LO SQUALO
Mimma Rapicano
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Ci conosciamo da un po’, Mimma, posso dire di conoscerti come donna, e di conoscere almeno un poco la tua scrittura.

Eppure, ogni volta rimango colpita dalla fredda e determinata disperazione delle tue storie. Rimango in particolare colpita da qualcosa che definirei la religiosità della tua sensualità, nel senso più duro e profondo — e vincolante — del termine.
In questo raccontino, breve ed apparentemente semplice, si accavallano i più diversi aspetti di una esperienza umana — e soprattutto di donna — estrememente complessai e problematici.
Il padre, orrendamente divorato dallo squalo del titolo in una improbabilissima scenografia “americana” (posta lì con l’evidente scopo di deviare l’attenzione del lettore superficiale dal reale contenuto inconscio, un poco con la tecnica adottata dall’inconscio stesso nei sogni) è lui stesso, lo si capisce presto, lo “squalo”, colui che ha divorato, orrendamente straziandola, l’innocenza e l’infanzia della protagonista, e tutta la sua vita.

In questo racconto c’è la bulimia del sentimento, rappresentata da tutto questa insistita pulsione al mangiare, al consumare. Consumare come mezzo di possesso. E nello stesso tempo c’è la incapacità di amare, e l’impossibilità di essere amati.

E, sopra tutto questo, incombente e denso come un’ombra, Dio.
Il quale, lo capiamo proprio sul finale, è proprio lui lo squalo, il più cieco e spietato, lo “Squalo Assoluto”.

Davanti a tutto questo vi sono possibilità di riscatto?

No, chiaramente no: tanto è vero che fu Dio stesso a tradire il Figlio, e con lui l’intera umanità, illusa.
Ebbene, anche noi ci ritroviamo sulla spiaggia, su quella “ultima spiaggia”, chiedendoci di Dio, del perché di tutto questo. Forse non c’è un perché, non ci sarà mai, e ci prepariamo a svegliarci — come dei Gregor Samsa — squali…

Grazie Mimma!
Marianna

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