Colli, Twingo e colori: parentesi toscana

Negli ultimi tempi, sento di essere stata assalita da una pigrizia che ha colpito in modo particolare quel mio lato che, in modo un po’ grossolano, usavo definire “intellettuale”.
Scrivevo e leggevo molto, parlavo e discutevo, riuscivo a identificarmi in una posizione rispetto a certi argomenti e poi, magari, cambiarla pure. Ora, mi sembra che il mio cervello abbia perso l’allenamento al pensiero. Alla vivacità del confronto intellettuale, allo stimolo di qualche scambio acceso. Non sto qui a elencare i vari fattori che credo siano entrati in gioco fino a condurmi a questa atrofia della mente, ma decido di ripartire da ciò che da sempre amo fare di più al mondo: scrivere, raccontare, trasmettere (spero!).

In fuga

Quello per il Nord è un amore controverso, che talvolta esibisce con sadica costanza i suoi lati peggiori. Monocromia. Mono-espresssione. Mono-temperatura. Monotonia. 
La convivenza si trasforma in una presa di coscienza di tutti i sacrifici che noi, esiliati del Sud, operiamo affinché questo equilibrio rimanga tale. Mi spiego: l’equilibrio non è cosa da poco, qui: la conquista delle premesse fondamentali per vivere una vita ben al di sopra del limite di sopravvivenza. 
E lasciando la parola alla gratitudine, urlerebbe di gioia per quelle cose portate in tasca prima di andare a dormire. 
Parlo di un Nord che si chiama Berlino e di un Sud che, nel mio caso, si chiama Italia (anche se del Nord, ma questa è un’altra storia). 
Per quanto la conquista di una quotidianità stabile sia già di per sé una grande vittoria, a volte mi ritrovo a desiderare piccole cose che non si possono comprare, né ricreare, né dimenticare. Cose di cui non riesco smettere di sentire la mancanza, che hanno segnato le stagioni della mia crescita e sono diventate parte del mio immaginario di spazio e di tempo: il nuovo sole di fine marzo, l’odore del mare nei giorni d’umidità. I fiori contro un cielo azzurro denso, la soddisfazione di sentire il calore ringiovanirsi dalla terra. Sferzare l’aria con un olfatto che si sveglia, a ogni sapore riconoscerne l’origine. I colori che si allungano da una parte all’altra del paesaggio. 
Così, cercando di rincorrere la primavera in arrivo, abbiamo programmato una breve parentesi toscana, dove sapevo avrei trovato un concentrato di desideri da esaudire.

I momenti

Arrivare a Firenze da Berlino può essere impegnativo. Ma al pensiero di un sole italiano contro il verde dei colli attorni, la stanchezza non ha più peso, lo stress svanisce. Per raggiungere il centro prendiamo un autobus che sfreccia senza alcuna grazia fra le vie deserte di Firenze e ci lascia alla stazione di Santa Maria Novella. Lì vicino c’è un B&B in cui trascorreremo la prima notte, per poi rimetterci in viaggio verso i paesini del Chianti.
Dormiamo poco, c’è un viavai continuo, siamo almeno tre coppie, ognuna in una stanza di quello che un tempo doveva essere un appartamento unico. Il campanello squilla, la porta principale si apre in continuazione, si sente l’acqua della doccia nelle stanze adiacenti. Poi al mattino però la proprietaria ci porta la colazione in camera. Ha un sorriso tranquillo, il viso di un colore che ha assorbito tanto sole. La voce ospitale, piena di semplicità. Penso che questo approccio pieno di naturalezza e cortesia ha qualcosa di tipicamente italiano, a cui non sono più abituata e mi stupisce positivamente. Anche se l’esperienza in questo alloggio non è stata delle migliori, la gentilezza della proprietaria fa sparire ogni titubanza.

Dopo questa colazione, lasciamo la nostra stanza e ci addentriamo fra le vie trafficate di un venerdì mattina fiorentino, alla ricerca della concessionaria. Prima di partire abbiamo noleggiato una piccola macchina per spostarci fuori Firenze, immaginando di navigare fra le strade fuori città, verso i borghi nascosti nei colli senesi. 
Abbiamo ritirato una Twingo azzurrina che è diventata subito la nostra fedele compagna di viaggio. Uscite da Firenze, dai raccordi di periferia, senza avere idea di quale fosse effettivamente la strada migliore, abbiamo seguito l’uscita per Empoli e con il sole in faccia, finestrini lievemente abbassati, radio in sottofondo siamo partite sfrecciando in direzione di San Gimignano, godendo quasi subito dell’incredibile paesaggio attorno a noi.

