Oro Bianco

Intervista a Nicola Gratteri, magistrato e procuratore aggiunto di Reggio Calabria autore del libro Oro Bianco.

Viaggiare per capire, vedere per credere. In America Latina la produzione di cocaina non è solo business, ma una ragione di vita. Dalla Colombia al Perù, passando per Messico e Argentina fino a raggiungere i porti di Anversa, Amsterdam e Gioia Tauro. Non si tratta del percorso di una nave da crociera, ma della rotta che la droga compie per arrivare nei mercati europei. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, e il giornalista Antonio Nicaso si sono imbarcati in questo viaggio tra piantagioni di coca, spacciatori e trafficanti e hanno raccolto dati, materiali, testimonianze racchiusi nel libro Oro bianco.

Perché ha scelto di scrivere un libro «rivelatore e appassionante» su un tema tanto delicato e attuale come le rotte internazionali del narcotraffico?
La cocaina è la fonte principale della ricchezza accumulata dalla ‘ndrangheta negli ultimi vent’anni. Io e Antonio Nicaso, nel nostro tempo libero, abbiamo cercato di seguire le rotte della cocaina gestite dalla ‘ndrangheta, partendo dalla foresta amazzonica e dalla selva colombiana. È stato un viaggio che ci ha permesso di ricostruire i legami della ‘ndrangheta con broker e organizzazioni criminali e terroristiche, attraverso cinque continenti, l’Europa, le due Americhe e l’Africa e l’Australia. Se non si tiene conto del traffico di cocaina e degli enormi profitti che esso genera, non è possibile capire le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel tessuto economico e politico del nostro Paese, ovvero la capacità di penetrare anche in territori lontani da quelli d’origine grazie alla corruzione.

Nel suo libro un ex trafficante di droga rivela: «Per un container sequestrato, ce ne sono altri nove che giungono a destinazione». Realisticamente parlando, è davvero efficace la lotta alla droga? Quali sono, a riguardo, le strategie più efficaci per cercare di debellare quello che è ormai diventato un vero flagello mondiale?
Sarebbe più efficace se la lotta alla droga potesse avvenire con strategie di contrasto concordate in Italia e nel mondo.Le mafie si sono globalizzate, l’antimafia ancora no. È questo il vero problema. Con i mezzi a nostra disposizione, ma soprattutto con le carenze che ogni giorni si registrano sul fronte della collaborazione internazionale, non riusciamo a sequestrare più del 10–20% della cocaina che arriva sul mercato.

Come ha organizzato i suoi viaggi in America Latina e la raccolta di materiale? Si è avvalso di collaboratori, servizi civili e militari, pentiti di mafia, ex narcotrafficanti e quali rischi ha comportato la realizzazione di un’inchiesta del genere?
È stato un viaggio spericolato quello che abbiamo fatto, spacciandoci spesso per turisti. Ci siamo comunque avvalsi di tutti i contatti che nel tempo sia io che Nicaso siamo riusciti a mettere assieme. È stato bello trovare in ogni Paese qualcuno che sapesse del nostro lavoro e che ci aiutasse, convinto della nostra serietà e correttezza.

Oro bianco è un titolo molto evocativo. Perché proprio la cocaina è diventata negli ultimi anni la droga più diffusa e facilmente reperibile? E per quale ragione il suo prezzo di acquisto è diventato accessibile a chiunque?
La cocaina inizialmente era la droga dei ricchi. Poi grazie alle enormi coltivazioni di foglie di coca in Colombia, Perù e Bolivia è diventata sempre più sballo di massa. I prezzi sono diminuiti e la cocaina, senza creare lo stesso allarme sociale dell’eroina, è passata quasi inosservata, come se fosse un moltiplicatore di energie, da utilizzare in ogni situazione, soprattutto sul posto di lavoro.

Nicola Gratteri (foto Ansa)

Quanto è stata importante la presenza di Antonio Nicaso nella stesura dei suoi libri? Ha mai temuto ritorsioni contro se stesso o i suoi familiari, anche in virtù della sua attività di magistrato esposto alla lotta contro la ‘ndrangheta?
Io e Nicaso siamo cresciuti assieme. Ci conosciamo da una vita. Basta uno sguardo per capirci. Ragioniamo allo stesso modo e siamo quasi sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Prima ancora che co-autori di libri, siamo amici di vecchia data. I libri sono solo un’occasione per vederci con più frequenza. Le minacce sono un rischio possibile. L’importante e non farsi condizionare. Bisogna saper conviverci.

Il tenente colonnello Vincenzo Caruso spiega nel suo libro che il porto di Gioia Tauro si avvale della collaborazione tra la ‘ndrangheta e personale corrotto al servizio del clan. La situazione attuale è ancora così? Quanta corruzione c’è tra i funzionari dei porti e quanto è difficile controllare le tonnellate di carichi che arrivano e partono ogni giorno?
Se non ci fosse la corruzione, non ci sarebbero le mafie, come le intendiamo noi, cioè come organizzazioni in grado di eludere indagini e infiltrarsi dappertutto. Ne abbiamo avuto conferma anche durante il nostro viaggio sulle rotte della cocaina. I broker si avvalgono di collaboratori in quasi tutti i porti. La corruzione è essenziale, soprattutto per minimizzare il rischio di sequestri.

Il fatturato annuo di ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra, circa 130 miliardi di euro, è superiore al Pil di tre piccoli Stati europei, e quasi il 10% della popolazione attiva nel Mezzogiorno lavora nell’”industria mafiosa” . Qual è il confine fra economia pulita e criminale? Quanto incide sul Pil nazionale il traffico di coca, in Italia e all’estero?
Non saprei dire quanto incide, ma incide abbastanza. È sempre difficile fare i conti in tasca alle mafie. Ma i loro fatturati sono in continuo aumento. La cosa più preoccupante è che l’economia legale non scaccia, non esclude quella illegale. Oggi i soldi della cocaina fanno gola a molti.

REUTERS/Eliana Aponte

La fuga di El Chapo ha messo in luce le falle nel sistema di sicurezza del Messico. Dalle indagini è emersa la collaborazione dei secondini che avrebbero favorito la fuga del boss. Perché il Messico è il Paese più incline a questa rete di rapporti corrotti tra governo, polizia e cartelli? Può darsi che il traffico di droga porti vantaggi economici a tutte tre le parti in causa?
Certamente, ci sono vantaggi. O, come preferiamo definirle noi, reciproche utilità. Il Chapo è fuggito, ma è stato anche riacciuffato. In Messico, la corruzione è un fenomeno dilagante.

Da un punto di vista giornalistico ed etico, quanto è conveniente alle volte denunciare la corruzione e il traffico di coca e quando invece è opportuno chiudere gli occhi di fronte all’evidenza?
Non riesco a valutare le due opzioni. Ognuno ragiona con la propria coscienza. Io non mi sono mai posto il problema. Per me c’è solo una opzione, quella di non compromettersi e di fare continuamente il proprio lavoro, con coerenza e serietà. Io gli occhi non li ho mai abbassati. I giornalisti hanno un compito importante. Voltarsi dall’altra parte significa rinunciare a fare il proprio lavoro con dignità e coraggio.

Qual è la motivazione che ogni giorno la spinge a combattere una dura battaglia contro la droga e i rischi che comporta?
La mia coscienza e la mia coerenza. Non riuscirei a comportarmi diversamente. Sarebbe come vivere da vigliacchi.

*L’intervista è stata realizzata assieme a Indro Pajaro e apparsa sul sito Magzine.