Elogio della densità
Ovvero: sintesi o prolissità?

Tra i molti vizi e vezzi portati nel multiforme e vario mondo della scrittura (e della lettura) dalla frequentazione sempre più onnivora e diffusa delle varie piattaforme “social”, uno particolare mi colpisce, anche perché contrasta vistosamente con la mia personale tendenza alla scrittura compulsiva e alla bulimia letteraria: la “brevità”, quando assunta come valore in sé.
Quindi l’intero articolo che segue è dedicato sostanzialmente, con una giusta dose di prolissità, tale da allontanare i meno pazienti, a giustificare e nobilitare un mio vizio personale a fronte di quello opposto che imputo ad altri; per cui ora sapete cosa vi potete aspettare, e come interpretarlo, se vorrete procedere.
Presa appunto come valore a sé, promossa dai formati puntillistici di molti “new media” — twitter per primo, ma anche facebook, anche se non è così ovvio visti gli innumerevoli predicatori e sproloquiatori che vi impazzano — la “brevità” viene praticata su larga scala, e perfino esaltata da “giochi di società” di largo successo, come l’hashtag #scritturebrevi, o dalla dilagante e fastidiosa diffusione di forme poetiche fino a poco fa quasi sconosciute da noi, come l’haiku. Ovvero, come io sostengo da tempo, il fast food della “poesia”.
In sè nulla di male. In una cultura e una lingua come la nostra da sempre il problema è se mai la prolissità, la verbosità, la retorica dilatata e spesso vuota di molta pratica letteraria, burocratica o politica. La sintesi non è nella natura, nel DNA della Lingua Italiana, questo lo sappiamo bene, e molti di noi, me compresa, spendono molti sforzi per combattere in sé stessi questa tendenza.
Ma ora sono intervenuti nuovi fattori, che hanno mutato un pooco le dinamiche in gioco. Il dilagare in misura esponenziale dei vari social hanno portato una facilità di accedere alla comunicazione scritta e una velocità della sua diffusione del tutto inimmaginabili anche solo pochi anni fa, e nello stesso tempo, come diretta conseguenza, si è scatenato un vero tsunami di informazioni, di parole, di immagini, che ha mutato in modo secondo me drammatico la percezione stessa della scrittura. Il paradosso è che il tempo praticabile per la riflessione, la scrittura e la lettura si è ridotto in modo così drastico da rendere l’informazione globalmente realmente e realisticamente ricevuta dagli individui vistosamente ridotta rispetto a non molto tempo fa. L’enorme indifferenziato rumore di fondo delle informazioni ha reso opache, sfocate, confuse, o addirittura invisibili anche le informazioni per noi di maggiore rilevanza, che un tempo in un modo o nell’altro eravamo in grado di raggiungere, elaborare e memorizzare.
Nella vita normale, ad esempio nello scrivere una email, una lettera, o un articolo, ho notato che ormai l’attenzione delle persone, indipendentemente dalla importanza dell’argomento o della sua forza di impatto su di loro, in media non supera le tre righe di testo. Tipicamente, caso o scienza che sia, siamo attorno ai famosi 140 caratteri di Twitter. Una comunicazione più ampia, una argomentazione più articolata, che debordi da questo limite, è destinata fatalmente a non essere compresa, o letta del tutto, o semplicemente percepita.
Mi capita di frequente, nella vita di ogni giorno, o anche sul lavoro, di inviare a qualcuno una e-mail solo un poco più articolata della media, e poi scoprire a distanza di tempo che tale e-mail è stata ricevuta sì, e magari anche letta, ma che l’informazione in essa contenuta non è stata affatto recepita. Ho addirittura a volte sfruttato questo fenomeno a fini utilitaristici o di scherzo, con successo, inserendo una informazione critica all’interno di un testo, non generico, tutt’altro, ma soltanto un pochino più ampio delle fatidiche “tre righe di attenzione” di cui parlavo prima. Il più delle volte l’informazione non viene percepita e al momento del “dunque” io posso inchiodare l’interlocutore imputandogli la disattenzione con cui ha ricevuto la mia comunicazione. Preciso: non parlo di un romanzo di dimensioni proustiane, ma semplicemente di poche righe in più rispetto il limite cui ho accennato sopra.
Lasciando perdere queste digressioni, e tornando alla lingua — in particolare quella scritta — come espressione di un pensiero, io ho la sensazione che ci troviamo davanti non a un benefico esercizio di sintesi, ma di un graduale impoverimento: a scrittura breve, purtroppo, corrisponde sempre più pensiero breve, un pensierto col fiato corto, incapace di muoversi più in là della superficie, e solo nelle due dimensioni, mai in grado di procedere anche in profondità.
Io qui mi occupo principalmente di scrittura poetica, e la poesia è la forma di scrittura in cui maggior peso ha la lingua in quanto tale, intessendosi in modo inestricabile ai contenuti. E proprio a questo proposito ho spesso discusso a proposito della mia tendenza a scrivere composizioni di un certo “respiro”, in contrasto con il dettato più comune che prevede la sintesi, specialmente in poesia, come un valore a sé.
Ho sempre discusso con diverse amiche e amici da me anche molto stimati su questo argomento. Inizialmente l’ho considerato un mio limite, dovuto a una forma di nevrosi, ma mi sono gradualmente ricreduta.
Vi sono esempi in quantità di poesia alta, o altissima — parlo della poesia lirica, ovviamente, altrimenti basterebbe citare Dante — che si esprime in componimenti che non possono dirsi certo “brevi”.
Alla fine ho realizzato che la lunghezza di un testo non è in alcun modo collegato con la sua qualità, né in positivo, né in negativo. Vi sono sia eccellenze che mediocrità — o nullità (oro e merda, per dirla in modo esplicito e con una nota di colore) che si esprimono sia in testi brevissimi che in quelli di lunghezza maggiore.
Quello che conta in realtà non è il numero di parole e versi di cui è composto il discorso, ma della sua densità. Della precisione con cui ogni concetto è individuato e sviluppato. E della capacità di contenere, dentro una struttura semplice e chiara, un pensiero complesso, modulato, profondo. E infine, in particolare in poesia, della funzionalità di ogni singola parola e del suo rapportarsi con le qualità sovratestuali (ritmo, suono, grafica) che ne sono gli elementi costitutivi. Come un diamante lo è per il carbonio, la densità per la parola è ciò che la rende più o meno preziosa.
Detto questo, nella pratica comune, continuo a pensare che la quasi totalità delle “scritture brevi” che circolano, inclusi i famigerati haiku di cui sopra, denotino più una povertà di pensiero che una volontà “virtuosa” di sintesi.
Il vantaggio, non trascurabile, è che fanno perdere poco tempo agli eventuali lettori.
Grazie per l’attenzione
Marianna