E la navigazione continua

Mario Ferretti
Nov 2 · 4 min read
Rob Gonsalves-The Sun Sets Sail

Riflessioni sparse al termine di una bella assemblea nazionale di Volt Italia.

Innanzitutto, senza tanti giri di parole: ho perso.
Non sono stato eletto Co-Presidente, e non sarò dunque nel nuovo Consiglio Direttivo del partito, a cui faccio enormi auguri di buon lavoro.

Niente paura però: non vado da nessuna parte, resto qui.
La mia casa politica rimane quella viola, che nonostante tutto reputo l’unica in grado di rendere più vive l’Italia e l’Europa nei prossimi anni.
Torno ad essere quello che in realtà sono sempre stato: un tesserato semplice, ma soprattutto un attivista e volontario di questo magnifico partito.
E ciò mi permette di lanciarmi senza paura in qualche considerazione un po’ più ampia, sulla politica tutta, sul presente e sul futuro.

Parto dal presente del nostro Paese e del nostro continente, e da uno dei temi che più lo caratterizza, quello delle disuguaglianze.
Disuguaglianze sulla base del ceto sociale, del genere, dell’età e della generazione di appartenenza.
Disuguaglianze nei salari, nelle condizioni di lavoro, nelle opportunità di carriera.
Disuguaglianze che arrivano da lontano, in quell’ascensore sociale che in Italia è ormai rotto da molti anni e in quei soffitti di cristallo che non siamo ancora riusciti a rompere e rendono infinitamente più difficile ad ogni donna costruirsi una carriera di successo, solo perché è donna.
E disuguaglianze che arrivano da vicino. Perché bisogna dirselo con chiarezza: la globalizzazione ha avuto enormi meriti, ha tolto dalla fame un miliardo di persone. Ma, come ogni fenomeno globale, ha avuto anche effetti dirompenti sulle società, soprattutto quelle occidentali.

Disuguaglianze già significative, ma non per questo in via di miglioramento.
Anzi: suona apocalittico, ma probabilmente siamo solo all’inizio. Perché, se le previsioni sono giuste, la globalizzazione è soltanto un assaggio di quello che capiterà nei prossimi anni.
Anni in cui il nostro mondo sarà plasmato da fenomeni di scala sempre più ampia, uno su tutti la quarta rivoluzione industriale.
Fenomeni che provocheranno radicali mutamenti nei più svariati ambiti, a partire dal mercato del lavoro, e che si verificheranno con ritmi mai visti prima, rendendo sempre più difficile per gli esseri umani adattarvisi progressivamente.

E qui entra in gioco la politica, chiamata ad una sfida enorme: dare ai cittadini gli strumenti per lottare con successo per il loro diritto più importante, il diritto al futuro.

Si tratta di un progetto tanto ambizioso quanto incerto nella riuscita, e proprio per questo risulta innanzitutto necessario ripensare la politica stessa.
In primo luogo dal punto di vista geografico, perché quello dell’Europa unita è un sogno dal quale non dovremo svegliarci finché non lo avremo trasformato definitivamente in realtà, ma fin da ora è importante renderci conto che nemmeno il Vecchio Continente è sufficientemente grande, e bisogna agire uniti a livello letteralmente mondiale.

Dall’Europa, dalla sua storia e dai suoi valori fondanti dobbiamo però ripartire.
Perché il nostro continente, e l’Occidente tutto, hanno perso la loro capacità di leadership globale quando hanno smesso di fare ciò che, fin dal Rinascimento, li aveva portati a dominare il mondo: innovare.
E dunque sta tutto qui. Nella capacità di ritrovare quella spinta innovatrice che ha caratterizzato l’Europa nei secoli. Nella volontà di riacquistare quella capacità di progettare il futuro con anticipo. Nella ambizione di resuscitare quell’Umanesimo di cui ancora oggi ammiriamo le eredità.
E per farlo, non possiamo che ripartire dal pensiero critico, dalla capacità di analisi astratta, dalla filosofia e dallo studio delle scienze, vere chiavi del successo dell’Occidente tutto. Perché solo attraverso questi strepitosi strumenti potremo puntare a guidare i futuri trend globali, e a non esserne dolorosamente schiacciati e dominati.

Ma dobbiamo ripensare la politica anche in senso strutturale.
Perché le ideologie e i partiti novecenteschi andavano bene nel secolo scorso, non in quello attuale. Si adattavano perfettamente a società caratterizzate dalle classi sociali, non a quella di oggi, frammentata e multipolare. Ma, soprattutto, le ricette olistiche che proponevano erano funzionali ad un mondo assai più semplice da analizzare e comprendere di quello contemporaneo.
E allora è arrivato il momento di rivoluzionare la forma stessa del “partito”. Di snellirla, di de-costruirla, di renderla più flessibile. Mettendo al centro i temi, non le strutture. Discutendo le idee, non i processi. Concentrandosi sulle proposte, non sulle organizzazioni.

Viviamo in una fase storica di transizione, e la politica sta progressivamente perdendo la capacità di incidere sull’evoluzione economica e sociale del mondo perché i suoi attori principali non si sono dimostrati in grado di farla evolvere. Tocca a noi fermare questo declino, e per farlo serve coraggio e visione.
Questo sarà il mio impegno, per i prossimi anni.
E sì, sarà un percorso lunghissimo, ma dobbiamo tornare ad abituarci al fatto che i grandi cambiamenti non si realizzano in pochi mesi.
Però da qualcosa bisogna partire, e con Volt negli ultimi due anni abbiamo iniziato a dimostrare che la politica transnazionale è possibile, anche in Europa.
E’ solo l’inizio. L’inizio di un percorso, l’inizio di una navigazione.

E la navigazione continua.

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Per aspera sic itur ad astra

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