Guidare in mezzo al sole, senza fretta, sentendo la cauta velocità fra il volante e il motore, canticchiando le canzoni italiane che passano alla radio quasi a volerci riproporre il repertorio della nostra adolescenza, ritrovare un’originaria familiarità con il contesto attorno, anche solo nelle targhe, nei cartelli stradali, nella voce degli speaker radiofonici. Sentire che l’abitacolo si scalda in battuta di sole, il profumo dell’erba nuova o appena tagliata, della strada, dell’atmosfera più calda. I colori accesi che ci guardano, quasi impossibile rimanere concentrati sulla guida. Non riesco a smettere di sorridere, sentendo un bene profondo che mi formicola dallo stomaco alla pelle, dagli alluci al cuore, mentre provo la prima sensazione di desideri esauditi, di scenari attesi e nel profondo da tanto cercati. Sono istanti banali, che traducono senza parole la mia idea di libertà. Un fascio di luce che attraversa la fronte, mentre la Twingo scorre e ci immerge da un momento all’altro nell’idilio dei colli fra Empoli e Volterra. Forme rotonde e prati indisturbati, la macchina sale e scende, si accoccola lungo i tornanti, sui quali si affacciano di tanto in tanto case contadine o greggi di pecore. In questa favola di luce e forme, arriviamo a Volterra, la nostra prima destinazione. Penso a quanto sia bella l’Italia, questa Italia di scorci inimitabili. Di quanto per un istante, anche se visito la Toscana per la prima volta, mi senta a casa, in uno sfondo che sembra far parte di quel mio lato più originario, come se ritrovassi un lato di me, uno nascosto, silenzioso, che qui emerge, identificandosi nel messaggio più intimo delle cose che sono attorno. Un luogo che si incastra con i miei echi remoti, quelli che riconoscono una cultura, l’origine, la familiarità con ciò che sta attorno.

Per arrivare a Volterra, ci arrampichiamo con la Twingo lungo una strada di tornanti in salita sempre più ripida, finché riusciamo a trovare un posto dove far riposare il nostro bolide. Finalmente è arrivato il momento di respirare questo sole, sgranchire le gambe e lasciarle godere del calore dell’aria. Gli occhi fanno fatica ad abituarsi alla luce, cercano i punti più panoramici al di là delle case e il verde di quei colli che abbiamo scorto dal finestrino mentre ci addentravamo nel centro della cittadina. Oltrepassiamo le mura e ci ritroviamo calate in una dimensione nuova, dalle stradine in pietra, strette che sembra quasi le case si tocchino. Gli scuolabus lottano con le strade in salita e riportano gruppetti di bambini sulla porta di casa. A tratti le file di case si interrompono e lasciano spazio a scorci di paesaggio che suggeriscono una visuale mozzafiato. Ci inerpichiamo curiose alla ricerca di angoli tipici, ma c’è l’imbarazzo della scelta. Iniziamo ad avere fame, questo sole ci mette appetito. Abbandoniamo l’idea di un ristorante classico, perché il panino o il tagliere vanno per la maggiore. Sono cantine eleganti, straripanti di prodotti toscani (salami e pecorini), bottiglie di vino a prezzi da non crederci (ovviamente molto economici rispetto a Berlino). Alla fine veniamo attratte da un botteghino all’angolo di un vialetto ombroso.

Qui lasciamo finalmente il palato realizzare i desideri del gusto: pane toscano con lampredotto (interiora di mucca) per me, con pecorino e capocollo per Laura. Un’Ichnusa per rinfrescarci e poi andiamo a riempire lo stomaco sedute sotto una chiesetta, su una panca in pietra, abbracciate da un sole di cui finalmente riusciamo a sentire il calore.

In giro ci sono pochi turisti, qualche persona del posto che si gode il prefestivo e le scolaresche in gita. Respiriamo la quiete, il tempo scorre lento, senza scadenze. Ci rilassiamo in mezzo alla luce, alla squisita semplicità del nostro pranzo. All’idea che senza fretta ci rimetteremo in viaggio verso San Gimignano, dove ci aspetterà una vista sempre più bella, sempre più verde. 
Con la voglia di un caffè e un gelato, salutiamo Volterra abbarbicandoci sul suo punto panoramico, dove ci sembra che il cielo sia vicinissimo e l’orizzonte facile da toccare.

