L’imperatore portava occhiali tondi

(Ricordo J.L.B.)

Mi chiamo Gustavo Meireles, ho 65 anni. Sono arrivato a quel momento della vita in cui posso dire di averne trascorsa la maggior parte compiendo lo stesso, identico gesto. Perdonerete la mia prosa così impacciata ma per 45 anni ho trascritto esclusivamente nomi, cognomi, paternità, date di nascita. Tutto il mio tempo l’ho dedicato a sancire l’identità delle persone per l’anagrafe di Buenos Aires. L’anno scorso ho avuto la notizia del pensionamento, presagio di un evento che non ha lasciato alcuna traccia di tristezza o di malinconia nel mio stato d’animo. Anche perché, nella lettera, era fatto riferimento a una menzione d’onore per non aver mai preso un giorno di festa o di malattia, il che non può che riempiermi di orgoglio. Non c’è da stupirsi per questo mio attaccamento ai pubblici uffici, non ci sono state altre distrazioni, ho avuto pochi amici, non sono mai stato sposato e il mio unico fratello è scomparso tanti anni fa da qualche parte in Asia, al seguito di una spedizione scientifica della quale non si è saputo mai più nulla.

Nel corso della mia stabile carriera professionale, l’ufficio di mia competenza ha subito diversi spostamenti e la sorte ha voluto che l’ultima sede, deliberata 15 anni fa e mai più cambiata, disti precisamente 745 metri dalla mia dimora. Il che ha reso decisamente agevole il tragitto quotidiano, che ho affrontato percorrendo sempre l’identico tracciato. Posso dire di conoscere a memoria le scanalature tra le mattonelle del marciapiede e non potreste immaginare la meraviglia che questi anfratti nascondono. Ho visto i volti degli edicolanti invecchiare seguendo il decorso delle notizie di cronaca e sport. Le insegne dei negozi sono cambiate, come i prodotti che vendono. Solo alcune sono rimaste uguali e in realtà non lo sono, perché adesso mi sembrano più eleganti. Ogni giovedì, che piova o ci sia il sole, parte della strade è occupata da un mercatino delle pulci, affollatissimo di persone di ogni risma e mercanzie di ogni foggia. Io lo attraverso rapidamente — conosco anche il ritmo dei miei passi, irrimediabilmente diverso rispetto a 15 anni fa — e qualche oggetto riesce sempre ad attirare la mia attenzione. Una volta acquistai un grande posacenere con il volto di Shakespeare, non saprei spiegarne il motivo, visto che non sono un fumatore, i miei ospiti sono rari e, tra questi, ancor più rari sono i fumatori. Certo, in gioventù sono stato un lettore del Bardo ma chi non lo è stato? In un’altra occasione, stavo per comprare un mezzobusto in marmo sul tipo virile dell’imperatore romano ma con tondi occhiali da vista. Fui incuriosito dal singolare paradosso iconografico e cronologico però mi trovai costretto a desistere, per via delle richieste eccessive, avanzate in uno spagnolo molto strascicato dal venditore, un uomo della mia stessa età ma di origini italiane.

Ricordo benissimo ogni particolare di quel giorno, un 24 agosto di 10 anni fa, ricordo la posizione delle ombre sulla strade e anche come andò la trattativa perché, nella mia vita povera di rimpianti, proprio quel momento entrò nel mio animo come tale e tra i più sentiti. Era evidente che il venditore era male in arnese e si trovava costretto ad appigliarsi a qualunque mezzo per sopravvivere ma una certa fierezza riusciva a emergere nelle pause tra una parola e l’altra, riempiendo d’orgoglio i suoi vestiti consunti. Per far aumentare le quotazioni del suo prodotto, inventò un antefatto leggendario e grottesco, secondo il quale il mezzobusto ritraeva Narcissus Isidorus Primo, autoproclamatosi imperatore nel periodo dell’anarchia militare, con il supporto dalle sue truppe di stanza in qualche area estrema dell’impero a oriente. Gli feci notare come nessun nome del genere fosse stato tramandato, nella storiografia romana, ma lui rispose seccamente, dicendo che proprio per questo motivo il valore dell’oggetto era così alto. Nessun accenno a quegli occhiali, assolutamente anacronistici e che, oltretutto, erano di gran moda dieci anni fa. Infatti bastava volgere lo sguardo poco oltre per vedere decine di perfette imitazioni degli stessi, a poco prezzo sulle bancarelle lì vicino. Mi voltai con un pizzico di delusione, c’era qualcosa, in quel busto, che mi distraeva e immaginarmelo in casa, una nuova forma tra le altre così note, aveva fatto figurare uno spostamento, pur lievissimo, alla mia quotidianità. Nel corso della giornata, la delusione si trasformò in sconforto, come per un’occasione persa, e quindi, sul far della sera, in apprensione per il giovedì prossimo, quando avrei accettato la richiesta del mercante senza far troppe trattative sul prezzo anzi, invitandolo a casa. Mi avrebbe consigliato la migliore disposizione del soprammobile, avremo bevuto un tè scambiando poche parole e ci saremo salutati. Arrivò il giovedì ma non riuscii a trovare la sua bancarella. Provai a chiedere a qualcuno degli ambulanti storici ma nessuno mi disse nulla, anzi, nessuno ricordava di aver mai visto un mercante di origini italiane male in arnese da quelle parti. Probabilmente non erano molto inclini a favorire un potenziale rivale. Non tornò nemmeno il giovedì successivo e quello dopo, non tornò più, fino a oggi, giovedì, 24 agosto, il mio ultimo giorno di lavoro.

