Dall’orologio allo smartwatch.
Qual è il contrario di Disruption?
L’orologio è uno strumento di indicazione dell’ora e, in senso più generale, di misurazione del trascorrere del tempo. È costituito essenzialmente da un motore, da un sistema di trasmissione e di controllo dell’energia nonché da un vero e proprio indicatore del tempo, il quadrante. Dagli antichi orologi a pendolo ai moderni modelli a energia solare, in molte epoche l’orologio ha travalicato il significato per il quale è stato ideato — quello di registrare appunto il passare del tempo — finendo per diventare un vero status symbol, decodificatore degli usi e costumi di popoli differenti e di differenti generazioni.
Questa definizione da Wikipedia è perfettamente descrittiva del momento attuale e dimostra che non tutto è destinato a finire la sua corsa nel frullatore dell’entropia di innovazione vestita, e che, proprio come accade nella teoria di Darwin, le cose (e non solo gli umani) che dimostrano duttilità sono destinate a durare ed attraversare diversi livelli di evoluzione.
È la storia dell’orologio.
Ed è un’altra lezione che è contenuta nella definizione da Wikipedia: l’altro asso nella manica “evolutivo” è stato il saper rispondere indipendentemente dai progressi tecnologici ad un bisogno tanto banale quanto cruciale: dare una misura e una frequenza al tempo che passa, sapere che ora è.
L’orologio è quindi un device che ha unito con successo un carattere immutabile ad una propensione eclettica, sperimentale.
Se consideriamo l’utlizzo in mobilità, di massa (quindi escludendo il lusso, Rolex&co con status symbol per pochi eletti vari che esistono da sempre e per sempre amen) e strettamente legato all’utilizzo quotidinao da parte dell’essere umano (quindi non di tipo architettonico o artistico) distinguo 3 ere “orologiche”:
- L’era dell’orologio utile.
- L’era dell’orologio bracciale.
- L’era dell’orologio intelligente.
Lo smartphone killer?
L’orologio utile è stato il momento di massima difussione e utilizzo, dalle merdiane all’orologio digitale, fino a quegli anni ‘90 che hanno per la prima volta davvero messo in crisi questo antichissimo strumento. Lo sviluppo dell’elettronica nel dopo guerra aveva già iniziato il lavoro, ma sono stati i cellulari, che alcuni oggi giurano saranno le prime vittime della terza era, a dare il colpo di grazia all’orologio come strumento indispensabile e di utilità.
L’era dell’orologio bracciale sboccia proprio alla fine degli anni ‘90, e si innesta su un storia più piccola iniziata il 1º marzo 1983 a Zurigo. La gente può vedere l’ora dappertutto: nel display di standby di TV, Registratori VHS, Radio, Sveglie o Hi-FI, in strada sotto le croci verdi delle farmacie, in auto, ma c’è un altro attore nella vita delle persone, destinato a tiranneggiare per i successivi decenni: il cellulare. Si interagisce più volte con il telefono che con qualsiasi altra cosa mai indossata o portata in tasca fino a quel momento. Prima cambiano le gestualità, poi i bisogni, alla fine le generazioni. E adios, l’orologio è uno swatch, o quella cosa grande e su più quadranti che alberga sui polsi dei tronisti di Maria de Filippi. Non fa più quel mestiere lì, è un’altra cosa. Esiste, ma non serve più a segnare il tempo, serve a segnare un cambiamento sociale, come giò in passato l’orologio riesce ad assecondare un passaggio chiave dell’innovazione.

La caratteristica principale dello smartwatch? Segna anche l’ora.
Come ogni decadenza nobile, l’orologio è adesso destinato a vivere un suo Rinascimento, non più solo utile o solo bracciale, semplicemente smart. È difficile capire, come spesso paradossalmente accade nella storia a noi relativamente più recente, ricostruire una data esatta per identificare l’inizio di questa nuova storia, ma sta succedendo e io la fisso al 18 marzo 2014. Lo smartwatch è davvero nato, ha un cordone ombelicale bluetooth, non lancia i missili o fa videochiamate, fa molto di più. Semplifica la vita, aumenta il livello di usabilità della vita, permettendo alle persone di rialzare la testa nella vita, uscire dall’incantesimo zombie che gli smartphone hanno inconsapevolmente provocato (spesso penso a quanto sembrerebbe stravagante al mio me di 20 anni fa il vedere il modo in cui oggi camminiamo, guidiamo, stiamo in mezzo alle persone: testa bassa, altrove). 500 anni fa era normale deportare schiavi, 50 anni fa i dottori fumavano in sala operatoria, è probabile che tra 5 anni guarderemo a questi ultimi anni con lo stesso senso di superiorità e incredulità pensando a come la nostra postura e il nostro modo di interagire con le informazioni e quindi l’ambiente e le persone fosse diventato stravagante, appunto.
Non mi spingo a definire il contrario di disruption in un solo termine, ma è ovvio che nel caso dell’orologio osserviamo un fenomeno contrario e altrettanto potente.
L’orologio intelligente o smartwatch non salverà la società o i rapporti umani, ma rappresenta già un nuovo modo di intrpretare l’interazione con un nuovo spazio, è una nuova sfida per l’usabilità e il design, esaltante e importante almeno quanto il passaggio dal desktop al mobile, o dai manoscritti ai caratteri mobili. Sto sperimentando questa rivoluzione-rinascimento di persona, ho un LG G Watch da 24 ore ed era dal primo iPhone che non provavo una tale sensazione di modernità e voglia di sapere come andrà a finire (più in là scriverò un giudizio più completo su questo che a prima vista mi sembra il primo parto sensato e concreto di mamma google glass, da cui è ripresa l’architettura di base di funzionamento del sistema operativo).
Probabilmente ci sarà spazio per smartwatch e smartphone nella stessa nuova era, o Apple ricambierà di nuovo le carte in tavola ad ottobre con il lancio della nuova generazione di iPhone (e della prima generazione di smartwatch?), ma di sciuro c’è che abbiamo a disposizone già oggi una nuova tavolozza di bisogni in cui pescare la sfumatura giusta per cogliere l’ennesima grande opportunità dell’innovazione, che torna a significare trasformazione e si allontana, per una volta, dal concetto di distruzione.