San Gimignano, Località Sant’Andrea, Agriturismo Mormoraia

La nostra destinazione finale del venerdì è San Gimignano, esattamente la Località Sant’Andrea, dove abbiamo prenotato due notte in un agriturismo che le foto in anteprima su booking ci descrivono come un piccolo paradiso immerso nella bellezza di ulivi e vigneti. 
Dopo poco più di trenta minuti, arriviamo alle porte di San Gimignano, sbirciando oltre le mura per cercare qualcosa di caratteristico del borgo che, con tutta calma, visiteremo domani. 
Superata San Gimignano, scopriamo che la Località Sant’Andrea è davvero un perimetro di terra riconoscibile a vista d’occhio, costellata di pareti collinari estese, che formano profili di una morbidezza stupefacente oltre la linea dell’orizzonte. Un piccolo cartello ci indica di seguire la strada sterrata in mezzo ai vigneti verso l’agrturismo. Lasciandoci alle spalle la strada principale, precipitiamo in una nicchia di quiete ed eleganza che sembra aver preso forma direttamente dalla nostra più ottimistica immaginazione. Non c’è più nulla, se non una dispersione del paesaggio in salite e discese, colli verdi a vista, il rumore dei campanacci delle capre, due casolari che spuntano dalla cima degli avvallamenti. E’ il caso in cui il risultato è al di sopra di qualsiasi aspettativa.

Non ci sono più rumori di treni, di metropolitane, di macchine, di tram. Non c’è nessuno che corre, che parla, che grida, che telefona, che canta, che suona, che farfuglia. Ci siamo lasciate definitivamente alle spalle il cemento, il grigio, l’umido, la frenesia della città. Il meteo monotono, le nuvole basse, il colore dei palazzi, dei ponti in ferro, le strade larghe e grigie. L’odore di fritto, la resistenza al freddo, al vento. La rigidità del ritmo quotidiano. Abbiamo la distensione, la lentezza. I colori vivi della natura attorno, il calore di un sole tiepido, primaverile. La bellezza. I sapori. Il silenzio, i versi e i movimenti degli animali. Le ore scorrono senza dover essere segnate, osservate, seguite. Siamo in un nuovo mondo. Un nuovo modo. L’aria ha un gusto diverso, sa di primavera. Si sente la stagione che detta un tempo riscoperto.

Dalla stanza vediamo questo:

Il lavoro, la carriera, le ambizioni, il futuro, l’oppressione delle dinamiche quotidiane, lo stress di persone, mezzi di trasporti, l’angoscia di un colore sempre identico, del freddo, della piogga non esistono più. 
Mentre Laura si riposa un po’ (non abbiamo dormito quasi per niente a Firenze e siamo in moto da un po’ di ore), non riesco a non uscire per catturare quanto più sole e luce e paesaggio ci sia al di là della stanza. L’agriturismo Mormoraia possiede centinaia di ettari di terreno tutto attorno ai casolari, accessibili attraverso sentieri tracciati fra vigne e ulivi. Mi calo lungo la discesa di una collina. Sono in mezzo a terra e cielo, nient’altro. Mi siedo a terra e sento il contatto con l’aria e un cielo più ampio sopra di me. Lascio che lo sguardo si perda. Non si deve scontrare con nessun palazzo, nessun elemento umano, urbano. C’è spazio per guardare molto lontano. In mezzo agli ulivi vedo due caprioli che si spostano allarmati dalla mia presenza. Penso alla contraddizione di vivere cercando sempre qualcosa di diverso rispetto a ciò che si ha. A quanto, in questo esatto istante di comunione fra anima e natura, mi sembrano diverse e stridenti le mie necessità rispetto a qualche anno fa. Mi rattristo sapendomi in contraddizione con le cose desiderate e cercate e ottenute allora e la gioia di averle, per qualche giorno, alle spalle. Mi chiedo se sia normale. Se sia semplicemente la vita a essere così, un gioco di rimbalzi fra contrasti e desideri che cambiano velocemente.

Per concludere la giornata ci concediamo un aperitivo all’agriturismo e una cena a San Gimignano. 
Un bicchiere di Chianti (rosso), che a stomaco ormai di nuovo vuoto ci arriva dritto al cervello, approfittando della nostra stanchezza. Ci lasciamo sorprendere dal prezzo di questo aperitivo all’insegna della qualità e un po’ incerte sulla nostra sobrietà, prendiamo la Twingo e andiamo verso San Gimignano, che troviamo avvolta da una suggestiva luce crepuscolare, poco affollata e ricca di porte aperte a cui accedere per una cena in stile toscano. 
Facendoci guidare dal caso e dall’istinto, atterriamo in una risto macelleria quasi alla porta opposta della città, affacciata su una delle piazze, dai lati costellati di osterie e botteghe locali. 
Ci facciamo coccolare dai ragazzi della macelleria che, dopo il prosecco di benvenuto, ci consigliano le migliori scelte del loro menù (semplice, pochi piatti e di ottima qualità). Optiamo per un tagliere misto di salumi e formaggi toscani, un po’ nel dubbio di aver ordinato troppo poco. Al suo arrivo, invece scopriamo di non aver fatto i conti con le quantità toscane e rimaniamo positivamente sorprese dalla dimensione della nostra scelta.

