Come sarà il social network del futuro?

Non sarà un social media, ma un media.


Facebook non è morto, anzi. Ma spesso mi chiedo quali saranno le caratteristiche della #nextbigthing nel campo dei media e del loro uso da parte delle persone (e viceversa). Il sunset accadrà sicuramente, ma non significherà la fine di Facebook &Co. Vale sempre lo stesso discorso: nessun media cessa di esistere, semplicemente si organizza con gli altri media per accogliere la new entry.

Ecco quello che accade ad ogni prodotto nel suo ciclo di vita:

This is inevitable. It’s a natural life cycle for any product; unless it somehow becomes a living organism with its own reproductive system and evolution, one will eventually wither and die. Facebook cannot evade this process — it regenerates with nuances, but is not reinventing itself.

Se diamo per buono che in questo caso nelle categorie late majority e laggards albergano le persone più in là con gli anni, e che in questo momento il target più in crescita su Facebook è quello più anziano, allora spieghiamo anche un fenomeno che questo grafico non riesce a rendere come si deve: quando le ultime due fette di consumatori arrivano, le prime due, innovators e early adopters sono già con lo sguardo altrove. Questo scarica di autorevolezza e coolness un prodotto che ha fatto soprattuto della seconda caratteristica il suo cavallo di battaglia.

Perché Facebook non è più cool? Vi basta leggere la quantità di articoli usciti nei giorni dell’acquisizione di WhatsApp per capire quanta gente sia scappata via anche da lì al solo sentire la parola “Facebook”. Non è importante verificare quante persone effettivamente siano scappate via, è importante registrare l’allarmismo di Microsoftiana memoria scatenato dall’evento in sé.

Ma quindi, cosa sarà fico tra 10 anni? E cosa conterrà?

Tu a 360°: immaginate un social network che contenga il lato serio di Linkedin, quello farfallone di Facebook e le sfumature tuttologhe di Twitter. Aggiungeteci le feature video di YouTube, la riservatezza (se voluta) di WhatsApp, la localizzazione in salsa gamification di Foursqaure, ed è fatta.

Mobile First: se nasce dopo il 2014 deve essere una app non un sito. Può vivere anche attraverso un’esperienza desktop, ma non è determinante. Il modello più vicino a questo approccio attualmente è Instagram.

So.Lo.Mo DAVVERO: sono anni che sento parlare di glocal, solomo e tutto il resto ma ancora non c’è niente di disponibile che contenga questi concetti, almeno non per la maggioranza delle persone (per limiti di usabilità o per limiti di innovazione non conta). Non c’è nulla che lega davvero una persona ad un luogo attraverso quello che il luogo può offrirli o non in base a quello che la persona si aspetterebbe. Facebook ad esempio è bravissimo a lavorare sul tuo passato e a dare suggerimenti su quello che hai fatto: ma che succede se arrivate in una nuova città e volete suggerimenti su quello che potrebbe non piacervi o magari sì? The next big thing sarà prima un motore di ricerca di stimoli e nuovi orizzonti, e poi un hub di interessi, amicizie e lovemarks.

Dati personali: In futuro il profilo, i contenuti, i dati sulle interazioni e la grafica torneranno ad essere sotto il diretto controllo delle persone e degli altri fruitori del media. Questo riaccenderà la passione e esaudirà la voglia di indipendenza da una singola piattaforma che sta covando negli ultimi mesi.

E il business? La possibilità di poter rivendicare la proprietà dei propri contenuti apre scenari interessanti. Una strada che qualcuno ha già percorso, come Pheed, ma con risultati ancora non all’altezza (almeno su scala mondiale). Ebbene sì, lo sforzo di coerenza di posizionamento e la costruzione della vostra autorevolezza non saranno solo benzina per il vostro ego (renumerato a suon di like, commenti e condivisioni) ma anche soldini veri. Il nuovo social network farà da pusher di contenuti, potrà al massimo ambire ad una quota, ma il grosso dei ricavi sui contenuti toccherà agli utenti.

Parola d’ordine del futuro? Persona (anche in inglese).