Invecchiato nei tratti somatici, come per il naturale scorrere del tempo, immutato nel tono, sempre dimesso ma ugualmente fiero. Non posso credere che si ricordi ancora di me dopo 10 anni, però, strano a dirsi, il busto è ancora lì. L’imperatore non è invecchiato, il suo volto esprime la dignità di un impero, che probabilmente Narcissus riuscì a scorgere di sfuggita e solo dall’angolo appartato della provincia. In ogni caso, anche gli occhiali sono al suo posto e, ormai, sembra indossarli solo lui, visto che sulle bancarelle ne vendono fogge molto diverse. Il tempo è passato anche per te, Narcissus, oppure sei tu a essere passato per il tempo. Sei fuori moda, ormai. Chiedo il prezzo al venditore e mi risponde con voce sottile, sibilando tra i denti, come se volesse lasciare intendere la fine di una sfida che, negli anni, abbiamo tenuta aperta. Non raccolgo la provocazione, che potrebbe essere solo una mia impressione, e gli offro quanto dovuto, un prezzo certamente più alto rispetto alla nostra prima trattativa ma è normale che sia così, con tutti i cambiamenti dell’economia. L’italiano accetta i soldi senza troppa soddisfazione e inizia a impacchettare il busto con cura. Approfitto di questo tempo per chiedere informazioni sulla storia di Narcissus, visto che notizie sull’argomento sono introvabili. Che lingua parlava con i suoi soldati? Governò saggiamente su quelle terre estreme? Entrò mai nel Colosseo? Probabilmente sognava di entrarci con le insegne di Imperatore ma sappiamo per certo che la storia andò molto diversamente. In ogni caso, se lui non poté mai assistere a uno spettacolo di gladiatori, se non si dissetò mai all’imponente ombra degli archi di marmo, io non ne avevo mai visitato le rovine, le uniche immagini che conoscono sono quelle nel tomo IV della grande enciclopedia della storia, edizione Perimàrd, che custodisco gelosamente nella mia libreria. Ebbene, la storia che mi racconta è incredibile. Quando finisce, mi accorgo che sono in estremo ritardo per il mio ultimo giorno di lavoro. Prendo il busto sottobraccio e, per quanto possono permettermelo le gambe, mi affretto al lavoro.

Nel mio ufficio piccoli segni di una festicciola di addio che avrebbe dovuto svolgersi in una precisa fascia oraria, tra le 08.00 e le 08.15. Un cartoccio di dolci aperto e richiuso, due bottiglie di bevande gassate analcoliche e una di spumante a bassa gradazione. Forse ci sarebbe stato un discorso da parte del direttore, al quale avrei rivolto i miei ringraziamenti. Meglio così, il ritardo è stato utile, ha evitato imbarazzo da parte di tutti. Appoggio il busto, che è diventato pesante, sulla mia scrivania ordinata, sulla quale noto a malapena un nuovo fascicolo, qualcuno è venuto a registrare un neonato e qualcun altro ha sbrigato il lavoro al posto mio. Apro distrattamente il faldone e leggo le generalità della nuova persona: Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, figlio di Jorge Guillermo e di Leonor Acevedo Haedo, nato il 24 agosto. Contrariato, mi accorgo che l’anno di nascita non è specificato, il nuovo addetto ha già commesso un errore imperdonabile, intollerabile, insostenibile. Dovrei segnalarlo al direttore, far emettere una nota per l’impiegato, presumibilmente giovane, di belle speranze, proiettato al futuro. D’altra parte, è un errore al quale potrei facilmente mettere riparo, visto che, insomma, è difficile non aver coscienza dell’anno in cui ci si trova. Immotivatamente, allargo la carta Havana che riveste il busto e guardo Narcissus, come se un suo cenno potesse darmi un suggerimento sul da farsi. Prendo la penna e mi accingo a scrivere l’informazione mancante. La punta stride per un attimo sul foglio bianco e poi si impunta. Non posso andare avanti quando mi accorgo di non ricordare, cioè di non sapere, l’anno.

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