Rientriamo alla Mormoraia con una stanchezza buona, che sa di pienezza, soddisfazione e relax. Addormentarsi in mezzo a questa atmosfera bucolica, sentendo solo i rumori della natura di notte è stata una terapia per l’anima, superata per poco soltanto dall’altrettanta magia del risveglio, con il sorgere del sole oltre la cantina dell’agriturismo, fra i cipressi e la stradina di ciottoli verso il recinto degli animali. Vedere il fascio di luce accarezzare la porta della stanza, spostare la tenda per scoprire il verde della natura al mattino, sapere che la giornata è solo all’inizio e potrà solo che continuare allo stesso ritmo e allo stesso modo lascia che il cuore rallenti i battiti, la mente si stacchi dalle impellenze della quotidianità e persino i muscoli, quelli abituati allo stress, si arrendano alla carezza di questo nuovo scenario. 
La colazione è un buffet di prodotti locali, con bruschette, torte fatte in casa e una vista che distrae lo stomaco e tiene la mano a mezz’aria, con il caffè in mano a raffreddarsi. Mi verrebbe voglia di fermare il tempo e restare impressa in questo quadretto, fra una colazione spensierata e l’ambiente circostante. La giornata è soleggiata, non c’è una nuvola. Si sente l’aria fresca pronta a intiepidirsi fino a scaldarsi sotto i raggi di un sole primaverile già vigoroso. Solo l’idea di una San Gimignano immersa nei colori ci spinge a riprendere la macchina e iniziare la nostra seconda visita alla cittadina.

Ci perdiamo fra le stradine, abbandonando le vie principali e intrufolandoci fra quelle più basse. San Gimignano è intatta, si percepisce l’intimità delle porte di casa, con piante e fiori sulla soglia. Qualche vecchietta seduta appena fuori dalla porta a prendere il sole, indisturbata e non sorpresa dalla presenza di turisti occasionali. Nei giardini della parte alta, una coppia è distesa in mezzo agli ulivi con una coperta per picnic e un po’ di formaggio ancora incartato. Il sole picchia, non siamo abituate alla sua presenza così costante. Ci ripariamo sulla parte basse, fra le stradine più nascoste a ridosso delle mura. Proprio in mezzo a quest’ultime, capitiamo in una vecchia stalla adibita a cantina, dove l’offerta per il pranzo non è altro che dei panini con pecorino, salame e finocchiona, la vernaccia di San Gimignano e un simpatico proprietario che ci racconta la vita di questo borgo, capace di ospitare fino a tre milioni di turisti nella stagione estiva. La chiacchiera è facile, come la vernaccia che scorre senza infastidire lo stomaco e ci fa digerire la combinazione fra il pane toscano senza sale e il gusto forte del pecorino.

Scegliamo di rientrare a Sant’Andrea, per qualche ora di relax. Per cena forse rientreremo a San Gimignano o ci fermeremo in agriturismo, ci concediamo il lusso di non decidere se non all’ultimo momento. Rientrare alla Mormoraia si trasforma in una scelta strategica, due ore di puro lusso e felicità. A bordo piscina fa caldo, ci stendiamo sulle sdraio con vista colli, l’asinello raglia in lontananza e un ragazzo di colore con un italiano perfetto ci tratta come principesse, portandoci da bere con un sorriso pieno di vita. Sono due ore piene di tutte quelle cose che immagino di poter avere nei momenti più stanchi della vita berlinese. Il sole, il tempo. I colori. L’acqua fra le dita. Il calore, il verde. I sapori della cena già fra le papille gustative. E’ un attimo, ma vorrei che si fermasse o almeno durasse ancora, anche solo un giorno in più. Una parentesi di piacere per l’anima e non solo. Passeggio fino al recinto dell’asinello, lo saluto, mi assale un senso di panico all’idea che manca poco al congedo da questo quadretto di bellezza e semplicità. Mi faccio coraggio, anche se l’anima resiste e si oppone alla necessità di andare domani già via da qui.

