Una scomoda riflessione sul caso INPS per la famiglia da un’ex Social Media Manager

Marina Finaldi
Apr 19 · 4 min read

Tutta la storia epica del blastatore seriale di INPS e i consensi controversi che ha suscitato dal pubblico della rete mi hanno spinta a fare una riflessione.

Anche a te sarà capitato almeno una volta nella vita di dover andare alla segreteria universitaria, al centro per l’impiego, al CAF — insomma, inserisci l’ufficio pubblico che ti sta più simpatico — per sbrigare una commissione.

Puoi dire onestamente di essere uscito da quegli uffici con il sorriso sulle labbra e la serenità nel cuore? Puoi dire onestamente che ti è stato risolto un problema, dissipato un dubbio, risposto con chiarezza alle tue domande… senza che nessuno dei tuoi interlocutori ti abbia fatto sentire un coglione, senza che la tua presenza e le tue richieste fossero percepite come una seccatura?

Come possiamo definire “eroico” un comportamento al quale siamo abituati da una vita e che ha generato in noi un progressivo pudore nell’avanzare richieste o dubbi legittimi, per evitare la frustrazione di vedere le nostre richieste d’aiuto tradursi in sonore sbuffate?

Ogni volta che entri in un ufficio pubblico, ricordati che tu, per molti di loro, sei l’equivalente in carne e ossa di questo utente divenuto famoso. E la cosa non fa ridere neanche un po’.

Uno degli scambi avvenuti ieri sulla pagina Facebook INPS per la Famiglia sul thread dedicato al Reddito di Cittadinanza.

Ho svolto per diverso tempo il lavoro di SMM e so quanto avvilimento può accumularsi in una giornata passata a scambiare con gli utenti informazioni che restano incomprese, a bannare troll, a segnalare profili fake… e capisco perché a molti dei miei colleghi, ogni mattina, sembri di scendere in trincea a combattere una battaglia senza fine contro la stupidità, l’ignoranza e l’analfabetismo funzionale. (Qualcuno ha fatto giustamente notare che il lavoro sui contenuti social va sviluppato parallelamente a un lavoro attivo sulla community, all’istituzione di una netiquette e di un protocollo di gestione delle crisi. Puoi leggere un contributo interessante qui).


Il gergo dei social prende moltissime parole in prestito dall’area semantica della guerra. La stessa parola “blastare” viene dall’inglese “to blast” che letteralmente vuol dire “far esplodere”, e su internet ha assunto via via sempre di più il significato di “disintegrare il proprio avversario nelle dispute verbali online mettendolo in ridicolo”. Ti lascio qui il link al blog di Terminologia Etc., come sempre ottima fonte di approfondimento.

Il concetto di “blast” è profondamente legato a quello di umiliazione dell’utente che lo subisce.

Spessissimo i blastatori si elevano al livello di eroi della community di cui fanno parte. Come veri eroi della tradizione epica, le loro imprese vengono tramandate dagli altri utenti attraverso il tasto di condivisione e conservate a beneficio dei posteri da pagine che, come facevano i monaci nel medioevo, raccolgono e catalogano i commenti più esilaranti e originali trovati in rete.

Siccome siamo tutti dotati degli strumenti che ci permettono di dire la nostra su Facebook, tutti possiamo diventare i cavalieri senza macchia della nostra community e vivere i nostri cinque minuti da eroe.

La conseguenza è che, oggi, nel social non scorgiamo più una finestra di dialogo, ma un’occasione di scontro che ci aiuti ad ottenere il cavalierato online corredato di blasone personale.

Con questo non voglio fare del moralismo. Non sto dicendo che se hai “blastato” o ti diverti a “blastare” la gente online sei una brutta persona. Ma credo che, prima di partire per una quest eroica, uno debba conoscere molto bene il terreno su cui si muove.

Inevitabilmente, ridurre gli scambi di comunicazione online a occasioni di scontro comporta la responsabilità di scegliere uno schieramento e individuare un nemico (sì, stiamo ancora utilizzando la metafora della guerra).

Secondo questa logica, il mio schieramento ha sempre ragione, mentre il mio nemico ha sempre torto. Ogni discussione viene divisa arbitrariamente secondo i criteri di “giusto” e “sbagliato”.

In questo caso particolare, per molti è “giusto” che qualcuno abbia finalmente “messo al proprio posto questi analfabeti fannulloni che vogliono il reddito di cittadinanza e non sanno neanche parlare l’italiano”: in quest’ottica, aver chiesto scusa per il comportamento dell’eroe della rete è un segnale di resa all’ignoranza dell’italiano medio.

Lo vedi qual è il problema di questa logica?

  1. Il mondo e la vita reali stanno nelle sfumature: giusto e sbagliato non sono due categorie monolitiche e chiunque pensi il contrario è un ingenuo… o un moralista ;p.
  2. Adottando questa linea, diamo per scontato che l’aver avuto accesso a una buona educazione, aver avuto la possibilità e gli strumenti di coltivare la propria istruzione ai più alti livelli siano un merito innato della persona e non un mix di capacità personali, sacrifici, e condizione economica e sociale delle famiglie in cui siamo nati e cresciuti.
  3. Ancor più grave, diamo per scontato che il merito così stabilito sia una discriminante per l’assegnazione di un sussidio statale — che, per definizione, servirebbe a sostenere economicamente proprio quelle fasce sociali che non hanno avuto le nostre stesse opportunità.

Vero, pare che alcuni utenti intervenuti sulla pagina di INPS per la Famiglia avessero avanzato richiesta per ottenere il reddito di cittadinanza pur lavorando in nero. Posso capire il senso di profonda soddisfazione nel vedere aggrediti questi soggetti. Ma ti invito a domandarti se una risposta sgarbata di un dipendente della Pubblica Amministrazione basti ad annientare il fenomeno del lavoro nero e la piaga dell’analfabetismo funzionale in Italia.

Il ruolo delle istituzioni non è finire su Commenti Memorabili, ma fornire servizi e informazioni al cittadino — a prescindere dal suo livello di scolarizzazione o di abilità col computer.

Pensaci, la prossima volta che fai la coda in un ufficio pubblico.

Marina Finaldi

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28 anni, mi occupo di comunicazione digitale. Studio da una vita. Leggo fino a tardi. Prima di agire, scrivo.

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