PICCOLA STORIA IGNOBILE

Questa piccola storia ha a che fare con il razzismo, la credulità, la paura indotta dello straniero, il potere dei social, le politiche dell’informazione. 
Sono le ore 8.00 di mattina, e mi trovo, mio malgrado, in una struttura sanitaria pubblica in attesa di una visita specialistica. Arriva una dottoressa alta, distinta, già avanti con l’età, che conserva nel volto e nel portamento i segni di una giovanile bellezza. 
Saluta e mi chiede di attenderla.
Dopo qualche minuto esce dalla stanza con uno smartphone in mano e con voce accorata mi dice:-Non può immaginare cosa sia successo?-
La guardo, mi avvicino preoccupata e le chiedo spiegazioni.
Mi racconta che ha appena saputo che davanti ad una scuola due “nere” hanno cercato di sottrarre un bambino ad una nonna. Le chiedo come ne è venuta a conoscenza. Mi risponde che lo ha sentito in un messaggio vocale su WhatsApp e me lo fa ascoltare. Una voce femminile racconta questa storia con voce “falsamente” spaventata, ripete più volte “state attente” e dice “ho ancora i brividi”. Mi colpisce il fatto che anche la dottoressa esordendo nella conversazione con me aveva detto esattamente la stessa frase “ho i brividi”.

Il messaggio vocale è accompagnato dalla trascrizione del testo. Non c’è nessuna indicazione di data e luogo dell’accaduto (città, scuola, ora), il messaggio proviene da un numero che la dottoressa non riconosce. 
Con cautela le faccio notare queste cose e provo a farle pensare che potrebbe essere stato costruito ad arte, che potrebbe trattarsi solo di uno “scherzo idiota”. Non si sa chi lo invia, non ci sono indicazioni che possano collocarlo nello spazio e nel tempo e inoltre c’è quella trascrizione parola per parola del messaggio vocale che appare sospetta, io non scrivo il testo del messaggio vocale che invio, lei le chiedo se lo fa. 
Mi guarda attonita, immagino stia riflettendo, poi mi dice:-Ma non ha sentito? Dice di “ avere ancora i brividi”.-
E niente, i “brividi” esercitano un potere sul raziocinio totale ed assoluto.
Nessun ragionamento, nessuna analisi, potrà mai estirpare dal corpo della dottoressa i “brividi” che ha provato nell’ascoltare quel messaggio vocale di una voce sconosciuta.
Suscitare allarme sociale è facilissimo, ancor più facile in quest’epoca in cui chiunque può raggiungere facilmente migliaia di persone e veicolare contenuti di ogni tipo. L’episodio mette in evidenza anche altro, per esempio il fatto che neanche un livello di istruzione alto consenta di valutare correttamente il tipo di informazione che si riceve, né tantomeno è garanzia per questo l’esperienza e l’età. 
E’ evidente che in quella donna albergavano sentimenti razzisti che hanno spalancato le porte a quel messaggio, come è evidente che non fosse in grado di analizzare in maniera razionale ciò che aveva ascoltato, perché quel messaggio e il suo contenuto in realtà le piaceva, rispondeva perfettamente alla sua esigenza di sentirsi a proprio agio con le sue convinzioni: le “nere” sono cattive perché rubano i bambini.
Come siamo arrivati a tutto ciò? La risposta è semplice, ci siamo arrivati in decenni di informazione “di regime” truccata, con tre canali di televisione pubblica e di Stato, ai quali si sono poi aggiunti quelli privati, che ogni giorno pervicacemente hanno scelto di disinformare i cittadini, di raccontare i fenomeni senza quasi mai offrirne chiavi di letture plurime, silenziando tutte le voci non allineate. Ci siamo arrivati con il bombardamento quotidiano nei TG, nei programmi di approfondimento politico di posizioni espresse da fomentatori di ogni tipo, mestatori del torbido, pseudo-politici capaci solo di vomitare odio condito da sciocchezze e falsità di ogni tipo, ci siamo arrivati con i magistrati che esternano le proprie personali ossessioni per tre giorni di visibilità mediatica, ci siamo arrivati con una stampa che partecipa da schieramenti opposti, coperta ed allineata, a questo miserabile dibattito.
I social hanno solo messo in evidenza tutto questo, sono in qualche maniera il feedback di tutto ciò che negli ultimi decenni è stata l’informazione in Italia.
 Quello gli avete dato e questo gli Italiani restituiscono, merda a merda.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.