
L’uomo Drogba
Un annetto fa, più o meno in questo periodo, stavo ultimando la mia tesi di laurea. Avevo scelto di raccontare tre storie di sport, che avevano contribuito a modificare o sovvertire le tradizioni, le usanze e la cultura di un Paese. Avevo l’obiettivo e l’interesse di spiegare come lo sport, o per meglio dire il concetto di sport, potesse abbattere muri ideologici e riscrivere nuovi capitoli nella storia e nella vita delle persone.
Tra queste, la figura di Didier Drogba in una Costa d’Avorio dilaniata dalla guerra civile. Mi aveva colpito il suo gesto di organizzare nel 2007 una partita di calcio per provare a placare il conflitto e invocare le elezioni politiche. Oltre a descrivere e raccontare la tragica situazione in cui versava la “Terra degli Elefanti”, mi incuriosiva molto il profilo psicologico di questo eroe africano. Avevo letto una sua biografia, ma cercavo una testimonianza diretta, di chi sapesse davvero chi fosse Didier Drogba. Così decisi di scrivere a Massimo Marianella, giornalista e telecronista di Sky Sport, amante e profondo conoscitore della Premier League. Non penso debba aggiungere altro su chi sia e cosa rappresenti Massimo Marianella.
Dopo circa due settimane, mi rispose, in una lunga mail in cui raccontava e spiegava davvero chi fosse Didier Drogba. Il testo iniziava cosi:
“Ciao Marco.
Io in tanti anni di carriera ho avuto modo di conoscere molti giocatori, ma come Didier pochi. Molti sportivi parlano di “voler restituire la fortuna che hanno avuto alla comunità” altri creano fondazioni a loro nome, ma non tutti lo fanno davvero e soprattutto non tutti lo sentono dentro. A volte, principalmente negli States, sono mosse per essere politically correct o solo soluzioni convenienti per sgravi fiscali. Chiaro, esistono atleti di cuore e sinceri in ogni angolo del pianeta, ma tra questi io metto sempre in cima, almeno sul podio, Drogba. So per certo, perché spesso me ne ha parlato, quanto sia legato alla sua terra, la Costa d’Avorio ma in generale l’Africa tutta. Proprio per questo è preoccupato e desideroso di fare qualcosa.

Quando ha lasciato il Chelsea è andato in Cina, non perché avesse finito le motivazioni di alto livello, ma per soldi perché sulla carta (purtroppo credo non abbia ancora preso quanto gli avevano promesso) era la situazione più conveniente economicamente e lui quei soldi voleva girarli tutti in beneficenza. Mi disse che dopo aver raggiunto il suo sogno di vincere la Coppa dei Campioni, voleva che altri bambini africani potessero essere aiutati a realizzare i loro o anche semplicemente ad avere dei sogni. Negli ultimi anni della prima esperienza ai Blues, pure prima di vincere la Champions, cercava sponsorizzazioni pubblicitarie e sceglieva sempre il marchio che devolveva piu’ soldi alle sue iniziative come costruire ospedali e scuole. In aggiunta ha sempre usato la sua immagine per parlare a chi in Costa d’Avorio usa le armi, per provare a portare pace e sicurezza.
I soldi in una terra come la Costa d’Avorio servono perché mancano troppe strutture basiche, ma anche le parole di un personaggio carismatico come lui possono riuscire a risolvere altri problemi. Non sono tantissimi quelli che messa la famiglia “al sicuro” in tutti i sensi, tornano da quelle parti. Ancor meno quelli che tornano per fare, per lasciare un segno senza secondi fini. Ecco perché mi è dispiaciuto che la nazionale degli Elefanti abbia vinto la Coppa d’Africa al primo torneo senza lui. Mi è sembrato sportivamente e umanamente “ingiusto”.
Non è ne un santo, ne un predicatore Didier, te lo garantisco, ma ha un cuore e una testa tali per capire che un privilegiato può e deve fare tanto. Come scrive nella sua autobiografia e come mi disse in una puntata dei Signori del Calcio “quel bambino che aveva lasciato la famiglia per cercare una vita in Francia da uno zio, gli occhi pieni di lacrime e paura, col naso schiacciato sul finestrino dell’aereo a guardare la sua terra che si allontanava”, adesso che ha dimostrato di esser diventato qualcuno non vuole vedere quella stessa terra scomparire. Sta facendo qualcosa. Ci sta provando davvero.
Spero che questo possa aiutarti.”
Dalla mail emerge un ritratto completo sia del giocatore, che dell’uomo. Oltre al lato sportivo, ciò che più mi ha colpito è il lato umano. Va precisato che il gesto di Drogba non ha risolto completamente il conflitto visto che per anni si è combattuta una sanguinosa guerra civile.
Mi piace pensare però, che nonostante sia cresciuto lontano dai conflitti e dalle sanguinose vicende della Costa d’Avorio, rappresenti una sorta di gigante romantico che non ha mai spezzato il legame con la sua cultura e che si è prodigato per aiutare la sua gente.
Un uomo riservato, di poche parole, che per la sua nazione non è mai stato sordo ai richiami di aiuto e disponibilità. Un atleta simbolo in una terra popolata da un miscuglio di religioni, etnie e dialetti. Lui è riuscito a parlare una lingua comune, arrivando al cuore di tutti, dal nord al sud.
E ora forse ora quando (ri)atterrerà ad Abidjan avrà ancora il naso schiacciato sul finestrino, come quando è partito, con le lacrime che hanno lasciato però spazio al sorriso perché finalmente può rimettere piede in Costa d’Avorio, la sua terra.