Lasciatemi pagare

YouTube Red è arrivato negli Stati Uniti e c’è da aspettarsi che trovi anche il nostro indirizzo, prima o poi. Ma perché abbonarsi al servizio free per eccellenza che continua a prenderci per mano e accompagnarci attraverso le molte ere di Internet?

Non si tratta solo di commenti a status su Facebook.

Non si tratta solo di constatare quanta gente colta ed educata preferisca guardare Italia-Film anziché spendere 8 euro per un abbonamento a Netflix non perché non ne abbia la possibilità ma perché lo ritiene poco cool (adesso guardiamoci in faccia: usciamo di casa e spendiamo 5 euro per una birra, 10 euro per due birre, cioè il costo di un abbonamento di un mese ad Apple Music, quindi sì, è questione di coolness).

Non si tratta solo di guardare all’ormai colosso economico Spotify che non se la sente di abbandonare la sua versione free basata sulla pubblicità, nonostante di fatto faccia un torto agli artisti cui gli ascolti senza abbonamento di un mese fruttano un caffè.

Si tratta di comprendere una volta per tutte che gratis è una balla. Niente è gratis ed essere poveri non è divertente. Costruire contenuto per chi lo pretende senza sborsare un soldo è frustrante, ed è una strada che conduce in un’unica direzione: il muro.

Si tratta di ragionare sul perché un ascoltatore o uno spettatore con un poco di coscienza e autocoscienza debba scegliere l’opzione a pagamento di un servizio ogni qualvolta gli è consentito farlo.

È arrivato il momento di smetterla di credere alla fiaba secondo cui l’ispirazione non conosce grana, e giocare al gioco del “se sei veramente bravo qualcosa di fico me lo tiri fuori con due lire”. È soltanto il romanticismo unto delle grandi macchine, lo stesso che di fatto costringe chiunque a fare il decuplo dello sforzo che farebbe in un paese a cui basterebbe l’etica minima, minimale, appena decorosa di voler pagare chi rende un servizio intangibile come nutrire le nostre possibilità di espressione. Chi offre qualcosa perché qualcosa ha da offrire.

Un mondo dove delle persone di talento vengono pagate di più è un mondo in cui io voglio vivere perché voglio sentirmi incoraggiata a mia volta a fare qualcosa di decente senza doverlo chiamare “passion project” con la retorica stucchevole di chi non combina mai un cazzo. Vorrei che la disillusione non precedesse l’illusione in un contesto dove le idee sono tantissime ma il tempo è poco e un bel maglione di OVS da 18 euro fa i pallini dopo un singolo lavaggio.

Per questo pagherò quando arriverà YouTube Red in Italia. Non perché sia troppo pigra per installare il pure controverso ad-block tool, o perché possa permettermelo. Perché il servizio gratuito per definizione, quella cosa straordinaria che mi ha regalato per anni un’enciclopedia di video a cui ispirarmi o con cui, semplicemente, divertirmi oggi ha deciso di offrire un’alternativa sostenibile a chi non desidera vedere la pubblicità. Un’alternativa che consenta al servizio di sopravvivere finanziando progetti di alto livello, selezionati come le ciliegie più rosse dall’albero da gente che qualcosina ne sa.

Non c’è nulla di male ad affidarsi ai professionisti. Non c’è nulla di male a voler retribuire meglio chi cura le nostre playlist o compone un brano.

Lasciatemi pagare in pace.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.