere The Rest of Us Just Live Here negli anni della mia adolescenza.


Mi avevano parlato benissimo di questo film, quando ancora si discuteva la possibilità che l’adattamento cinematografico di Chaos: la fuga sarebbe stato scritto da Charlie Kaufman. Io, curioso, ho voluto recuperare qualcosa di suo (avendo già visto Se mi lasci ti cancello), e ho iniziato proprio con Essere John Malkovich.
L’ho trovato geniale. Oltre a essere ottimo intrattenimento, perché è divertente in maniera intelligente, ha tantissimi livelli di lettura. E io ho deciso di interpretarlo come una storia sul valore delle storie, sul cinema, sul perché ci piace seguire attori e film e racconti. Sotto sotto, alla fine, siamo tutti un po’ voyeur: le storie ci piacciono perché attraverso esse possiamo spiare il mondo da lontano, e in esso vederci e ritrovarci. Il cinema in particolare è l’estremizzazione di ciò.
È un film che non solo consiglio, ma che rivedrei più e più volte.
Ecco, adesso so quale sarà il primo film del mio 2016.


Originally published at marcolocatelli.wordpress.com on December 31, 2015.

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