Social TV: non abbiamo capito (quasi) un ca**o

L’altra sera ho guardato The Voice of Italy; non era la prima volta (anche se non posso dire di essere un affezionato).
Era invece la prima volta che lo guardavo con, a fianco, la timeline di Twitter sintonizzata sull’hashtag ufficiale: #tvoi.
Ho provato a “godermela di più”, a fare più il second screener che l’osservatore; nulla da fare: ho osservato degli aspetti ch desidero condividere e che, sotto forma di appunti, spiegano questo articolo.

Di seguito:

  • il volume di tweet generato, visto dal vivo, è incredibile. Un conto è leggerli da un comunicato stampa, un altro è vedere gli aggiornamenti della timeline. Non semplice, a tratti, starci dietro;
  • la qualità dei tweet è sotto zero, peggio, da vergogna. Al netto di talentuosi comici mancati (far ridere in 140 caratteri, se non sei un romano, è cazzutissima!) è emerso il peggio: razzismo, ignoranza, offese/prese per il cu*o gratuite, saccenteria (tutti esperti di musica quella sera). Insomma, ahimè, un sacco di gente frustrata che non c’ha un ca**o da fare;
  • i VIP (parlo nella fattispecie di J-Ax, ex Articolo31 per quelli della mia generazione) sono degli accentratori mostruosi di conversazioni (e reazioni)(indizio: guardare RT e favourite);
  • non tutti i VIP sanno usare Twitter ma quelli che lo fanno sembrano divertirsi e sembrano aver capito perfettamente l’ambiente;
  • la trasmissione sembra maggiormente orientata a creare buzz diffondendo i contenuti anche su Twitter (e online, in generale). Lo trovo inutile. E la storia delle KPI, degli indici per vendere più cari gli spazi pubblicitari non regge poiché nei tweet non c’è spazio per il product placement;
  • poche trasmissioni hanno colto, dal mio punto di vista, il valore aggiunto della social tv: i cari vecchi user generated content (ci sono delle tweet-perle lì fuori). The Voice of Italy c’ha provato stampando a video alcun tweet (filtrati, giustamente) ma è un lavoraccio (di monitoring) e non hanno osato troppo. Il premio, da questo punto di vista, va indiscutibilmente a Gazebo;
  • sempre nell’ottica di attingere dallo stream di tweet e, in generale, dal fatto che ci sono migliaia e migliaia di italiani con lo smartphone in mano, secondo me la trasmissione si è fatta sfuggire l’ipotesi di far votare via Twitter (social network). È un pizzico più complesso ma fattibile e sicuramente più ficoso dell’SMS o della telefonata (costosissimi!);
  • chi ne guadagna, in questo caso, è il giudice/VIP: visibilità già alta che con la trasmissione ed i social schizza alle stelle (se poi ci sai pure stare nel social…bingo!). Guarda caso J-Ax è uscito con il disco nuovo e Francesco Facchinetti si è messo a vendere smartphone;
  • la social tv, che è Twitter (e null’altro), è una bella opportunità, per l’utente finale, di networking. #serendipity

Per le aziende.
Per le aziende è un casino perché i mercati sono conversazioni #cit ma qui le conversazioni fanno venire i brividi; non puoi neanche approcciare lateralmente affermando che il target di The Voice of Italy sia appassionato di musica (o che quello di Masterchef sia appassionato di cucina e de L’Isola dei Famosi sia appassionato di … — non mi viene nulla). Il livello è prossimo al gossip: contenuti zero, valore men che meno.
Insomma, sia a livello pubblicitario che contenutistico, per l’azienda è uno scenario davvero complesso da presenziare; parlare poi di ritorno, in qualsiasi forma, è troppo prematuro.

Arrivo dunque al titolo:

  • le conversazioni fanno schifo (ci si sfoga prendendo in giro gli altri; che in quel momento, tra l’altro, non possono rispondere — vedi i concorrenti) e non c’è molto da studiare/analizzare;
  • per le aziende non c’è spazio o è incredibilmente difficile ricavarselo;
  • le emittenti, non so per quale ragione (o forse la so), procedono con il freno a mano tirato e non stanno cogliendo bellissime opportunità offerte dal fenomeno della social tv (Gazebo a parte).

Ecco. ☺

Link all’articolo originale: http://marcoziero.it/social-tv-analisi-puntata-the-voice-of-italy/