Pescare illegale: il bracconaggio nei fiumi e nei laghi italiani

Sono i predoni delle acque dolci, provengono dall’est e stanno mettendo a rischio la fauna di Po e Tevere…ma non solo

di Maria Teresa Santaguida

Foto: Roberto Ripamonti. Carpe e siluri pescati sequestrati dopo una battuta di pesca di frodo

Il comandante Claudio Castagnoli sorride: “Oggi abbiamo ridato la libertà ad un animale. Mi sento felice”. Con gli occhi di un bambino e le mani delicate accompagna il pesce fino a quando quello, con un guizzo, riconquista la sua acqua. Si tratta di una carpa, un pesce che fino a qualche secondo prima si dimenava in una rete illegale ed era destinato a finire in un mercato illegale.

La pesca di frodo in Italia sta assumendo le proporzioni di un disastro ambientale: “Se proseguono di questo passo, non ci sarà più fauna ittica” continua Castagnoli. Lui è il guardiano di questo tratto di Po, il delta della zona del Ferrarese, e a lui è stato affidato l’incarico di combattere i grandi predoni del fiume. Più che un incarico, una missione: “Stiamo cercando di riportare la legalità ma non abbiamo forze: loro sono in tanti e agiscono di notte, spesso quando arriviamo troviamo solo le reti e il danno è già fatto”.

Chi sono i pescatori di frodo

Mappa della laguna e del delta del Danubio

La storia in questo caso comincia dalla fine, anzi dalla foce: quella del Danubio, in Romania, ovvero il punto dove il più grande fiume europeo si getta nel Mar Nero. Dalla zona di Tulcea, una popolazione minoritaria di etnia russa, i Lipoveni, dedita per tradizione alla pesca d’acqua dolce, è stata costretta ad emigrare. Il governo rumeno in accordo con l’autorità per la tutela del parco naturale del delta del fiume blu ha tentato di limitare la pesca intensiva delle specie che costituiscono l’ecosistema Danubio-Mar Nero, messo seriamente in pericolo dalle modalità a strascico o ad elettrostordimento adoperate da questo gruppo di pescatori. Un’attività, quella dei Lipoveni, che da fonte di sostentamento tradizionale era diventata un business in grado di impoverire un’area naturale diventata nel frattempo patrimonio Unesco.

Mappa del delta del Po

Ma in Europa c’è un’altra zona simile naturalisticamente a quella del delta del Danubio, altrettanto ricca di pesce e molto meno controllata. Quell’area si trova in Italia ed è il delta del Po.

I Lipoveni hanno cominciato a trasferirsi in massa in Italia una decina d’anni fa, con la classica modalità dell’emigrante: richiamando a poco a poco le proprie famiglie e altri lavoratori. La loro occupazione rimane la pesca, che praticano con le stesse tecniche intensive importate dalla madrepatria e senza interesse nei confronti dell’ecosistema. Grosse reti dalle maglie strette, lasciate per ore, di notte, a riempirsi di animali di grossa taglia, per poi essere tirate su, quando sono così piene da scoppiare. Chili e chili di pescato prelevato per essere venduto in Romania aggirando i controlli. Quella stessa Romania da cui i Lipoveni sono scappati.

Foto di una battuta di pesca illegale, sequestrate dalla polizia su Facebook

La lotta per la padronanza del fiume, prima che con le autorità è con i pescatori sportivi, che da anni denunciano il fenomeno: “Non hanno rispetto per gli ecosistemi e impoveriscono le acque: a questi livelli di intensità i nostri fiumi possono resistere al massimo altri cinque anni. Poi non ci sarà più fauna” denuncia Roberto Ripamonti, fondatore in Italia del movimento del Carpfishing (la pesca sportiva delle carpe giganti) ed esperto di tutto ciò che riguarda la fauna ittica. Chi, come lui, pratica questo come sport ha però l’unico scopo di fare una foto della propria caccia, per poi riadagiare il grosso animale nel suo habitat.

