Queneau, Resnais, Calvino e lo stirene
Marco Fulvio Barozzi
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Alla fine di questo stimolante articolo, anzi, man mano che mi inoltravo incuriosita nella lettura, mi sono chiesta: chissà che sia finalmente la volta buona in cui io mi trovi in rotta di collisione con questo mio gentile, finemente acculturato e piacevolissimo amico.

Nulla contro il polistirene (anche se le mie nozioni di chimica sono meno che elementari), piena comprensione dei gloriosi tempi della tecnologia e del progresso, quando ancora lo scotto che a questo sviluppo avremmo presto dovuto pagare era ancora nella percezione o intuizione di pochissimi.

Nulla contro la “contaminazione” tra scienza, e anche tecnologia, e poesia alta, un argomento che mi ha sempre trovata appassionata sostenitrice, considerando anzi la Poesia — per dirla con le parole di Pound — “uno strumento d’indagine” anche scientifica della Realtà.

E poi qui c’è un concentrato di menti, talenti e creatività da capogiro: dal Resnais de “L’Année dernière à Marienbad”, al mitico (mi si perdoni questo termine ex-giovanilistico) Queneau, al verso alessandrino, e ancora poi il mio “grande amore letterario” Italo Calvino, e Primo Levi (scusate se è poco!), e ancora, Vanni Scheiwiller, Fausto Melotti e, last but not least (è il “tocco” del Barozzi questo, chi lo conosce sa che non poteva mancare) Gino Bramieri.
Una vera festa di mecenatismo, cultura, raffinatezza, lavoro accuratissimo, eleganza, qualcosa che oggi, ai tempi infelici e grami del ciaone e del petaloso (massime espressioni della popcultura dei millenials renziani — Ndr), possiamo solo, piangendo, ricordare e sognare.

Peccato, però… Peccato che tutto questo schieramento di menti fervide, anzi, in alcuni casi di genialità autentiche, questa vera e propria gioiosa macchina da guerra dell’intelligencija nostrana nel suo massimo fiorire, abbia alla fine prodotto un risultato di una tale disperante …bruttezza.

Finché non viene il chimico, ci pensa su e capisce
il metodo per rendere solide e malleabili
le nubi e farne oggetti resistenti e lavabili.

Mio dio, non ci posso credere!
Queneau+Calvino? Sembra piuttosto il Corriere dei Piccoli, ma neanche quello di Tofano, più giù, più giù… E ho citato un brano quasi a caso…

Intendiamoci, è solo una mia umile opinione (e forse il Barozzi mi distruggerà) ma ho la sensazione che se una lezione si può ricavare da questa vicenda è che l’Arte, la Poesia in particolare, è una fanciulla molto discola e ribelle, difficilmente possiamo anche solo tentare di raggiungerla tirandole l’orlo della gonna e cercando di ingabbiarla in strutture affascinanti e di grande pregnanza tecnica, letteraria, metrica, di sapienza prosodica e finanche chimica.

Un tempo si chiamavano in causa le Muse (e già dal nome si capiva che erano bisbetiche da domare), poi la più eterea (ma non meno bizzarra e imprevedibile) Ispirazione. Ora non so, ma certo accanto al Queneau e al nostro meraviglioso Calvino non c’era alcuna di queste gentili signore, in altre faccende affaccendate, ma probabilmente solo lo spiritello ben noto ai lettori delle avventure di Paperon de Paperoni: ricordate il simpatico sacco di dollari con gambe e cilindro (credo immaginato da Carl Barks) che “ispirava” spesso il nostro papero nelle sue imprese migliori?
Ecco, da quel che si coglie in questa e in molte altre storie similari, questa particolare “musa ispiratrice” è certamente molto simpatica a tutti gli artisti (e anche a me, statene certi), ma assai di rado porta — da sola — a risultati, diciamo, almeno accettabili, se non memorabili…

Che ne dici caro Marco? Sbaglio? Mi sfugge qualcosa?

Un abbraccio
Marianna

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