Il Cimento e la Sostanza

Scrivere, per me, è come ogni altra espressione artistica, se la si prende seriamente: come le arti visive, come la pittura, la scultura, come la musica, come l’arte circense.
È lavoro, impegno costante, esercizio ostinato, ripetuto fino alla noia, scavo profondo nella propria anima, è scalpello, martello, bulino, bisturi, ago, è avere l’animo e il vigore bastanti per non fermarsi mai, non contentarsi mai dell’acquisito, mirare sempre alla prossima vetta, quella più alta.
Per poter dare efficacia alla propria espressione, alle parole, a ogni singola maledetta parola, occorre questo continuo lavoro di ricerca, di confronto con la propria inadeguatezza, l’immensa inadeguatezza di fronte alla Vita, e inadeguatezza a esprimere la propria essenza.
E occorre coraggio, il coraggio di essere autentici, il coraggio di saper affrontare viso a viso la Verità, il coraggio di scoprire sé stessi di fronte a sé e al mondo.
È da tale Cimento che può scaturire — e non sempre lo fa, poiché ciò dipende anche dal Talento — la Sostanza del bello, cioè il “prodotto finale” del gesto artistico. Di ogni gesto artistico
Buona lettura.

M.P.


Il Cimento e la Sostanza

Impugnare lo scalpello e scavare
profondi solchi nella pietra informe,
spaccarne i blocchi vibrando
con ogni forza colpi, duri colpi,
fino a gridare forte nello slancio,
fino a vedere emergere dal masso
l’ombra della figura prigioniera.

E a tocco a tocco mandar scintille
e schegge aguzze tutt’attorno,
e giungere alla forma con cimento
madido di sangue sbranando il marmo
a nude mani, all’occorrenza,
fino a spaccar l’unghie e consumare l’ossa,
fino a fondere lacrime all’ardore.

Dentro la pietra giace il nucleo vivo
dell’emozione, e della illusione,
si cela la forma e la perfezione,
tanto impalpabile e indifferente
alla mente quant’è concreta e vera
la figura, così come si fa luce
e si palesa a nuova fervida visione.

* * *

La penna invece, come un vomere
la carta incava, in solchi
che sono a volte graffi, escoriazioni,
a volte slabbrate piaghe, a volte
spacchi, o crepacci, seracchi, faglie
che frantumano l’anima nella sua crosta
lasciandone uscire magma e rovente plasma.

Nel magma si dibatte la nostra fiamma,
l’emozione che divampa senza legge
che non sia quella della coscienza
e del dolore più brucianti, eppure
vi tuffiamo mani nude per strapparne
l’incandescente cuore ch’è il motore
e il faro di ogni nostro ardore.

Questo, padre, madre mia, è il cimento
cui m’avete nascendomi data,
cui m’avete destinata al momento
in cui m’avete affidato il primo libro,
e votata alla Fede, alla Luce alla Costanza.
Ciò che ne esce ora è lo spirito vivo
dell’amor vostro, e ne è la sostanza.

(dedicata a mamma e papà miei amatissimi)

Marianna Piani
Milano, 10 Ottobre 2014

(I republish this story here from my Blog, http://maripiani.blogspot.it , but it’s never just copy & paste: writing is always a changing and evolving process.)