Una carpa pescata per essere poi rilasciata (Foto: Roberto Ripamonti)

Lo stesso movimento fatto dal comandante Castagnoli, quando, dall’imbarcazione della polizia provinciale di Ferrara, è riuscito a ridare la libertà alla sua carpa, liberandola con un coltello dalle maglie che la costringevano e parlando con lei come fosse un essere umano.

In quell’occasione, come ogni volta, la polizia provinciale ha proceduto al sequestro di reti, mentre in lontananza due pescatori sono riusciti a scappare: “Anche questa volta non ce l’abbiamo fatta”, commenta con lo sguardo deluso Castagnoli. Sulla sponda, in mezzo alla fiorente vegetazione di questa zona, decine di metri di reti, esche e tutto il necessario per passare la notte aspettando di fare incetta di pesce.

Quando la rete non basta a soddisfare un business in crescita, si ricorre a metodi ancora più crudeli. Spesso, oltre alle reti, si trovano anche cavi e batterie, che servono a irradiare una scossa elettrica nell’acqua: la tecnica è nota con il nome di electrofishing.

La scossa elettrica stordisce quando non uccide. Azzera tutto ciò che trova nel suo raggio d’azione. Una tecnica che dimostra tutta la prepotenza della mano dell’uomo: i pesci semimorti risalgono in superficie, ed è fin troppo facile raccoglierli e tornare a casa con le imbarcazioni piene.

“Le scariche ‘brasano’ la fauna intorno, alcune specie vengono decimate, altre diventano sterili, come la carpa” spiega Fausto (nome di fantasia), pescatore sportivo emiliano, che ha provato a denunciare a ha ricevuto ritorsioni: furto di materiale, gomme tagliate, minacce. “Non sono solo bracconieri ma agiscono con modalità a tutti gli effetti mafiose. Si tratta di trecento persone organizzate in una ventina di squadre: dove passano loro non resta più nulla”.

Le specie pescate (e inquinate)

Lucioperca, carpe, pesci gatto americani, ma soprattutto siluri. Le specie al centro del business del bracconaggio provengono quasi tutte dal nord e dall’est Europa. Sono entrate nel nostro ecosistema e hanno piano piano sostituito la fauna tradizionale fatta di lucci e trote di piccola taglia.

Pesci di grossa taglia provenienti dal Po, anche in questo caso prelevati con l’electrofishing (Foto: Roberto Ripamonti)

Pesce grande mangia pesce piccolo, si sa. E i siluri, in particolare, sono in cima alla catena alimentare: possono arrivare ad essere lunghi più di tre metri e pesare anche quaranta chili. Li chiamano pesci-alieni, perché fino a cinquant’anni fa di così grandi da noi non se ne erano mai visti. Inoltre sono considerati “infestanti” e, se vengono pescati, vige l’obbligo di consegnarli alle autorità forestali o fluviali perché siano smaltiti.

La carta ittica del fiume Po e le rilevazioni dell’autorità del bacino. In alcune zone il bracconaggio ha praticamente azzerato la presenza di animali.
Il primo studio realizzato nel 2011 dall’IZSTO

Naturalmente i predoni del fiume non si curano di questi obblighi. Per loro ‘pesce grande’ vuol dire semplicemente più guadagno. E i siluri raggiungono enormi dimensioni perché sono i grandi spazzini delle acque dolci; sono molto prolifici e vivono mediamente molti più anni rispetto alle specie autoctone (in cattività possono arrivare fino a 60 anni, 20 in condizioni normali). Nel corso della loro lunga vita accumulano dentro di sé grandi quantità di idrocarburi di cui i nostri fiumi sono inquinati. Già nel 2011 uno studio dell’Istituto zooprofilattico del Piemonte (pubblicato dalla rivista A.I.V.I online Giugno 2011, vol. 1 n. 0) aveva rilevato che “essendo il siluro un pesce che si trova all’apice della catena alimentare, con spiccate attitudini predatorie e con una vita media superiore a quella delle altre specie (…) i campioni hanno rivelato una concentrazione di IPA (idrocarburi policiclici aromatici: sostanze altamente cancerogene, ndr.) superiore al limite stabilito dal regolamento CE 1881/2006 e livelli particolarmente elevati di Naftalene, Fenantrene, Antracene e Crisene”. Livelli anche di molto superiori alla media: se il limite stabilito dalla Comunità Europea è di 2 microgrammi per chilogrammo, nei siluri pescati nel bacino del Po ne sono state rilevate quantità persino superiori a 8 mcg/kg.

