UE, il federalismo può rinascere dalle periferie.
La Stampa, 11.08.16
Adesso abbiamo qualche giorno per riposare e alcuni mesi per riuscire» scriveva Jean Monnet nelle sue Memorie. Vale anche per questa breve estate. A circa metà della legislatura iniziata con le europee del 2014 e con significative affermazioni di movimenti euroscettici, e tanto più dopo il referendum su Brexit, è tempo che la politica europea ritrovi slancio con l’abbozzo di un New deal «per riuscire» nelle condizioni di oggi. Ci sono tutte le ragioni per promuovere forme di cooperazione strutturata negli ambiti della sicurezza e della difesa; ci sono altrettante ragioni per rilanciare, magari con un salto di qualità, i cantieri avviati per creare crescita e sviluppo (piano Juncker, Garanzia Giovani e altre iniziative europee di questo tipo).
Ma per riuscire ci sono almeno tre condizioni, che hanno a che fare con la cultura politica più che con punti programmatici.
La prima è superare la cultura del declino ineludibile dell’Europa. Ci troviamo di fronte a un paradosso. L’UE è il blocco economico più ricco al mondo, la prima potenza commerciale e prima per aiuti allo sviluppo, oltre che per standard ambientali e sociali. Eppure, l’Europa dice a se stessa e al resto del mondo che non ha risorse sufficienti per affrontare le sfide del nostro tempo. Ci addormentiamo appesantititi dal nostro benessere e sogniamo male.
La seconda è ragionare con accortezza sulla divisione centro periferia che attraversa la società. Un divide doloroso. Come spiega Lewis Mumford la città era un mondo, oggi il mondo è una città. Il nostro mondo-città è un luogo ove rapporti e dinamiche si ridisegnano continuamente. Siamo sicuri che dalle periferie arrivi solo una spinta di protesta? Sottotraccia non arriva anche la domanda pressante di politiche per affrontare problemi di origine globale? Il disagio che giunge dai «margini» è un potenziale di cambiamento nel senso dell’unità europea, un invito al coraggio, che le classi dirigenti non colgono perché, nel vuoto creato dall’assenza dei partiti, non conoscono quei luoghi e perché anzi spesso ne usano la protesta per giustificare la propria ritrosia all’innovazione. Nelle periferie si trovano alcuni dei tessuti civili e associativi tra i più originali di cui disponiamo. Il cambiamento della politica in senso sovranazionale trova grandi ostacoli al «centro», nelle alte sfere politiche e burocratiche nazionali. Il “frenetico immobilismo” che Habermas rimprovera ai leader europei si nutre anche dell’iperrealismo della cultura del “non si può fare” perché “il popolo non vuole”. Abbiamo occhiali per guardare lontano ma per vedere cosa accade vicino a noi forse dovremmo toglierli.
La terza questione è il tema generazionale come fattore di cambiamento. Società a lungo ferme nella mobilità sociale per fattori generazionali e di genere come quella italiana, hanno certamente bisogno di una scrollata. Alzando lo sguardo a livello europeo, bisogna ripartire da un discorso che tenga insieme aspettative e speranze dei più giovani insieme alle incertezze dei meno giovani. C’è, anche qui, il rischio di un paradosso. La società europea invecchierà nei prossimi decenni sia per un declino demografico che per un grande progresso, sociale e sanitario. O ci facciamo carico anche di questo progresso ridisegnando il nostro modello sociale e creando una politica di alleanze intergenerazionali per un nuovo welfare europeo, e dunque per una Europa più giusta, ricentrata sulla dimensione sociale, o ci chiudiamo nella retorica sulla buona generazione Erasmus. Parlando solo a una parte della società, l’altra ci girerà le spalle. Monnet proseguiva dicendo che “troveremo altre difficoltà…e le useremo per avanzare sulla via dell’integrazione”. Dobbiamo usare le difficoltà di oggi per cementare intorno a diritti e politiche comuni una nuova cultura politica dell’integrazione.
Marco Piantini