La Tesla 3 è il miglior prodotto mai pensato nel diciottesimo secolo.
Un giorno si sarà in grado di costruire carri in grado di muoversi e di conservare il loro movimento senza essere spinti o tirati da alcun animale
Roger Bacon, XIII secolo.


Il Carro di Cugnot progettato nel 1769, era azionato da un motore a vapore a due cilindri verticali di 325 mm di alesaggio e 387 mm di corsa, per una cilindrata totale di circa 64.000 cm³. Questo “mostro”, in grado di portare un carico di oltre 4 tonnellate, soprannominato “macchina azionata dal fuoco” procedette lentamente solo per una dozzina di minuti, raggiungendo una punta di velocità stimata inferiore ai 10 km/h. Questa pur brevissima esibizione segnò l’inizio della storia della motorizzazione: si tratta infatti della prima dimostrazione pratica fornita al mondo da un veicolo “auto-mobile” nel senso letterale del termine, vale a dire che si muove da sé tramite una forza non animale, non immagazzinata per mezzo di molle e che non utilizzava gli effetti del vento.
Poi è arrivato il diciottesimo secolo con gas, benzina, diesel e prime esperienze con l’elettricità: nata per sostituire la trazione animale, l’automobile si serviva di motori di volta in volta diversi a seconda dei sistemi di alimentazione.
Qui scatta la domanda: cosa fa la Tesla 3 che il carro di Cugnot non sapeva fare? Di base, niente.
Che vada a benzina, corrente o aria non conta nulla, un mercato non rivoluziona se stesso attraverso un concetto (o un prodotto) che è lo stesso che ne ha fatto la fortuna, semplicemente perché questa cosa non è credibile.
È per questo che penso che Tesla sia solo un bell’oggetto, ma che di futuristico non abbia davvero nulla (e anzi apre altri scenari preoccupanti rispetto al futuro smaltimento delle batterie se il trend raggiungerà una penetrazione di massa). Un bel giocattolo che fa meno di 400km con un pieno di elettricità è un bel giocattolo, ma non sposta di una virgola il tema vero della questione: dobbiamo smetterla di pensare al futuro avendo in testa le automobili, e iniziare tutti a capire che il futuro (presente) riguarda la mobilità.
Il mercato della mobilità non può essere rivoluzionato da un’automobile perché è una rivoluzione culturale prima che tecnologica.
Culturale perché parte dai comportamenti, le abitudini, la sensibilità collettiva.
Siamo pronti? No.
Gli indicatori di questa impreparazione culturale sono tanti, ma mi limiterò ad un paio di casi che raccontano bene lo scenario.
La sensibilità selle persone è sopravvalutata.


Tutti sappiamo del #dieselgate, ma quanti hanno poi controllato le conseguenze?
Volkswagen rimane di gran lunga il primo gruppo in Europa, con 3.521.803 unità vendute con i marchi Volkswagen, Audi, Seat, Skoda e Porsche, nel 2015 segna un +6,2% rispetto al 2014.
Impatto sulla vendite del più grande scandalo ecologico della storia dell’automobile? ZERO.
La sensibilità dei governi è sopravvalutata.


Non ci sono incentivi e servizi “accessori” all’altezza per emancipare il mercato e l’approccio alla mobilità dei cittadini.
In Italia circolano 608,1 autovetture ogni 1000 abitanti e il nostro Paese ha un parco automobili che è nettamente più vecchio d’Europa. Prendendo in considerazione le sole autovetture, il dato italiano risulta superiore alla media europea, che secondo Acea è di 487 auto ogni 1.000 abitanti (inferiore solo al Lussemburgo (663) e maggiore di quello tedesco (539), francese (512), spagnolo (476) e britannico (464).
In Italia non si può fare a meno dell’auto per due motivi: i trasporti pubblici non funzionano in maniera adeguata e non garantiscono la stessa libertà di movimento dell’auto.
La crisi economica ha innescato un processo di allontanamento dei centri cittadini (troppo cari) e di spostamento non solo verso la prima, ma anche verso la seconda e la terza periferia (e si torna al punto sopra).

A risolvere la mobilità non può essere un’azienda che costruisce automobili, sarà un’azienda che non c’era prima o che faceva altro. Big Bang Disruption di Larry Downes e Paul F. Nunez racconta uno scenario molto affascinante in cui si spiegano le recenti “vere” riviluzioni di servizi, prodotti e interi mercati, e spiegano molto bene il perché queste avvengano quasi sempre dall’esterno e mai dall’interno. Questo modello è applicabile soprattutto a mercati con basse barriere all’ingresso e grande capacità di innovazione tecnologica intrinseca, ma io mi aspetto che anche in un mercato così statico, oneroso e presidiato (in alcuni case dalle stesse famiglie di 200 anni fa) come l’automotive, accadrà qualcosa di simile.
Tornando alla Tesla 3: probabilmente sarà la mia prima auto quando tra qualche anno mi deciderò a comprare una (al momento vivendo a Milano piedi, bici, mezzi, moto e car sharing bastano e avanzano), ma no, non vendetela per la rivoluzione che non è.