Prima la musica, poi le parole

…E poi, possibilmente, nient’altro.
Antonio Salieri “Prima la musica, poi le parole” (Divertiemento teatrale — 1786)

I manuali, i guru, le stesse linee guida qui su MEDIUM, consigliano con una certa insistenza di corredare “sempre” i testi con qualche immagine, più o meno pertinente.

Il motivo principale? Ebbene, non è perché tali immagini possono essere utili alla comprensione del testo, e neppure perché “ne dice più un’immagine di mille parole”. Il motivo è piuttosto, diciamo, di “marketing”, se mi si passa il termine.
Il processo di lettura in queste piattaforme “social” è ovviamente diventato frenetico e sovraccarico, quindi occorre cercare di attirare l’attenzione dei possibili lettori, in qualche modo, ed è comprovato che una immagine, specialmente un certo tipo di immagine, è capace di attrarre, e di conseguenza promuovere il contatto, in modo cento o mille volte superiore a un semplice rigo di testo, a un titolo testuale, per quanto vistoso, interessante o accattivante possa essere.

Ed è vero, lo posso testimoniare io stessa, constatando un incremento evidente e innegabile dei contatti le rare volte in cui aggiungo a un mio testo una immagine, se pure di solito si tratta di immagini pertinenti al testo, puramente illustrative.

Tuttavia, la prima domanda che mi faccio è: ma è proprio indispensabile questo atteggiamento da “venditore”, è proprio così irrinunciabile cercare in ogni modo di attirare sui testi da noi proposti il maggior numero di contatti possibile? E’ così fondamentale la quantità, l’indifferenziato, tanto da trascurare del tutto la qualità, la selezione?

Io sono forse un caso limite, non “inseguo” nei pochissimi “social” che frequento in alcun modo “followers” “amici” o “contatti”, e mi fanno tenerezza ad esempio quelli che su twitter hanno attivato una apposita app solo per sapere — e far sapere — giorno per giorno quanti e quali “followers” conquistano o pèrdono.
Inoltre nella mia attività in rete mi occupo quasi esclusivamente di poesia, un argomento certo più inflazionato di quanto dovrebbe, ma comunque in qualche modo di nicchia. Se avessi voluto far incetta di followers mi sarei messa un paio di cuscinetti nel reggiseno e avrei fatto la fashionista, i “numeri” li avrei (tette a parte, ma si rimedia, appunto.)

Non ho nulla contro le immagini. Anzi, come si desume anche dalla mia mini-bio, io sono una “fabbricatrice di immagini” per mestiere, quello che mi dà da vivere. E forse proprio per questo mi appare aberrante un certo uso “peripatetico” delle immagini, così come si sta espandendo in rete.
Apprezzo la “pubblicazione” di immagini in sé, anzi, alcune delle mie fonti preferite di ispirazione sono alcune amiche che “postano” immagini di grandissima qualità e interesse.
Trovo ancora accettabile inoltre “commentare” un testo con una immagine pertinente; che so, il ritratto dell’Autore, o una visione del paesaggio descritto. Sono una ridondanza, ma non stride.

Quelli che trovo irritanti invece, a volte disgustosi, sono gli accostamenti “impertinenti”, dove il solo fine evidente è quello di attirare l’attenzione sul proprio post, per aumentare le probabilità di like o rt.

Fino a qui non sarebbe nulla da discutere: sono cose che si fanno, così come molte ragazze piazzano tette o gambe in pic, ben sapendo che questo da solo sarà un moltiplicatore numerico (e conta il numero, la quantità, della qualità in questo mondo a nessuno importa) della propria TL.

Ciò che trovo più rilevante e degno di critica è proprio l’effetto sul gusto dell’accostamento di due contenuti semantici diversi, ognuno dei quali, presi a sé, sarebbero più che accettabili, magari piacevoli, perfino interessanti.
Perché invece l’effetto che ne viene è così disdicevole (a mio avviso)?

Potrei fare mille esempi tratti direttamente dalla mia TL, ma non lo faccio perché non voglio offendere singolarmente nessuno, la mia è solo una riflessione generale. Faccio un esempio puramente indicativo.
Un frammento di un testo da una lirica di un grande poeta, mettiamo Rilke (citato rigorosamente in italiano):

La notte ruba in segreto dai tuoi capelli…” ecc.

Il testo è seguito da lunga una catena di #hashtag, forse è più corposa dello stesso testo citato — già questa una intrusione assai fastidiosa (di questo mi propongo di parlare in un’altra occasione)
La lirica parla (almeno tenta, nel poco spazio rimasto) di un senso di armonia e di malinconia, della notte.
Sotto, una grande immagine. piuttosto piacevole, in sé.
Raffigura una splendida ragazza, splendidamente nuda, che osserva con occhi languidi e scintillanti e labbra sensualmente socchiuse un qualcuno o qualcosa che non vediamo, oppure semplicemente un lontano nulla. Sullo sfondo un ultimo sprazzo di tramonto, rosso sangue. Il tutto immerso in un’atmosfera caramellosamente flou.

Ebbene, da una parte un grande Autore con, ben venga la citazione, una grande e celebre lirica.
Dall’altra, l’immagine che la “correda” anch’essa molto bella, magari (anche se non è quasi mai citato) opera di un fotografo di grande talento. Perché questi due elementi una volta accostati danno una sensazione così — invece — cheap, o kitsch, di gusto “basso”?

Semplicemente perché in questo accostamento l’intenzione del suo autore (autore dell’accostamento e basta, quasi mai del testo o dell’immagine) è così palese, evidente, così dichiarata, ed è così estranea sia all’immagine che al testo poetico, da apparire semplicemente per quello che è (coscientemente o inconsapevolmente): una furbata, un adescamento, un fishing for retweets. E difatti il post acchiappa invariabilmente più di qualche decina di cuorini e RT.

E’ un male tutto ciò? certo che no. E’ solo una moda, di gusto un po’ deteriore, che a me personalmente irrita molto. Anche perché, dato che per lavoro e per passione mi occupo di entrambi i mondi (l’immagine e la scrittura), trovo che un testo, specie se poetico, dovrebbe esprimersi con i propri soli mezzi, così come dovrebbe farlo da parte sua l’immagine, senza bisogno di puntelli esterni o reciproci. Un testo poetico in particolare dovrebbe essere in grado di evocare immagini nella mente del lettore, e se a questo lettore si propinano delle immagini preconfezionate, questa possibilità di confronto e rapporto con il testo gli viene negato a priori.

Perché infine per queste operazioni si “tira la giacca” alla poesia? Non sarebbe possibile, anche più efficiente, affidarsi ad altri ambiti più appealing per ottenere “risultati” più rapidi e certi?
Penso che ciò sia, tutto sommato, perché le persone che attuano questa strategia si sentono appagate dal presunto sfoggio di cultura, “virtute e canoscenza”, nei confronti degli altri, dal fatto che citare Rilke li faccia sentire di tanto superiori, senza in realtà esserlo, alla fashion blogger che sfoggia l’outfit del giorno assieme a un paio di lunghe gambe stupendamente accavallate.

Grazie infinite per la lettura.

Marianna Piani

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