Se tu fossi
Anna Sidoti
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Ecco.

Cosa dire?

Che davanti al mare magnum della “poesia” da web, quella per intenderci che si divide in due filoni principali, quella del cuore-amore-fiore-dolòr delle poetessine della domenica, e quella del neoneoneoermetismo degli ungarettini del lunedì (c’è anche la truppa degli haiku makers del resto dei giorni della settimana, ma l’haiku è roba giapponese, non confondiamo), davanti a questa scrittura apertamente quasi provocatoriamente a-poetica, a-letteraria, io rimango incantata. Semplicemente incantata!
Ci scriverei un saggio, su un testo così, non scherzo. Questa roba è viva, palpita, respira, è una ragazza vera, di carne e di pensiero, pare di toccarla.

Che importa insomma se la prosodia qui è fuggita su un altro pianeta a fare altre cose, che importa se la contaminazione linguistica è così totale da diventare stile (“Se fossi notte/Sarei Paolo Fox”) e se la sintassi è talmente colloquiale da rendersi latitante (“Che non so manco come si scrive”), che importa? L’ironia, il divertimento, il gioco, l’innocenza, la provocazione, la gioia di titillare le parole in una lingua volutamente al grado zero del quotidiano, si sente a ogni verso (ammesso che lo possiamo ancora chiamare così), si percepisce quasi fisicamente a ogni accento, a ogni espressione, sempre elegante, e mai, mai volgare.

E ci si emoziona!
Come non emozionarsi a quel passaggio sulle stelle, che ho sottolineato?
E come non emozionarsi di fronte all’audacia infantile e spavalda di quei versi — secondo me stupendi— “Se fossi un gelato/Ti leccherei/Anche se comunque/Vorrei leccarti pure da umana”. Resa subito se possibile anche più incisiva dalla successiva ritrattazione (“Ma questa frase è un po’ porno/Quindi facciamo finta che non l’ho scritta”) che pare scritta sul smemoranda per quanto è disinvolta.
Ma attenzione, qui non c’è puro istinto, c’è sotto (io la so lunga, ragazza, non mi freghi!) un lavoro di pensiero e scrittura assai più calibrato e sofisticato di quanto non possa sembrare. Lo testimonia quella chiusa, fulminante per l’improvviso lampo di intensità emotiva, lontana anni luce dall’apparente désengagement iniziale, che potrebbe essere una terzina pasoliniana:

Trafiggendoci entrambe
Soffriamo dello stesso dolore
E amiamo lo stesso amare…

In estrema sintesi, e forse mi potevo limitare a questo:
Da lettrice, che incanto!
Da scrittrice, che invidia!

Un abbraccio
Marianna

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