L’ultima sera a San Gimignano scegliamo un ristorante per soddisfare la curiosità di assaggiare la vera fiorentina. “La Mandragola” è su una stradina nella parte alta, con gli interni molto semplici e un menù che fa venir voglia di ordinare tutti i piatti. Descrivere la qualità del cibo, del servizio e il rapporto con il prezzo a fine cena è difficile: dire che sia stato ottimo o eccellente non mi permette di raccontare il piacere di sedere a tavola, sbirciando un tramonto dai colori quasi dimenticati oltre la finestra della cucina del ristorante, sorseggiando un vino in cui si distinguono i singoli chicchi d’uva, lasciando che il gusto di una carne scelta, cotta alla perfezione avvolga il palato, che spera di non dimenticarsi troppo in fretta la sensazione dei gusti. E’ una pienezza di cose belle, di piccole gioie che solo un luogo pittoresco come questo può dare. A malincuore rientriamo a Sant’Andrea, cercando di prepararci psicologicamente a salutare uno dei luoghi più belli finora visitati.

Firenze veloce, Firenze vivace

L’ingresso a Firenze nella domenica delle palme, a ora di pranzo, invasa dal traffico e da una tristemente ritrovata frenesia da città, ci sembra il risveglio brusco da un bel sogno. Cercando di riabituarci ai ritmi urbani, riconsegnamo a malincuore la nostra Twingo, separandoci dal primo pezzetto della nostra vacanza. 
Un autbus affollato ci preannuncia il caos turistico del centro di Firenze, che visitato con valigie appresso non è così semplice da attraversare. Per quanto entusiaste di vedere gli scorci di questa città d’arte a cielo aperto, calarsi fra le strade, le macchine e la moltitudine di turisti ci fa l’effetto di uno strattone ai nervi e all’anima. Nonostante il vortice di volti, gruppi, gelaterie, selfies, taxi che cercano di farsi spazio fra le stradine, riusciamo ad attraversare Piazza della Signoria, il corso a ridosso degli Uffizi, toccare il lungo Arno, fino a Ponte Vecchio, Palazzo Pitti, costeggiando l’ingresso laterale del Giardino dei Boboli fino alla porta di Piazza Romana. Qui, un po’ stordite, un po’ stanche, un po’ affascinate, prendiamo un taxi e arriviamo al nostro B&B di destinazione, a Firenze Campo di Marte.

Il giorno dopo riusciamo a rilassarci e vedere Firenze con più calma, lasciando le valigie al deposito bagagli della stazione. Abbiamo ancora la mattina a disposizione e così ci incanaliamo fra le strade del giorno prima, psicologicamente più preparate alla presenza in massa di visitatori e turisti. C’è un sole che illumina gli angoli delle piazze e dei monumenti, l’Arno scorre pacifico mentre lo costeggiamo, diventando già silenziose e malinconiche all’idea di riprendere la strada verso il Nord. Ci fermiamo in un’osteria poco fuori da Piazza Duomo, gustandoci la tipica schiacciata fiorentina e uno spritz aperol, baciate da una giornata di esplosiva primavera.

Con questi sorrisi è il momento di concludere la nostra parentesi toscana. Prendiamo la strada per l’aeroporto, affollata e già lontana dalle bellezze di cui abbiamo goduto con così tanta spontaneità negli ultimi tre giorni.

Aspettando l’imbarco per il primo volo, direzione Monaco, rifletto sulla bellezza, sul calore, sul valore di una dimensione spazio temporale dove il ritmo è lento, umano. Dettato dall’incidere delle stagioni che definiscono i contorni di ogni tempo, dilatandolo, rendendolo autentico, originario. Ripenso ai colori e alla luce dei prati all’agriturismo Mormoraia, ai riflessi del sole sulle strade ciottolate. Il calore dei sorrisi delle persone che abbiamo incontrato, la semplicità di restare seduti, facendosi avvolgere dalla bellezza naturale del paesaggio attorno. Lasciando che le labbra sentano il gusto del vino, il palato quello di un pasto semplice ma gustoso. Il potere di un cielo azzurro, la semplicità con cui il sole può rendere felici, inondando l’aria di profumi nuovi. Tante domande sulla propria vita, lo stile che la percorre, le scelte fatte, i compromessi che queste a volte comportano. L’esigenza di ritornare più vicini a una dimensione umana, naturale, rurale, semplice. Comprendere che la vita stessa è riuscire a convivere con i propri compromessi che, seppur fatti di controversie, sanno regalare del bello e del buono in ogni loro parte. E che i sacrifici rendono poi questi momenti così incredibilmente preziosi, piacevoli. Fondamentali.

Il nostro aereo parte scivolando lungo la pista, staccandosi da terra, riportandoci a casa, lasciando che questo miscuglio di sentimenti, ricordi, sensazioni e malinconie lontane si disperda fra le nuvole aggrovigliate.

Ciao dolce Toscana, a presto.

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