Il futuro del giornalismo sono i podcast

«Io sono uno che studia sempre e cerca di aggiornarsi in ogni argomento. Cerco di cavalcare il cambiamento, non subirlo». A dirlo è Carlo Annese, un passato da inviato alla Gazzetta dello Sport, oggi vicedirettore di GQ. Ha anche un blog, L’età del vetro, dove si occupa di tecnologia dell’informazione e nuovi media.

Parlando di nuovi media, so che lei è un grande appassionato di podcast. In America Sarah Koenig ha creato il programma Serial che è stato scaricato 68 milioni di volte. Come mai da noi nessuno investe in questo settore? Non siamo pronti oppure le novità fanno paura in Italia?

In America il podcast è un fenomeno molto diffuso. Sto studiando un modo per creare una piattaforma simile in Italia. Penso che non siamo ancora pronti. Nel nostro Paese poi i podcast sono delle repliche di trasmissioni.

In Italia mancano le idee o gli strumenti per attuarle?

Penso che i numeri parlino chiaro. In Italia esistono attualmente 5500 startup, pochissime in confronto agli altri paesi. La maggior parte fallisce dopo sei mesi, una su venti riesce a sopravvivere dopo due anni. E’ molto più comodo andare su quello che si conosce. L’obiettivo principale è fare il più possibile con il minimo. Questo ovviamente danneggia il sistema.

C’è un modello che prenderebbe come riferimento?

Si penso subito ad Alex Blumberg. Ha deciso di abbandonare il suo incarico alla National Public Radio per creare una piattaforma di podcast. Ha avuto molto successo nella trasmissione StartUp raccontando la storia della sua vita, registrando anche i dialoghi con sua moglie. A me piacerebbe creare un prodotto simile, raccontando la mia vita in sei puntate.

Prima di essere vicedirettore di GQ, lei è stato per molti anni giornalista alla Gazzetta dello Sport. Fu tra i primi a proporre l’idea di un sito web. Ha sempre manifestato un occhio di riguardo al digitale.

Si, tra il 1994–95 iniziò a formularsi l’idea di un sito per la Gazzetta. Il direttore di allora (Candido Cannavò ndr) però non era molto entusiasta del progetto. Un giorno, ricordo, mi chiamò nel suo ufficio per dirmi che mi avrebbe assegnato l’incarico di vice direttore del sito, ma che non ne era convinto del suo successo.

E lei che fece? Si tirò indietro?

Si. Fu una scelta un po’ sofferta. Avevo trent’anni e non mi sono avventurato in un progetto in cui il mio capo per primo non credeva fino in fondo.

Lei so che ha iniziato molto giovane a fare il giornalista

Si a quindici anni in un tv locale a Brindisi. Ricordo che avevo fatto una telecronaca per una squadra di basket e da lì mi sono appassionato e ho cominciato. Venni assunto nel 1984 a Taranto. La mia formazione è stata la redazione.

Da Taranto a vice direttore di GQ, passando per la Gazzetta. Un grande percorso

Si, sono andato via presto da Taranto perché la provincia mi stava stretta e avevo l’ambizione di coltivare il mio sogno in una grande città. Io sono uno che studia sempre, cerca sempre di rimanere aggiornato e attento alle novità. Molti miei colleghi si limitano “solo” a leggere i giornali. Io cerco di non subire il cambiamento, ma di cavalcarlo. Per farti un esempio sono stato tra i primi a chiedere a La Gazzetta dello Sport di avere un indirizzo e-mail. Ho fatto la fila a New York per prendere uno dei primi I-Pad, che all’epoca era considerato il futuro dei giornali. Penso che questo sia un mio punto di forza.

Se dovesse darmi un consiglio per il mio futuro, quale sarebbe?

Bisogna cercare di specializzarsi in un settore. Diventare un esperto di quel settore ed essere autonomo. Montare, girare e scrivere. Devi farlo ormai tutto da solo. Quello è il futuro.