Nessuno li può giudicare

Di come le opportunità della Rete si impantanino nel complesso di superiorità

“Si pregano i gentili clienti di non scrivere su Tripadvisor alcuna recensione del nostro locale, dato che il servizio è totalmente inaffidabile.”

L’ho vista coi miei occhi. Fidati. Qualche mese fa. Appesa alla parete di un noto ristorante dell’alto Nord. Target medio-alto, cucina di tradizione, un buon nome. Ma io non ci torno. Se la Tamaro a pagina quattro scrivesse: Evitate di postare commenti sul mio libro, tanto siete degli analfabeti, tu continueresti a leggerlo, il suo libro? Se Nanni Moretti nei titoli di coda ti invitasse a non fare alcun commento sul suo ultimo film, ché tanto capisci di cinema quanto lui di astrofisica, torneresti a vedere i suoi lavori? Io no; manco morto. E non è solo una questione di educazione. Qui si va oltre. Si sconfina, si valicano frontiere inimmaginabili. Si giunge nel molle, paludoso, appiccicaticcio terreno del narcisismo, laddove l’opportunità si impantana nel complesso di superiorità, laddove la superbia regna incontrastata, laddove inquietanti repliche del Marchese del Grillo, miniaturizzate ma non troppo, trascorrono le loro giornate ricordando all’avverso mondo che loro son loro e gli altri son nulla.

È un luogo, quello, nel quale vivono molti ristoratori italiani. Non tutti, grazie al cielo. Ma tanti, troppi. Ci vivono quelli che loro sì che sanno fare il loro mestiere, quelli che se vuoi mangiare bene è da loro che devi andare e se non lo capisci è perché non ci arrivi, è perché hai un problema. Altro che Houston. Quelli che se ti lamenti di loro su Tripadvisor è perché non hai capito niente. Quelli che Tripadvisor è il male. Quelli che prima di farti scrivere, Tripadvisor dovrebbe chiederti la ricevuta fiscale. Quelli che le recensioni sono pagate, sono artefatte, sono scritte dai concorrenti. Quelli che l’anonimato non dovrebbe essere consentito, così magari se scrivi che il fritto faceva schifo possono — invece di cambiare l’olio — querelarti, chiederti i danni; quando a chiederli, i danni, per quel che ti hanno fatto mangiare, dovresti essere tu.

Non si rendono conto della meravigliosa opportunità che la Rete offre loro. Non ci arrivano. E non ti riesce nemmeno di spiegarglielo; non ascoltano. Tirano dritto. Sino al burrone. Sì, sino al burrone; perché se non hai ancora compreso che l’era del broadcasting enogastronomico è finita, l’era dell’io-ti-do-da-mangiare-tu-mangia-paga-e-sta’-zitto è in archivio da tempo, in archivio ci finisci presto anche tu. E se ci finisci è perché te lo meriti. Te lo meriti perché i tuoi clienti, anziché scoraggiarli dallo scrivere di te, li dovresti incentivare, dovresti iniziare ad ascoltarli, a dialogare con loro, a ringraziarli per quel che ti hanno scritto, per come ti hanno fornito suggerimenti, per come sono riusciti a farti capire che il verde pisello delle tue pareti fa schifo quasi quanto la spigola che hai servito loro il venerdì di Pasqua, che il bagno dovresti pulirlo non solo a Natale e a Ferragosto e che per cambiare l’olio del fritto non dovresti attendere l’arrivo della Befana.

Hai un consulente composito, eterogeneo, pronto a segnalarti ogni difetto, ogni margine di miglioramento. Lavora gratis per te. Ingaggiarne uno ti costerebbe il sangue. E tu che fai? Lo lasci a casa e, idiozia delle idiozie, lo inviti a lavorare per gli altri. Amico mio: l’orgoglio è prima della rovina. Non lo dico io; lo hanno messo per iscritto secoli fa. Secoli passati invano. Per molti, par di capire.

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