L’ordine del giorno recepito dalla regione Piemonte

L’allarme è stato confermato nel 2014 da un’ulteriore indagine dell’Istituto Zooprofilattico, arrivata fino ai banchi del consiglio regionale del Piemonte come ordine del giorno. Gli studiosi raccomandavano di vietare il consumo di questa specie considerata “non edibile”.

Gli idrocarburi presenti nelle acque del Po derivano dallo scarso trattamento degli scarichi industriali. In pratica, le aziende scaricano senza essere adeguatamente controllate e i pescatori pescano indisturbati a poche decine di metri di distanza. L’impegno della Regione Piemonte non è solo frutto dell’appello dei tecnici dell’Istituto zooprofilattico o della buona volontà dei governanti: l’alto bacino del Po era stato osservato attentamente nel luglio dello stesso anno dall’UE, che si era detta preoccupata del livello di inquinamento del nostro principale corso d’acqua. E la cartina al tornasole, ancora una volta, era stata proprio la concentrazione di inquinanti nei grossi pesci siluro che lì vivono e proliferano.

Le rilevazioni della Regione Emilia Romagna

Ma non è solo colpa degli idrocarburi. A completare il quadro ci sono i metalli pesanti: mercurio, tallio, arsenico, manganese, nichel. I metalli pesanti, una volta entrati nel corpo di un animale (anche nel nostro) si depositano e ci restano per tutta la vita. La loro correlazione con i tumori è ormai accertata. I longevi siluri sono in grado di contenerne quantità impressionanti. Uno studio comunitario realizzato nel 2012 dal Reparto di chimica degli alimenti di Bologna ha rivelato che nelle carni degli esemplari analizzati c’erano 0,255 mg di mercurio per ogni chilogrammo, laddove il valore consentito dall’UE (secondo il regolamento 333 del 2007) è di 0,005 mg/kg: una quantità 50 volte superiore a quella consentita.

La catena alimentare

Già nel 2011 l’Istituto Zooprofilattico aveva paventato l’ipotesi che il siluro stesse piano piano entrando anche nel mercato nostrano: “In Italia il consumo di siluro si sta diffondendo lentamente ed è praticato solitamente da consumatori provenienti dall’Est Europa. Attualmente non esiste una rete commerciale di vendita: di questo prodotto l’approvvigionamento avviene tramite pesca individuale. In base ai risultati ottenuti da questo campionamento si ritiene che il consumo abituale delle carni di siluro pescato nel fiume Po può rappresentare un rischio non trascurabile, che si accresce nelle zone particolarmente inquinate. La problematica è ulteriormente aggravata dal fatto che al momento non è possibile reperire informazioni sulla quantità e le modalità di consumo o sulla tipologia di consumatore”.

Il sequestro di un furgone e del suo carico

Mangiarlo, insomma, non è consigliato e non rientra nelle nostre abitudini alimentari.

Ma in quelle dei Lipoveni sì. Così i furgoncini pieni del bottino, quando non vengono sequestrati, tornano verso est, in Romania e la merce viene venduta sul mercato ittico, ma non solo.

Fausto, il nostro pescatore sportivo emiliano, racconta che in un’indagine della polizia sono state trovate bolle di accompagnamento che denunciavano la vendita a fabbriche di farine alimentari. “Farine utilizzate per gli allevamenti di tutta Europa”. Basta poco insomma perché il siluro torni nella catena alimentare. Anche la nostra.

Al mercato di Roma

Ma non serve andare così lontano. Al mercato del quartiere Esquilino, pieno centro di Roma, carpe e siluri sono venduti su ognuno dei banchi autorizzati e gestiti principalmente da maghrebini e bengalesi. Siamo entrati con Roberto Ripamonti e una telecamera nascosta per verificarlo e abbiamo scoperto che a dominare sono soprattutto le carpe giganti, che però nel periodo di tarda primavera-inizio estate (proprio lo stesso periodo del nostro sopralluogo) non dovrebbero stare su quei banchi: è il momento della loro riproduzione e pescarle senza rigettarle in acqua è vietato.

L’ingresso del mercato nel quartiere Esquilino di Roma
Il video della nostra spedizione con telecamera nascosta nel mercato Esquilino di Roma

Camminiamo ancora in quello che è il più grande mercato del centro di Roma, avendo l’impressione di trovarci all’interno di un suq mediorientale. Prima bancarella: carpe e amur dalle grandi dimensioni vendute a prezzi irrisori: dai 3,50 ai 6 euro al chilo per esemplari che ne pesano almeno cinque.

(Telecamera nascosta) Primo banco del pesce
(Telecamera nascosta) Un secondo banco con carpe ancora vive
I pesci gatto americani

La seconda bancarella a cui chiediamo informazioni, come se fossimo intenzionati a comprare, ospita anche i pesci gatto americani: hanno l’aspetto di bisce nere e i baffi che spiegano il perché di questo nome: “Non dovrebbero nemmeno essere presenti nelle acque italiane”, spiega sconsolato Ripamonti.

Il terzo banco ricolmo di pesce di fiume: in alto tranci di siluro, carpe di grandi dimensioni e amur pescati con l’elettrostorditore
I rivenditori mentre pesano la merce

Ma è l’ultimo banco ad impressionarci. C’è un grosso siluro tranciato come fosse pesce spada; in alto quintali di carpe e lucioperca. I prezzi non superano mai i 5 euro al chilogrammo e tutti i pesci hanno in comune una caratteristica: la loro carne è rossa e grondante di sangue: “Non c’è dubbio, sono stati letteralmente bruciati con la corrente elettrica: ecco perché la loro carne è pervasa dal sangue. Una tecnica disumana” sussurra Roberto. Chiediamo al venditore come cucinare questo o quell’esemplare. Tentenna: “Non so, non mangio questa roba” risponde…approfondiamo: “Come, non mangi il pesce che vendi?” “Sì mangio pesce, ma non quello di fiume, non questo…”.

Ancora un’ultima bancarella con esposte carpe e tostolobik (altra specie alloctona)

Naturalmente su nessuno dei cartelli esposti con i prezzi figura la provenienza della merce. Ma quando proviamo a chiederla nessuno ci guarda più né risponde alle nostre domande. Qualcuno si è accorto che abbiamo una telecamera. Siamo costretti ad allontanarci. Veniamo seguiti fino a fuori dal mercato. Per fortuna riusciamo a confonderci tra la folla di piazza Vittorio.

Acquirenti del mercato di Roma

Appena in tempo per notare che gli unici acquirenti sono cinesi. Questo è proprio il sospetto di Roberto: “La carne della carpa e quella del siluro sono bianche e grasse. Una volta fatte in piccoli pezzi e accuratamente sbiancate sono perfette per finire sul sushi”. Una prospettiva inquietante, eppure non peregrina: una recente indagine comunitaria sui ristoranti di Bruxelles, dove vivono i burocrati dell’UE, aveva rivelato che quasi un piatto su tre di mare non è quello promesso dal menù: è pesce taroccato. Pare che nelle torri di vetro non l’abbiano presa molto bene, tanto che poco dopo l’Europarlamento ha invocato, tramite un documento, un sistema di «tracciabilità rigorosa contro l’etichettatura errata del pesce».

Lungo il Tevere

Ma c’è un altro particolare che abbiamo notato nelle carpe che affollavano i banconi del mercato di Piazza Vittorio: i pesci si muovevano ancora, erano ancora vivi. “Non possono provenire da troppo lontano” suggerisce Roberto.

Il sospetto è che anche nel Tevere si pratichi il bracconaggio. I pescatori sportivi della zona denunciano da tempo con ogni mezzo che il fenomeno si è allargato non solo al grande fiume di Roma, ma anche all’Aniene e ai laghi del centro Italia. Infatti, se nella zona del Ferrarese è stata istituita almeno un’autorità apposita, qui di provvedimenti come questi ancora non se ne vedono. Finora le polizie provinciali che hanno la competenza per l’Alto Tevere sono riuscite a sequestrare qualche rete nella zona di Viterbo e a fermare alcuni stranieri attrezzati con canne ad esca multipla nella zona di Todi.

“Finché la pesca di frodo non sarà punita con il penale il fenomeno può solo ampliarsi. Abbiamo provato a portare una legge in parlamento ma non siamo stati ascoltati”, si arrabbia Ripamonti.

Anche il comandante Castagnoli aveva denunciato l’assenza di adeguate sanzioni: “Di un totale di 80mila euro di multe che abbiamo emesso, solo settemila sono state pagate”. E i pescatori locali come Mario (nome di fantasia) fanno eco: “Se noi non paghiamo una multa siamo soggetti al pignoramento della barca e della casa, ma loro non hanno residenza né proprietà…”

D’altra parte, se non convenisse vendere nessuno si dedicherebbe a questa attività: “Il giro di soldi stimato attorno al bracconaggio si aggira intorno ai seimila euro a settimana, per un totale di sessanta milioni di euro. Nessun controllo sanitario e nessuna tassa” denuncia Ripamonti.

E il mercato di Roma è quello più ricettivo perché i pescatori, braccati a nord, si stanno spostando verso le acque del Tevere.

La diga di Castel Giubileo, periferia nord di Roma

Ci siamo addentrati fin sotto la diga di Castel Giubileo, alla periferia nord di Roma. L’argine è impervio e il rumore dell’acqua costretta fra i muri della diga è assordante.

In pieno giorno troviamo sulla sponda opposta qualcuno che agita una lenza. Marco, un pescatore sportivo della zona, spiega: “Alla sua lenza sono attaccati dei ganci affilati, i pesci si infilzano mentre seguono la corrente: in questo modo riesci a prendere di tutto: è una tecnica troppo facile e poco rispettosa dell’ambiente”.

L’argine del Tevere alla periferia nord di Roma

In bilico su un’argine sporco e pericolante continuiamo fino a scorgere davanti a noi un campo rom abusivo che si sviluppa lungo una pista ciclabile mal ridotta a pochi metri dalla cima della diga. Il terreno scosceso che arriva in acqua è praticamente diventato una discarica: i sacchetti ricadono nel fiume e poco sotto qualcuno sta portando su un pesce con la lenza.

Sul nostro lato riusciamo invece a superare le sterpaglie fino ad uno slargo. Ci sono grovigli di filo da pesca, ami, esche, rifiuti ed escrementi: il risultato di una notte di bracconaggio.

I resti di una notte di pesca e il degrado lungo l’argine del Tevere
Metri di filo da pesca abbandonato

Poco più avanti la legna accatastata a formare una pira. Anche qui, alle porte di Roma, stanotte si accenderà un fuoco e si getterano le reti. Sarà un’altra notte di pesca, mentre il flavus Tiber, il biondo Tevere, scorre lontano dal centro della Capitale verso la sua foce.

Le pire preparate dai pescatori di frodo per la notte
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